IL DIBATTITO | 18 Maggio 2015

25 aprile: una festa da riscoprire (soprattutto per i moderati)

Lo storico militare Alberto Leoni risponde all’articolo di Roberto Bettinelli apparso sulle pagine de L’Informatore lo scorso 25 aprile. E apre un dibattito: davvero è una festa da abolire?

di ALBERTO LEONI

La lettura dell’articolo firmato da Roberto Bettinelli sulle pagine de L’Informatore lo scorso 25 aprile, e intitolato: “Il 25 aprile: una festa da abolire”, ha senz’altro il merito di porre un problema non procrastinabile. Ossia quello dell’utilità di una memoria condivisa su un tema fondamentale come l’unità nazionale. In occasione del settantesimo anniversario della fine del più spaventoso conflitto vissuto dall’umanità (per l’Europa 8 maggio 1945), è indispensabile una riflessione sia sul senso di questa guerra sia su cosa ha significato per il nostro Paese ed è inevitabile ammettere come vi sia ancora molta strada da fare per arrivare a una piena consapevolezza.

Innanzitutto i fatti in estrema sintesi e per punti, rimandando per i dettagli al mio “Il paradiso devastato” (Ares 2012) dove ho descritto sia la “guerra grossa” degli Alleati contro i tedeschi sia la guerra partigiana sia quella dell’esercito della Repubblica Sociale:

Primo punto: La Resistenza contro i nazisti inizia già la sera dell’8 settembre quando il tenente Rosso si fa saltare in aria per non far passare una colonna della 3 Panzegrenadieren a Monterosi. Negli scontri che seguiranno, fino a novembre 1943, moriranno in combattimento o saranno fucilati 22.000 soldati italiani. Questo tanto per dare un’idea di come il film “Tutti a casa” non sia una descrizione obbiettiva dei fatti, al contrario di quanto si sostiene solitamente.

Secondo Punto: Come giustamente ha ricordato uno dei nostri più grandi storici, Raimondo Luraghi, medaglia d’argento al valor militare, combattente nelle brigate Garibaldi senza essere comunista, la Resistenza era composta da quattro elementi:

 

- L’esercito italiano del Sud dal Raggruppamento Motorizzato che combatté a Montelungo nel dicembre 1943, al Corpo italiano di Liberazione ai gruppi di combattimento che entrarono a Bologna il 21 aprile 1945 insieme ai polacchi e al gruppo partigiano (e apolitico) “Maiella”;

- Le bande partigiane propriamente dette, fra le quali spiccano per efficienza e combattività i monarchici autonomi (quelli del fenogliano “partigiano Johnny”, tanto per intenderci) e quelli di Giustizia e Libertà; più numerosi ma, proprio per questo, comparativamente meno efficienti, i comunisti delle Garibaldi, al cui interno militavano moltissimi non comunisti, dato che la guerriglia non era un ristorante con un menù “à la carte” dove si poteva sceglier con chi combattere;

- I partigiani italiani all’estero che non si arresero ai nazisti e continuarono a combattere in Jugoslavia nella divisione “Garibaldi”

- I 600.000 italiani che, rinchiusi a morire di fame e di tifo nei lager nazisti rifiutarono di arruolarsi nella Repubblica Sociale, come Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, Giuseppe Novello e tanti altri.

 

Già questa brevissima elencazione fornisce un quadro approssimativo di una realtà estremamente complessa e che ancora non è stata studiata in modo sufficientemente approfondito. Manca, in effetti, uno studio spassionato proprio dell’elemento militare della Resistenza dato che si è voluto, da parte delle sinistre, dare più risalto al quadro politico. Un ragionamento miope e suicida che, di fatto, ha portato i moderati a pensare che la guerra civile sia stata combattuta da una minoranza di italiani e che la Resistenza sia stata ben poca cosa.

Sul primo punto ricordo uno studio del prof. Virgilio Ilari che calcolava i partigiani in un numero complessivo di 463.000 (considerando anche gli aderenti dell’ultima ora) e i soldati della repubblica Sociale in 643.000  a fronte di un bacino di reclutamento di 3 milioni e mezzo di mobilitabili, molti dei quali riformati. Ebbene ben 300.000 di essi possono essere considerati volontari (110.000 repubblicani e 190.000 partigiani). Una percentuale davvero molto più elevata di quanto i moderati vogliano ammettere.

