IL CASO DI LECCO | 02 Giugno 2015

«Abbiamo detto no al Pd. E ci hanno votato»

Lecco, Area Popolare oltre il 20%. Un caso unico in tutta Italia. Il consigliere regionale Mauro Piazza: «Il segreto? Costruire una proposta alternativa alla sinistra e a Renzi»

di ROBERTO BETTINELLI

«A Lecco abbiamo dimostrato che mettendo in campo una leadership credibile, una proposta chiara e alternativa alla sinistra e alla destra di Salvini, si può costruire una forza che non si rassegna a racimolare il 3% dei consensi ma va oltre il 20%…». E’ il bilancio di Mauro Piazza, consigliere regionale di Ncd/Area Popolare. E' lui, insieme all'ex presidente della Provincia Daniele Nava, ad aver creato le condizioni per l'ottima affermazione. 

Niente ballottaggio. Saranno il Pd e l’alleanza di Lega e Forza Italia a vedersela per l’elezione del sindaco, ma il risultato di Lecco ha stupito tutti. Il Nuovo Centrodestra ha individuato in Lorenzo Bodega un candidato di valore. L’ex sindaco ha strappato un terzo posto entusiasmante, collocando il partito dietro i democratici e il Carroccio, assicurandosi il doppio dei voti di Forza Italia. Un caso unico in tutta Italia e che spicca ancora di più se consideriamo che tutto è avvenuto in una città lombarda. Non è un mistero che nelle regioni del Nord Ncd/Area Popolare sconta una debolezza strutturale. Un gap che si aggrava ad ogni tornata elettorale. 

«E’ vero» dice Piazza. «Il nostro è un risultato straordinario. Siamo stati ripagati del grande lavoro che abbiamo fatto. Dispiace per il ballottaggio. Avremmo potuto vincere».

Come ci siete riusciti?
«Se hai un buon candidato, apri le porte del partito alla società civile e dialoghi a viso aperto con la comunità cittadina, allora è possibile risvegliare l’interesse degli elettori moderati che in Lombardia e in Italia sono maggioritari ma che ora sono ‘dormienti’…».

Che cosa intende dire?
«Che non votano o che votano il Pd di Renzi». 

Perché non vi siete alleati con il Pd?
«Ci avremmo messo cinque minuti a fare un accordo con il Pd e avremmo vinto al primo turno. Ma sarebbe stata percepita come un’operazione di palazzo. Abbiamo preferito essere coerenti con la nostra storia. I nostri elettori l’avrebbero interpretato come un tradimento e non ci avrebbero seguito». 

Eppure a Roma Ncd governa con la sinistra e il Pd… 
«E’ stata una scelta di grande responsabilità. Non si poteva fare diversamente. Dovevamo salvare il Paese. Se la rinnegassimo faremmo un torto a noi stessi. Ma ammetto che c’è stata un’evoluzione. Il governo ha assunto via via i lineamenti di un monocolore Pd. La nostra partecipazione all'esecutivo è un nodo da risolvere e in ogni caso non è capita dagli elettori del Nord». 

Secondo lei Alfano deve lasciare il governo?
«Sicuramente un ragionamento su questo punto deve essere fatto. L’unica chance è unire moderati, liberali, riformisti, popolari valorizzando personalità emergenti come Fitto, Tosi o altri che sono pronti a mettersi in gioco…». 

Che cosa ne pensa del presidente del Consiglio Matteo Renzi?
«La sua arroganza è evidente a tutti. Detto questo il governo è troppo ‘squilibrato’. Il divario fra le forze politiche che lo tengono in piedi è eccessivo. In queste condizioni è inevitabile subire l’iniziativa dell’alleato. E’ un elemento che non si può nascondere e che genera un forte smarrimento nel nostro elettorato». 

E Berlusconi? 
«Ho un grande rispetto per l’uomo e per il suo percorso politico che è stato anche il mio e che non rinnego. Ma il centrodestra è rimasto bloccato nell’impossibilità di ristrutturarsi proprio per l’ostinazione di Berlusconi di voler detenere il comando in completa solitudine. E’ stato un errore e il tracollo di Forza Italia lo dimostra chiaramente». 

Ma Area Popolare non viaggia a due cifre a livello nazionale. Forza Italia sì…
«E’ vero. Ma a Lecco ci siamo riusciti. Abbiamo costruito un partito garantendo meccanismi di democrazia dal basso. E’ stato faticoso, ma abbiamo fatto i congressi, coinvolto gli iscritti, individuato un candidato che si era già confrontato con il meccanismo delle preferenze. Dall’altra parte c’era la Brambilla: una figura paracadutata dall’alto che ha solo collezionato sconfitte». 

Che aria tira dentro il partito dopo le elezioni?
«L’entusiasmo dell’inizio è un po’ scemato, ma in occasione delle elezioni ho visto che si sono attivate grandi energie. Va avviato ad ogni livello un processo di democrazia. E’ l’unico modo per immaginare il rilancio. A noi è andata bene, ma non ci si può accontentare del 3%. Siamo partiti con il piede giusto ma il cammino si è interrotto a causa dell’agenda politica sempre più fitta e impegnativa. Dobbiamo riprenderlo e puntare alla massima partecipazione». 

Ap è più forte al Sud che al Nord. Perché?
«Nel Sud Italia c’è un maggiore radicamento sul territorio. E’ anche vero che tanti esponenti del partito vengono dalle regioni meridionali. Prima nel governo c’era Maurizio Lupi a far sentire la voce del Nord, ora non c’è più neanche lui». 

Secondo lei come è possibile rimediare?
«Il Nord ha le sue prerogative. La ricetta non cambia: leadership, partecipazione e una scelta di campo netta. Ma il governo è un nodo da sciogliere».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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