ALLEANZE | 24 Luglio 2015

«A Milano centrodestra unito senza veti»

Elezioni di Milano. Il sottosegretario in Lombardia Daniele Nava: «Nel centrodestra dobbiamo correre uniti. Senza fare gli schizzinosi e senza veti». Obiettivo? «La ricostruzione. Niente alleanze con la sinistra che vuol far sposare gli omosessuali»

di LUCA PIACENTINI

Daniele Nava ha le chiare. Nella vita e in politica. Da anni gestisce l'impresa di famiglia, un'azienda moderna e all'avanguardia. Politicamente è un uomo di centrodestra, con un'esperienza solida alle spalle e posizioni 'granitiche' sulle cose che contano. «La politica è in continua evoluzione e il cambiamento ci può stare - risponde sicuro a chi gli chiede da che parte sta - Ma sui valori non si transige». Quali sono? «Non potrei mai correre con chi dice che devo togliere il crocifisso dalle aule scolastiche per non offendere coloro che provengono da altre culture, né potrei mai allearmi con chi vuole far sposare gli omosessuali e fargli adottare i bambini. Tutto ciò è contrario a ciò che sono e penso. Nessun compromesso con certa sinistra, rispetto alla quale la differenza antropologica è sostanziale». 

Dopo la militanza iniziale in Alleanza nazionale e l'esperienza del Pdl, Nava ha optato per la scelta di responsabilità nel Nuovo centrodestra. Il suo obiettivo è lavorare per costruire un soggetto nuovo e importante, capace di polarizzare progetti e consensi. E battere la sinistra. Oggi è sottosegretario con delega alle Riforme istituzionali e agli Enti locali della Regione Lombardia. Ma per arrivarci, ha fatto anni di gavetta. In politica ha iniziato dal basso, dalla raccolta delle preferenze elettore per elettore: consigliere comunale a Lecco, otto anni da vicesindaco nel capoluogo, quindi, prima del 'salto' in Regione, la presidenza dell'amministrazione provinciale. Un tipo di ente che oggi segue dalla prospettiva regionale, nel complicato percorso di trasformazione e progressivo svuotamento di competenze, molte delle quali in capo alla Regione dopo l'approvazione della legge Del Rio.

Sottosegretario Nava, lei è un esponente di spicco del Nuovo centrodestra che in Lombardia lavora gomito a gomito con una giunta a traino leghista. Qual è la sua esperienza di governo? Com'è possibile questo lavoro comune visto che tra i vertici nazionali dei due partiti, Ncd e la Lega, non corre buon sangue?
«L’esperienza di governo in Lombardia è positiva perché retaggio dello schema che ha condotto il centrodestra a vincere per quasi vent'anni. A un certo punto, questo polo è stato mandato al macero con lo scioglimento del Pdl voluto da Berlusconi e il concorso di altri fattori. La Lombardia, come la storia insegna, è il luogo dove nascono e muoiono le grandi esperienze nazionali: qui il rapporto tra le forze di centrodestra si è mantenuto, anche grazie alle persone. Non dimentichiamolo: le idee si muovono sulle gambe dei singoli, che a livello locale forse hanno maggiore pragmatismo e più idee rispetto a personaggi nazionali che spesso guardano solo alle polemiche e non alle cose concrete. Con Maroni siamo riusciti ad impostare un lavoro in continuità con gli ultimi vent'anni del centrodestra. Nonostante le differenze di vedute».

Un lavoro come in provincia di Lecco, il suo territorio? Qui il Nuovo centrodestra ha conquistato percentuali altissime. Come ci siete riusciti?
«Grazie alla credibilità di alcuni esponenti e dall'aver compreso che non siamo stati noi a rompere l'unità del centrodestra, ma altri personaggi politici. Finché questi avranno voce in capitolo, purtroppo impediranno la vittoria».

A chi si riferisce?
«A livello locale a Michela Vittoria Brambilla, a livello nazionale a quella parte della Lega che fa ostracismo verso il Nuovo centrodestra».

È accettabile che Ncd, guardando al suo progetto politico, in alcune zone del Nord raggiunga a malapena il 2%? 
«Credo che oggi al centrodestra serva una svolta. Anche se manca una leadership forte. Aldilà del rapporto con la Lega Nord, auspico un superamento degli attuali partiti per arrivare ad un contenitore che rappresenti davvero la maggioranza degli italiani. Gli elettori non si sentono rappresentati dalle singole esperienze: Forza Italia, Nuovo centrodestra, Fratelli d'Italia evidentemente non sono in grado di rievocare quello che, nonostante tutti i limiti e alcuni fallimenti, era stato il Popolo della libertà».

A che punto è la discussione sul futuro del partito? Che cosa dove fare concretamente Ncd?
«Sia pure con sfumature diverse, nelle ultime settimane c'è stata una presa di coscienza sulla necessità di lavorare in dimensione costruttiva. Credo e spero che i contatti nazionali con le varie forze del centrodestra non portino a disperdersi in mille rivoli ma ad aggregare un nucleo nuovo e forte».

