TERRORISMO | 29 Giugno 2015

26 giugno: il “Bloody Friday” di Ramadan

Kuwait, Tunisia, Somalia, Francia: quattro attentati terroristici in un giorno solo, per un attacco la cui strategia era stata ampiamente annunciata. Ecco un'analisi dettagliata di cosa è accaduto nel venerdì nero del terrore

di COSTANTINO LEONI

«In questo mese santo siate pronti alla conquista e al martirio contro i kuffar (miscredenti): Crociati, Sciiti e Apostati»: è con queste parole che Abu Muhammad Al-Adnani, il capo della propaganda dello Stato Islamico, ha annunciato l’inizio del ramadan e ha invitato tutti i credenti a «trasformare il mese di digiuno del Ramadan, cominciato la settimana scorsa, in un tempo di calamità per gli infedeli». Di certo dunque ai posteri non si potrà mentire dicendo che il mondo non era stato avvertito della minaccia di attentati. Il 26 Giugno sarà da oggi ricordato come il “venerdì di sangue di Ramadan”: almeno 120 vittime (ma la conta è destinata a salire) in quattro differenti stati (Kuwait, Tunisia, Somalia, Francia), tre continenti colpiti dalla sola mano del fondamentalismo islamico.

Non dimentichiamo però che questo è solo il secondo atto (certamente sconvolgente per la simultaneità) di un Ramadan iniziato sotto il segno del terrore. Solo cinque giorni fa in Afghanistan i talebani (le cui strategie differiscono in toto da quelle di IS) hanno attaccato il Parlamento a Kabul mentre in Siria è ricominciato lo strazio per la città di Kobane, anche se le ultime notizie sembrano rassicuranti. I curdi hanno infatti ripreso il controllo di quella che a tutti gli effetti sarà ricordata come la Stalingrado del XXI secolo. C’è però un dato che rimane allarmante in questa situazione: i miliziani jihadisti hanno sferrato il loro ennesimo attacco alla città curda passando attraverso il confine turco. La porosità di questa frontiera è sempre stata sotto gli occhi di tutta la comunità internazionale, ma mai prima d’ora era successo che un vero e proprio contingente di terroristi potesse varcare indenne il territorio turco per poi rientrare in Siria puntando verso Kobane.

Afghanistan e Siria però sono due stati sul cui suolo da svariati anni gli scontri a fuoco e gli attentati sono all’ordine del giorno, lo stesso non si può dire per gli stati che ieri sono stati teatro dell’ennesima offensiva islamista (con l’eccezione somala). Tralasciando dunque la Somalia, vediamo di analizzare le problematiche inerenti agli altri tre attentati e la strategia (o strategie) che lo Stato Islamico sta portando avanti.

KUWAIT. Tra gli attentati di venerdì quello del paese arabo è l’unico che fin da subito è stato rivendicato dallo Stato Islamico; per la precisione, la rivendicazione è arrivata dal neonato movimento denominato “la provincia di Najd”. Costoro si sono autodefiniti “branca saudita di IS” e si sono già resi responsabili di diversi attacchi contro moschee sciite dell’area come quello alla moschea sciita di Dammam a inizio giugno. Gli opulenti stati del Golfo, cominciano a pagare caro il loro tanto sconsiderato quanto silente appoggio al salafismo radicale. Troppo tardi si sono accorti che la situazione è loro sfuggita di mano, e il mostro creato per annientare il regime (filo-iraniano) di Assad si è ritorto contro di loro. L’ideologia salafita infatti non vede affatto di buon occhio la monarchia saudita che presto potrebbe diventare il nuovo obbiettivo delle orde nere del Califfo (che per l’islamismo è di diritto superiore ad un re), unico “legittimo” protettore delle città sante di Mecca e Medina.

