IL GURU GRILLINO | 12 Aprile 2016

Addio alla bufala della democrazia del web

E’ morto Casaleggio, ideologo dei 5 Stelle e della 'partecipazione diretta’ che affida ad un pugno di click il destino di intere nazioni. La bolla di un partito nato sul web che inneggia all’anti-politica ma non conosce il significato della democrazia

di ROBERTO BETTINELLI

«Sono orgoglioso di essere un populista», così tuonava dal Palco di piazza san Giovanni a Roma nel 2013 Gianroberto Casaleggio, ‘ideologo’ e fondatore insieme a Beppe Grillo del Movimento 5 Stelle, scomparso a Milano dopo una lunga malattia.  

Un frase che fa il paio con altre dello stesso tenore e che la dicono lunga sul dna di un movimento di protesta che si è fatto partito politico a tutti gli effetti e che, dal 2013 ad oggi, si è aggiudicato 91 seggi alla Camera, 35 al Senato, 17 all’europarlamento, 98 consiglieri regionali vantando poco più di 87mila iscritti.  

«Democrazia diretta» inneggiava Casaleggio a Roma. E ancora: «Il potere deve tornare al popolo, al servizio del popolo». Oppure: «In Italia la democrazia non esiste». O riproponendo uno slogan in voga nel ’68: «Fantasia al potere». E chi più ne ha più ne metta. Fino all’originalissimo «con trasparenza, onestà e competenza cambieremo l’Italia». 

Casaleggio è venuto a mancare a 61 anni. Le ragioni anagrafiche gli hanno impedito di vivere i furori egualitari che hanno caratterizzato le battaglie politiche della fine degli anni ’60, ma alcuni temi portanti di quella stagione sono diventati i solidi fondamenti del programma grillino: l’egualitarismo e il livellamento sistematico, il rifiuto pregiudiziale di ogni forma di autorità, la sostituzione della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, il mito della politica nata dal basso contro il verticismo e l’autoreferenzialità delle segreteria di partito, l’anti-industrialismo e l’ambientalismo.

Un partito, i 5 Stelle, che ha raccolto con successo le suggestioni di matrice roussoniana e sessantottesca proprio grazie allo spirito fantasioso e ribelle del titolare della Casaleggio Associati. Un progetto che ha saputo garantire una calibrata miscela di utopia e rabbia. Un sentimento, questo, che si è diffuso nelle democrazie occidentali dopo la grande crisi economica del 2008.

Una recessione generalizzata che ha messo letteralmente in ginocchio il Paese, tagliando fuori dal mercato del lavoro un’intera generazione di giovani. Un target, quello dei 20enni e dei 30enni, che ha trovato fin da subito una notevole sintonia con i violenti richiami di Grillo all’anti-politica e alla giustizia sociale. 

Ma se il Movimento 5 Stelle ha incamerato l’identità della sinistra più libertaria e movimentista è anche vero che l’illusione della democrazia diretta che prevede la partecipazione diretta dei cittadini concepiti come attori dei processi politici, alla resa dei conti, ha deluso. La possibilità di eludere il tradizionale meccanismo della delega e della rappresentanza si è rivelata una vana illusione. 

Come ha fallito il ’68 così ha fallito il sogno del ‘guru Casaleggio’ che si è concretizzato in un partito dove i piani alti hanno l’ultima parola su tutto: programma e cursus honorum dei candidati. Dove le epurazioni si abbattono fulminee su qualsiasi tentativo di dissenso allontanando in malo modo parlamentari, esponenti, militanti. Dove il web ha preteso di rimpiazzare la realtà delle relazioni che coinvolgono persone in carne e ossa affidando decisioni cruciali per il bene comune ad un pugno di internauti. Bastano pochi click per orientare le sorti di un movimento che nel 2013, all’apice della sua forza, ha raccolto quasi 8 milioni e 800mila voti conquistando il 25,56% dei consensi elettorali contro il 29,55% di Pierluigi Bersani e il 29,18% di Silvio Berlusconi. 

Era il momento in cui il Movimento 5 Stelle si è affermato come il primo partito italiano, superando la corazzata del Partito Democratico e aprendo le porte del parlamento ai candidati individuati nel corso delle ‘parlamentarie’ da circa 20mila iscritti. La freschezza dei volti, l’età degli eletti e il senso di novità all’inizio hanno colpito positivamente l’opinione pubblica, ormai abituata ad una classe dirigente chiusa e malata di gerontocrazia. Ma ben presto la radiosa promessa ha prodotto il suo opposto: paralisi e immobilismo, un dilettantismo scoperto e volgare, un fanatismo protestatario che ha finito per congelare l’energia travolgente di quello che era stato il primo grande tsunami della democrazia italiana dopo Tangentopoli e la discesa in campo di Silvio Berlusconi. 

A due anni dalle elezioni, e dopo i ripetuti addii dell’uomo di azione Beppe Grillo, è invece il teorico Casaleggio ad andarsene lasciando il corpo e l’immagine di un movimento che, come i partiti più obsoleti e incancreniti, è stato attaccato irreversibilmente dal morbo della ‘legge dell’oligarchia’. Dove pochi eletti comandano populisticamente e tanti eseguono senza esercitare alcun tipo di controllo. Dove l’agenzia di comunicazione Casaleggio Associati svolge le stesse funzioni di una segreteria politica degna della Dc o del Pci. E dove il blog di Grillo riaccende i fasti della stampa ufficiale di partito modello Pravda. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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