Lo confermate voi in Lombardia e si è visto in Liguria: da quando esiste il bipolarismo, il centrodestra governa solo con lo schema coalizionale, che include anche la Lega Nord. Il problema è che oggi siete uniti a livello regionale ma divisi sul piano nazionale. Fino a che punto può un partito che aveva l'ambizione di rifondare il centrodestra, reggere l'alleanza con il PD di Matteo Renzi?
«È un'alleanza di scopo di cui oggi si fatica a capire il significato. Sembra sempre più un’alleanza politica. Occorre però tenere conto che uscire a freddo dal governo per essere magari sostituiti da Verdini, andare a elezioni facendo vincere ancora Matteo Renzi o, peggio, Grillo, senza essere pronti con un centrodestra vincente, non sarebbe tatticamente una mossa intelligente. D’altra parte, non vedo un centrodestra vincere col vecchio schema. Al di là del caso Liguria, dove abbiamo beneficiato della divisione nel centrosinistra, la semplice sommatoria tra Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e Ncd non rappresenta il futuro. Al limite può predominare in alcune zone del paese, come ultimo retaggio di un passato da superare. Per questo auspico la riaggregazione: la nascita di un soggetto nuovo capace di riprendere l'esperienza del Pdl lasciando da parte le cose negative e facendo tesoro delle positive».

A parte la scelta contingente, se uscire adesso o più tardi dal governo, secondo lei la decisione è quindi ricostruire il centrodestra e non intrattenere un'alleanza di nuovo tipo con il PD di Matteo Renzi. In sostanza: Ncd stia con il centrodestra e non con il Partito democratico renziano. E’ questo il messaggio?
«Sì, con il centrodestra. Anche perché mi sembra che Renzi abbia abbandonato il progetto di superare il PD costruendo un Partito della nazione capace di rubare la scena agli avversarsi spostando il baricentro. Persone che vengono dalla nostra esperienza politica, non possono allearsi politicamente con la sinistra. Noi siamo di centrodestra. E tali dobbiamo rimanere». 

Parliamo delle elezioni di Milano. Ci sono i primi abboccamenti: come si muovono i partiti e qual è lo schema delle alleanze?
«Se a livello nazionale non nasce qualcosa di nuovo e sperimentabile già Milano, credo che l'unica soluzione per non riconsegnare la città alla sinistra, sia quella di andare tutti uniti nel centrodestra, senza fare gli schizzinosi e senza veti incrociati. Diversamente la partita è persa in partenza. Vale la pena tentare. E, per farlo, dobbiamo rimanere uniti: tutti noi, alternativi alla sinistra».

Veniamo ai territori. Nelle province del Nord incontriamo spesso elettori di Ncd che non capiscono come il partito possa fare una cosa a Roma e a livello locale un'altra. Tutti si aspettavano che lo schema delle alleanze rimanesse chiaro e univoco: il centrodestra da una parte, il centrosinistra dell'altra. Come ridare fiducia a questa base elettorale che sembra disorientata e, come indicano le percentuali, dà la sensazione di allontanarsi sempre di più? 
«Intanto è importante ricordare che in sette regioni su sette non siamo andati con la sinistra. E’ un segnale importante lanciato al nostro elettorato e agli avversari. Certamente governando a Roma si crea la dicotomia. Però, ripeto: auspico la ricostruzione di un soggetto nuovo di centrodestra. Rilevo poi che i problemi non sono soltanto con il Carroccio. L'atteggiamento di Salvini è certo discutibile, ma il leader leghista rimane un interlocutore con cui bisogna parlare e che occorre tenere nell'alveo del centrodestra. Dall'altra parte noto che gli esponenti di Forza Italia non si sono comportati sempre in modo corretto. Li abbiamo fatti vincere in Liguria, ci siamo alleati in Campagna e abbiamo perso: tutto sommato, dopo queste vicende elettorali non ci hanno trattato molto bene. Se vogliamo costruire qualcosa, deve cambiare l'atteggiamento di tutti». 

Dopo averlo visto all'opera in questi mesi, che opinione si è fatto di Matteo Renzi ‘uomo politico’? 
«Ammetto che in Italia rappresenta qualcosa di mai visto, in termini di modalità d'azione. Non ho però un'opinione positiva di Renzi: è un comunicatore lucido, ha qualche idea, ma alla prova dei fatti rivela tutti i suoi limiti. Le poche cose buone questo governo le ha fatte grazie al Nuovo centrodestra. La spinta propulsiva iniziale, con la vena rivoluzionaria che sembrava contraddistinguere Renzi, sembra scemare. La mia opinione sul personaggio non è granché. Soprattutto per un aspetto che mi inquieta, il lato umano spregiudicato del presidente del Consiglio, se è quello che abbiamo visto all'insediamento, quando ha trattato Letta con lo 'stai sereno', o se è quello mostrato con Maurizio Lupi, che non indagato, non è stato difeso per un minuto dal suo presidente del Consiglio. Questi aspetti mi danno fastidio. Promesse e sparate ci stanno. Le fanno un po' tutti i politici, Berlusconi compreso. Più che sul resto, qualcosa da rimproverare umanamente a Renzi di sicuro c’è». 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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