TUNISIA. Pochi mesi dopo l’attentato al museo del Bardo l’unico paese in cui la Primavera Araba ha portato frutto è ripiombato nel terrore. La strage di venerdì è conseguenza di una precisa strategia islamista: destabilizzare economicamente il paese privandolo della sua principale fonte di guadagno, il turismo (fino a ieri quasi il 20% del PIL tunisino). Inoltre la Tunisia è il principale “esportatore” di foreign fighters (circa 3000 secondo gli ultimi dati) ma molti sono i candidati che negli ultimi mesi sono stati costretti a restare nel loro paese d’origine grazie al giro di vite del governo; costoro il Califfo ha invitato ad agire nel paese in cui si trovano e a colpire come possono gli infedeli. I corpi dei turisti ammazzati sulla spiaggia di Sousse non sono altro che il frutto della mancanza di decisione da parte dell’Europa di rispondere all’appello del presidente tunisino Essebsi che già dopo l’attentato al Bardo aveva inutilmente chiesto aiuto di fronte all’avanzare delle frange integraliste in ogni distretto della repubblica tunisina. Dopo l’attentato di venerdì il parlamento ha varato delle misure straordinarie per arginare il fenomeno dell’integralismo chiudendo più di 80 moschee ritenute pericolose. Inutile dire che anche se drastico, questo provvedimento non servirà a nulla se non ad amplificare il fenomeno. Se c’è un paese e una democrazia che l’Occidente dovrebbe in tutti i modi appoggiare e salvaguardare, questa è senza dubbio la Tunisia. Fornire servizi di intelligence preparati e addestrati potrebbe essere già qualcosa se supportato da un ragionevole aiuto economico. Un attentato come quello di ieri, all’inizio della stagione estiva non può infatti che veder calare drammaticamente l’afflusso di turisti. Qualora la Tunisia dovesse cadere nel baratro di una guerra civile, l’Occidente non avrebbe più alcun interlocutore credibile sull’altra sponda del Mediterraneo.

FRANCIA: Il primo ministro Manuel Valls a poche ore dall’attentato ha ammesso pubblicamente che «la Francia, deve imparare a convivere con la minaccia costante di attentati terroristici, azione di singoli come quello di ieri vicino a Lione o come le stragi di Parigi di gennaio» e che «ormai la domanda non è se ci sarà un altro attacco, ma quando questo avverrà». La Francia (così come la Gran Bretagna o la Germania) condivide con la Tunisia la stessa problematica legata ai foreign fighters (1.200 secondo gli ultimi dati raccolti dalle Nazioni Unite). Nel caso di Lione è evidente come l’operazione sia stata compiuta su emulazione di ciò che Yassin Salhi (questo il nome dell’attentatore) ha visto nei telegiornali in questi mesi, la foto postata su twitter che lo ritrae accanto al cadavere decapitato del povero imprenditore scimmiottando i suoi correligionari in Siria e in Iraq è un segno evidente di questo. Inoltre in pochi mesi la Francia (ma non solo lei) ha visto fallire totalmente il suo progetto di integrazione, l’annullamento delle differenze religiose di fronte alla sacralità dello stato ha portato alla reazione (senza dubbio ingiustificata) dell’islam più radicale che ha fatto leva anche sulla crisi economica e sulla disoccupazione giovanile per portare sempre più individui nell’alveo della sua ideologia sanguinaria. La Francia però è specchio di quella che è tutta la realtà europea; una realtà alla disperata ricerca di valori e ideali perduti o dimenticati per fronteggiare un nemico senza dubbio meno numeroso ma enormemente più motivato.

Questo “bloody Friday” dimostra che nessuno (sia esso cristiano, ateo, ebreo o musulmano) può considerarsi al sicuro in questa che è una vera e propria guerra globale. Le armi e i missili non basteranno ad arginare questa cultura del terrore che ha ormai scalfito i bastioni delle certezze ritenute incrollabili (prima di oggi nessuno si sarebbe neanche lontanamente sognato di venire ucciso mentre prende il sole in spiaggia). Lo spirito critico che ci spinge a ricercare il colpevole in noi stessi e a trovare la causa del male nella nostra mancanza di ideali potrebbe risultare anche l’unico strumento utile combattere l’insensato orrore che ci minaccia.


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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