L'INTERVISTA | 19 Ottobre 2015

«Aiutateci in Siria. In Europa non c’è futuro per noi»

In Italia per raccogliere fondi per i bambini di Damasco, il vicario francescano Raimondo Girgis racconta la scomoda verità sui profughi: «Per i siriani non c'è futuro in Europa». Su Assad: «Un leader amato dal popolo»

di ROBERTO BETTINELLI

Un uomo di studio e di azione. Ma Raimondo Girgis, frate francescano di Damasco, si definisce soprattutto «un uomo di Dio». In Italia per raccogliere fondi, padre Girgis è uno dei più apprezzati esperti di diritto canonico del Medio Oriente. Ha già pubblicato sette volumi. A breve la sua ultima fatica sarà data alle stampe. «Uno studio sul codice penale nel diritto della Chiesa» ci spiega. Un lavoro di oltre mille pagine e che ha richiesto diversi anni fra ricerche e approfondimenti, ma che non ha tolto un solo istante all’impegno pastorale. «I miei fratelli cristiani vengono prima di tutto, mi alzo ogni mattina alle quattro per leggere, studiare e scrivere. E’ una necessità, ma so che la priorità per un sacerdote è far comprendere il verbo del Signore nell’esercizio quotidiano della fede». 

Padre Girgis padroneggia quattro lingue: italiano, inglese, francese e naturalmente arabo. Figlio di un greco ortodosso e di una donna cattolica, è cresciuto a Damasco, ha studiato nella capitale siriana e a Roma. Vicario del convento francescano, ha 44 anni e ha preso i voti da 25 anni. «Fin da piccolo amavo lo studio. E’ così che sono entrato in convento. Una scelta che mia madre ha sempre sostenuto. Voleva che diventassi sacerdote. Per lei sarebbe stato un grande dono. Sono cresciuto avendo negli occhi la sua felicità». 

Ma quale era il suo desiderio?
«Pregavo la Madonna perché mi aiutasse a diventare sacerdote. Pensavo di non averne la forza. Poi ho scoperto che non c’era un’altra strada per me». 

Ci racconti della sua vita a Damasco…
«E’ una città in guerra. Viviamo sotto le bombe. Nel mio convento siamo rimasti in due».

Perché non ve ne andate?
«La Siria è un Paese che deve essere ricostruito. La mia missione è qui, in mezzo al mio popolo. Non riesco neanche a immagine di vivere lontano. Sono in Italia per raccogliere risorse. Abbiamo bisogno di tutto. Il mio pensiero va ai bambini di Damasco che non hanno più scuole dove studiare. Non hanno quaderni. Non hanno da mangiare. Non hanno acqua. E’ lì che ritornerò il prima possibile. Non c’è un altro luogo dove voglia stare».  

Milioni di siriani hanno già abbandonato il Paese dall’inizio della guerra civile nel 2011…
«Non condanno nessuno ma se la Siria vuole avere un futuro non può perdere i suoi figli. Il posto dei siriani è in Siria. Lo dico con la consapevolezza di chi sa che è una decisione che richiede coraggio. E’ la mia scelta. Ma non credo che andare in Europa sia la soluzione per il mio popolo». 

E qual è allora la soluzione?
«Rimanere nel luogo dove si è nati. Lottare per una Siria migliore. Più libera e più giusta. In Europa i siriani potranno solo diventare schiavi. Il lavoro non c’è e se anche lo troveranno saranno pagati meno degli italiani, dei francesi o dei tedeschi. I valori predominanti nella società sono differenti. E’ un mondo che non ci appartiene. Per noi la famiglia è tutto. In Siria non ci sono matrimoni civili e non c’è il divorzio. Il nucleo famigliare è un punto di riferimento che non può essere messo in discussione. In Europa non è così». 

Molti dei suoi connazionali sono scappati in Germania. Perché secondo lei?
«Sono attratti dalla ricchezza. Temono di perdere la vita. E’ una reazione naturale. Ma solo nell’immediato può avere una sua utilità. A lungo andare se ne pentiranno. saranno infelici. Impareranno la lingua tedesca, le leggi tedesche, le abitudini tedesche. Ma un giorno si sveglieranno un giorno e capiranno di aver smarrito la loro identità. Non è questa la strada giusta per loro». 

Che cosa dovrebbero fare?
«L’ho già detto: vivere in Siria. Il Paese dei loro padri e dei loro figli». 

Ma in Siria c’è l’Isis…
«Il terrorismo va combattuto con ogni mezzo. Un popolo senza classe dirigente è destinato a non maturare forme politiche autenticamente democratiche. Non dobbiamo permettere ai terroristi di privarci di chi ha la capacità di guidarci. Non abbiamo più dottori perché fuggono all’estero. Non abbiamo più manager che vogliono fare i sindaci o i dirigenti delle società che gestiscono i servizi pubblici. E’ impossibile immaginare il futuro di una nazione se le forze più istruite non si assumono la responsabilità di costruire con le loro mani il domani delle loro comunità». 

Ma come trattenerli contro la loro volontà?
«Non è possibile. Lo comprendo. Sono i siriani che devono decidere di restare. Devono capire che per loro non esiste la possibilità di essere felici altrove. Un popolo deve lottare per ottenere dignità e il rispetto dei diritti umani. Lo insegna la storia».

