REFERENDUM | 26 Maggio 2018

Aborto, anche l'Irlanda cede al laicismo

L'Irlanda cede a un disperante laicismo e nel referendum sull'aborto vincono i sì. Prevalgono il concetto edonistico della libertà in occidente, l'assenza di un vero welfare e gli scandali sulla pedofilia che hanno indebolito la chiesa cattolica

di ROBERTO BETTINELLI

L’Irlanda non è più il baluardo del cattolicesimo europeo. Se gli exit pool dovessero essere confermati, i due terzi dei cittadini che hanno partecipato al referendum voluto dal premier gay Leo Varadkar avrebbero avvallato il laicismo imperante nella società contemporanea. Un precedente passo, in questa direzione, l’Irlanda l’aveva compiuto tre anni con l’approvazione del matrimonio gay. Anche in quel caso la percentuale dei votanti fu la stessa: due terzi a favore e un terzo contro. La legge sul divorzio risale invece al 1995. 

A lungo i cattolici di tutto il mondo hanno guardato alla nazione di Joyce come ad un’enclave eroica e romantica dentro una regione del mondo riformata e secolarizzata, stretta fra i fedeli anglicani e le sette cristiane d’America. Una descrizione che oggi sembra definitivamente decaduta proprio per le posizioni espresse sulla legge antiabortista che verrà con tutta probabilità liquidata al più presto. Varadkar, infatti, ha già pronto un nuovo disegno normativo in cui l’interruzione della gravidanza sarà possibile nelle prime 12 settimane concedendo ancora più tempo in alcuni casi particolari.

Il referendum irlandese, e l’esito che ne scaturisce, non può non far mergere alcune domande circa il destino del mondo occidentale. Una legge che annulla la possibilità di nascere, infatti, è già di per sé contraria all’essenza della vita. E anche fra i più spregiudicati degli evoluzionisti una forma di esistenza che mina volutamente la propria sopravvivenza rappresenta un errore incomprensibile. Ma se ormai in tutti i paesi occidentali, che sul piano del diritto si qualificano in ogni caso come i più avanzati al mondo, l’aborto è diventata una pratica lecita sul piano culturale e normativo è perché lo status quo ‘congiura’ affinché questa sia la soluzione accettata e condivisa. Altrimenti nessun parlamento o nessun referendum avrebbero potuto sovvertire il sentiment degli elettori. Bisogna quindi interrogarsi sulle ragioni più profonde di questo fenomeno.

E’ doveroso allora interrogare i tre ambiti che principalmente si sovrappongono quando si affronta un tema così complesso: la concezione di libertà che è ormai prevalente nelle società occidentali, le condizioni economiche che possono condizionare la scelta di interrompere o meno la gravidanza, la capacità di persuasione e il prestigio di cui beneficiano i sostenitori o gli avversari dell’aborto.

In merito al primo aspetto è evidente che oggi il concetto culturalmente più radicato e diffuso predica una libertà assoluta e senza limiti; non c’è alcuna disponibilità a porre dei confini al proprio desiderio con la conseguenza di stabilire la temporalità delle scelte esistenziali esclusivamente nel brevissimo termine. La cultura occidentale è ormai la cultura del gradimento bruciante e istantaneo, si tende a non guardare alle conseguenze delle proprie azioni nel campo dell’etica e soprattutto non si accetta il fatto incontestabile che la catena della vita precede la storicità dell’uomo e ha durata infinita. Sono gli effetti del secolarismo di massa che priva l’umanità del riferimento infinito della divinità. Qualunque forma cultuale possa assumere.

In merito alle condizioni materiali ed economiche a favore di un iter completo della gravidanza, queste sono del tutto insufficienti. Coerentemente con l’impostazione culturale sopradescritta il sistema attuale del welfare pregiudica la famiglia a tutto vantaggio del singolo. Il punto è cruciale per spiegare l’ordinarietà delle politiche verso la famiglia, del tutto assenti o minoritarie, ma anche per la straordinarietà di quei casi estremi e drammatici che molto spesso ritornano nelle battaglie degli abortisti. Donne oggetto di violenze e stupri, bambini affetti da gravi disabilità o nati con malattie genetiche e degenerative, situazione familiari di fragilità e di disperazione che sembrano pregiudicare l’esercizio di una corretta funzione genitoriale e un ambiente propedeutico ad una crescita sana dei figli. Tutti elementi reali e statisticamente rilevabili, non certo il frutto di fantasie o ideologie, e che richiedono un welfare davvero responsabile e consapevole con una destinazione di budget statali adeguati per non lasciare soli genitori e figli. Una rete di ascolto e di assistenza che oggi manca totalmente e che espone le persone coinvolte alla indigenza e alla solitudine, sradicando i piani di vita e costruendo percorsi dove la manifestazione dell’amore figura come impossibile.

Infine la leadership di coloro che rappresentano davanti all’opinione pubblica le tesi contrastanti. A favore degli abortisti si muove, come spiegato in precedenza, l’intero assetto culturale della civiltà occidentale. Una ‘macchina del consenso’ che inquadra anche il ceto degli intellettuali e dei giornalisti, molto spesso conquistati da un’idea deresponsabilizzata della libertà che sgorga da una visione politica che premia il mondo valoriale della sinistra rispetto a quello della destra. D’altro canto chi avrebbe il compito di lottare per fare in modo che si affermi la ragione della vita, ossia la chiesa cattolica, è oggettivamente in difficoltà a causa dei numerosi scandali di pedofilia che l’hanno colpita ovunque. Scandali che hanno un’origine ben precisa e davanti ai quali la risposta è stata tardiva mettendo in evidenza un’opacità e una tendenza corporativa che hanno generato discredito allontanando i fedeli. Non si vuole certo svilire il grandissimo e insostituibile contributo degli oratori e delle missioni che in tutto il mondo lavorano per il progresso dell’umanità, ma è evidente che il numero e la gravità degli scandali fanno emergere pesanti lacune e criticità nell'opera di reclutamento del clero. Papa Francesco è stato il promotore di un’operazione verità che nel presente ha prodotto effetti clamorosi, come la dimissioni di tutti i vescovi cileni, ma che nel tempo si rivelerà decisiva per fare in modo che la chiesa cattolica possa riacquistare il prestigio necessario per opporsi con autorevolezza all’ondata del buio e disperante laicismo dei nostri giorni. Simultaneamente, però, i governi e gli stati dovrebbero elaborare sistemi di welfare in grado di affermare il valore primario della vita umana. Solo allora il confronto fra le due tesi culturali potrà tornare in equilibrio e l’aborto tornerà ad essere considerato per quello che è realmente, una brutale prova della ‘legalità di uccidere’, e non una scelta insindacabile di libertà.  


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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