BUONA SCUOLA? | 15 Dicembre 2014

Aggiungi un posto al tavolo

Per la riforma scolastica Renzi si inventa la ''carica dei mille''. Di fatto non si prospetta altro che una concertazione allargata

di ROSSANO SALINI

Il governo Renzi presenta oggi i risultati della consultazione avviata due mesi fa sul progetto della ''Buona scuola''. Ma un'anticipazione è già stata data sabato 13 dicembre, nella giornata organizzata dal Partito Democratico sul tema della riforma scolastica progettata dal governo. L'entusiasmo della retorica del premier Renzi, e a ruota del ministro Giannini, si articola intorno a cifre a detta loro esaltanti: 2 milioni di persone consultate in questi mesi; 1000 persone che lavoreranno al testo della legge di riforma della scuola da qui al 22 febbraio 2015. La «carica dei mille» l'ha ribattezzata il premier Renzi. E di «metodo rivoluzionario» ha parlato il ministro Giannini.

Non ci vuol molto per capire che quantità non è garanzia di qualità. E la qualità può essere garantita solo dalla chiarezza delle idee. Porre delle priorità (poche, di grazia) e proporre strumenti concreti per realizzarle.

Quando invece Renzi parla di scuola è del tutto evidente che non abbia la più pallida idea di quali siano le priorità. Ne parla con il suo consueto tono di persona che vuol suscitare passione e coinvolgimento, e si diffonde in affermazioni piene di pathos su come tutto il nostro futuro dipenda dalla scuola, e su quanto sia importante il ruolo dei docenti. 

Certo, Renzi sa ed è convinto che la scuola sia importante: questo nessuno glielo nega. Ma chi ha dimestichezza con i tanti tentativi di cambiare la scuola cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, non può non sentire l'odore di vecchio che circonda tali affermazioni. Alla fine quel che passerà sarà solo l'assunzione dei precari, cioè l'unica cosa cui tengono coloro che sono i veri potenti in ambito scolastico: i sindacati.

Perché l'errore sta nel metodo. E finché l'errore di metodo rimane, nessuna buona intenzione governativa potrà dare un contributo effettivo al miglioramento del nostro sistema di istruzione e di educazione. Quel metodo sbagliato ha un nome preciso: centralismo.

Si possono consultare un milione, due milioni, dieci milioni di persone; si possono mettere intorno al tavolo a decidere mille, duemila, diecimila persone. Ma se alla fine quello che si vuol ricavare è un sistema centrale, buono per tutte le ''scuole del regno'' (con lo stesso schema di incastro delle discipline, delle cattedre, degli orari, con licei e istituti tecnici o professionali preconfezionati dall'alto) rimarremo sempre nella stessa situazione.

Insomma: finché la scuola sarà gestita centralmente dallo Stato, con quella pesantissima macchina burocratica che è il Ministero dell'Istruzione (con le sue propaggini regionali e provinciali) non cambierà mai nulla. O il centro dell'istruzione sono i singoli istituti in libera concorrenza tra loro, che – nel rispetto di standard qualitativi (quelli sì) decisi centralmente e convenientemente monitorati – decidono autonomamente che progetto educativo proporre alle famiglie e agli studenti, con quali docenti farlo, e con quali modalità disciplinari e di organizzazione delle cattedre e degli orari, oppure il dinosauro statale della ''pubblica istruzione'' continuerà a rimanere fermo, o tutt'al più muoversi di qualche millimetro.

Ma a questa piena autonomia e libera concorrenza tra istituti Renzi non crede. Anzi, forse è un problema di cui addirittura ignora l'esistenza. Renzi è uomo di sinistra, non è un liberale, e anche in questo campo non riesce a togliersi dalla testa l'idea di uno Stato risolutore dei problemi. Renzi non vuole una scuola diversa; vuole la stessa scuola, ma più bella. E non si rende conto che rimanendo metodologicamente uguale la nostra scuola non potrà fare altro che peggiorare.

Un episodio chiarificatore l'abbiamo avuto in occasione della recente visita di Renzi in Vaticano. Sia con il Santo Padre che con il Segretario di Stato Pietro Parolin Renzi avrebbe messo in chiaro che non ci sono più soldi per le scuole paritarie. Il solito metodo (per carità, applicato in questi anni sia da destra che da sinistra): lo Stato decide tutto, e amministra soldi a proprio piacimento. Chi vuol essere libero, si deve pagare la libertà di tasca propria.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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