Qual è il sentimento dei siriani verso Assad?
«E’ un leader amato che è in guerra contro l’Isis e il Califfato. Un conflitto dal quale dipendono le sorti di tutto il Medio Oriente. Prima della guerra civile mussulmani e cristiani potevano esercitare il loro culto. Non c’era la democrazia come la intendono gli occidentali. C’era un solo partito politico. Ma abbiamo visto che cosa è accaduto quando si è tentato di esportare in Nord Africa e in Medio Oriente il concetto di democrazia degli europei e degli americani». 

Si riferisce alla ‘primavera araba’?
«Ha portato instabilità e distruzione. Le condizioni ideali perché prendesse piede il terrorismo islamico». 

Come vivono i cristiani in Siria?
«Prima della guerra eravamo un milione e 800mila su una popolazione di oltre 20 milioni. Oggi siamo forse 800mila. La gran parte ha deciso di andarsene vendendo tutto e cercando fortuna in occidente. Ad Aleppo c’erano oltre 250mila cristiani. Oggi sono forse 50mila». 

Per molti la colpa è del regime di Assad che non ha concesso le libertà fondamentali quando la ‘primavera araba’ è arrivata in Siria...
«Chi lo dice non conosce la realtà del mio Paese. Un giorno ho sentito personalmente Assad pronunciare queste parole: ‘Se la Siria non vuole finire come l’Afganistan ha bisogno dei cristiani’. Una frase confermata dai fatti. La domenica a messa c’era l’agente dei servizi di sicurezza, ma la messa era garantita a tutti e c’era la sicurezza per la propria incolumità. Lo stesso valeva per le celebrazioni dei mussulmani. Le due religioni erano trattate allo stesso modo». 

Oggi non è più così?
«E’ in atto un progetto politico che vuole cancellare in Medio Oriente la presenza dei cristiani. Il Califfato e l’Isis sono i nemici dell’occidente. La loro forza sta nell’ignoranza e nella povertà. I siriani delle città sono gente aperta e non fanatica. In Iraq da un giorno all’altro i mussulmani che abitano nei quartieri dei cristiani si sono trasformati in nemici. Lasciavano sotto la loro porta di casa messaggi del tipo ‘se non ve ne andate in 24 ore vi uccideremo tutti’. I cristiani scappavano. In Siria queste cose non accadono». 

I cristiani devono temere di più i sunniti o gli sciiti?
«I sunniti che sono appoggiati da Paesi molto ricchi e potenti come il Qatar e l’Araba Saudita». 

Come giudica l’intervento di Putin e della Russia al fianco delle truppe governative?
«L’occidente e la Russia devono individuare uno stesso nemico e combatterlo. I terroristi arretrano grazie a uno sforzo che vede impegnati diversi Paese. I siriani devono avere fiducia». 

Come valuta l’azione della Coalizione internazionale e quale deve essere il ruolo dell’Unione Europea?
«In Siria non si può prescindere allo stato attuale da una risposta militare. Se non vogliamo scomparire come nazione e come minoranza cristiana dobbiamo difenderci dalla brutalità dell’Isis. L’Unione Europea deve capire che non bisogna incentivare l’esodo ma aiutare i siriani a casa loro. Servono scuole, insegnanti, materiale didattico, cibo, acqua, energia elettrica. I Paesi europei devono favorire lo sviluppo e il benessere in Siria. Avrebbero molti meno problemi di quelli creati da una politica dell’accoglienza che non potrà mai tradursi in vera integrazione. E’ evidente che l’azione politica e militare deve concentrarsi sull’obbiettivo di sconfiggere i terroristi. Il passo successivo è ricostruire il Paese secondo i canoni del diritto internazionale». 

Che cosa intende quando parla di ‘diritto’?
«La democrazia richiede tempi lunghi di adattamento. Non è possibile trapiantarla all’improvviso dentro nazioni che hanno conosciuto l’evoluzione dei Paesi occidentali. Il che non vuol dire soffocare le libertà individuali. Oggi in Siria gli organi di informazione criticano apertamente i governo come in Europa e negli Stati Uniti. Ma il cammino per ottenere una democrazia compiuta è ancora lungo e non si deve commettere l’errore di voler bruciare le tappe». 

In che modo si può indebolire la capacità di reclutamento dell’Isis?
«Serve una crescita economica e culturale. Abbiamo davanti a noi un grande compito educativo. Servono imprese e servono scuole che facciano crescere i bambini e i ragazzi in un contesto dove l’uomo è davvero protagonista nella lotta del bene contro il nulla. Siamo in guerra da cinque anni. Ci sono bambini che hanno conosciuto solo sangue e vendetta. Come possiamo immaginare per loro un futuro?». 

Qual è la priorità per stabilizzare la pace?
«Garantire la libertà religiosa. Un principio che deve essere formalizzato nella nuova costituzione. Non possiamo nascondere la grande differenza che esiste fra la Siria e il Medio Oriente rispetto all’occidente ricco e democratico. Servono scuole religiose, cristiane e mussulmane, che insegnino l’ideale di una libertà che ama Dio e rifiuta la violenza». 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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