Quanto al “mito” del 25 aprile di cui tratta Bettinelli ricordo come lo Shepperd nella sua storia della campagna d’Italia, rilevi come gli Alleati sarebbero andati incontro all’esaurimento delle risorse logistiche già il 7 maggio, mentre la resa delle forze tedesche in Italia sopraggiunse il 1° maggio proprio in forza dell’insurrezione del 25 aprile. L’insurrezione fu dunque decisiva per porre anticipatamente fine alla guerra in Italia e salvare le infrastrutture industriali. È poi fatto notorio che la Resistenza italiana è stata la più importante in Europa occidentale, superiore anche a quella francese.

Le motivazioni di ciò starebbero, sempre secondo i moderati, nel vizio italico di saltare sul carro del vincitore: una strana idea che non deve essere balzata in mente ai 60.000 caduti mentre si trovavano di fronte al plotone di esecuzione o nelle mani degli aguzzini fascisti.

L’elemento che più si fatica a comprendere sono le motivazioni dei partigiani, soprattutto di quelli, ed erano tanti, anticomunisti. Avendo del tempo da perdere ho analizzato le motivazioni di 489 medaglie d’oro conferite dopo il novembre 1943 (prima sono le forze armate a condurre la lotta in modo esclusivo). Ebbene 45 decorazioni sono state date ad appartenenti di giustizia e Libertà, 89 ad autonomi e Fiamme Verdi cattoliche, 83 a militari dell’esercito del sud. Quelle conferite a membri delle brigate Garibaldi sono poco più della metà del totale mentre di molti non ho individuato ancora appartenenza politica. Va poi detto che 34 medaglie d’oro sono state conferite a cattolici di provata fede di cui 4 sacerdoti.

Ora la principale motivazione della lotta contro l’occupante nazista affondava le proprie radici nell’epopea risorgimentale.

Perché, mi scusino gli italiani, soprattutto l’elettorato moderato al quale appartengo come il partigiano Johnny (I’m in the wrong sector of the right side), di una nota personale: la mia personale stanchezza nel continuare a spiegare che la realtà, secondo ragione, va analizzata secondo la totalità dei suoi fattori e che non si può continuare a guardare sempre e solo la negatività di certi avvenimenti per affermare che una data come il 25 aprile è “Un giorno come gli altri in uno dei periodi più bui della nostra storia. “

Mio padre, il 21 aprile a Bologna, non la pensava certo così quando vide passare i bersaglieri del “Goito” e i polacchi di Anders. Polacchi che presero a calci, come era giusto fare, i partigiani rossi che si atteggiavano a liberatori, affermando che odiavano la bandiera rossa  quanto la croce uncinata. Sarà per questo motivo che ogni 25 aprile sul mio terrazzo, sventolano il tricolore, la Union Jack e la bandiera stellata degli U.S.A. Cercansi quelle polacca, neozelandese e canadese.

La storia è complessa e va, se possibile, valorizzata in tutto ciò che è buono più che in tutto ciò che è male. Del Risorgimento contano più le Cinque giornate di Milano del massacro di Pontelandolfo; della Grande Guerra conta più il Salto del Granatiere sul Cengio delle decimazioni comminate da generali criminali; della Resistenza non si finirebbe mai di narrare gli infiniti eroismi, anche di tantissimi comunisti di valore insuperato, più che dei crimini commessi dopo la guerra.

E, infine, il 25 aprile dovrebbe riservare un posto d’onore al ricordo di quei soldati di Salò che, resistendo sulle Alpi contro i francesi e sul Carso contro i titini, hanno conservato l’unità nazionale. Sarà per questo che, quando riesco, vado a Musocco per portare un fiore sulle tombe di Carlo Borsani e di Adriano Visconti, puri eroi della R.S.I, fucilati senza alcuna colpa da partigiani senza onore.

Ciò che dobbiamo perseguire e cercare è dunque il bene, se vogliamo conservare l’unità di quell’umile Italia alla quale “fia salute, per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo, Turno e Niso di ferute”.

 


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

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