MILANO | 30 Aprile 2015

Albertini: “Expo? Nonostante tutto sono fiducioso”

Pisapia ha fatto poco, la Moratti ha sbagliato tanto. Alla vigilia di Expo, l’ex sindaco Gabriele Albertini, oggi senatore Ncd, parla degli ultimi anni della gestione di Milano senza sconti a nessuno. E traccia il profilo del candidato ideale per la città

di RICCARDO CHIARI

Finalmente ci siamo. Dopo polemiche, litigi, valzer di poltrone, scandali, truffe e chi più ne ha più ne metta, Expo 2015 prende il via in una Milano dal volto sì rinnovato, ma dall’animo ancora sospeso nell’incertezza. Fra padiglioni completati all’ultimo e altri in via di ultimazione, metropolitane in costruzione o inaugurate “a pezzi” e grandi opere in buona parte rimaste sulla carta, è difficile prevedere con certezza quale potrà essere l’esito di questo evento internazionale a lungo atteso. Di certo c’è solo il fatto che oggi sono in molti ad attribuirsi meriti per il raggiungimento di un traguardo che sarebbe stato impossibile tagliare senza quegli interventi strutturali, messi in atto ben prima che anche solo si parlasse di Expo, che hanno contribuito a un sostanziale ammodernamento della città.

Fra gli autori di questa rinascita c’è l’ex sindaco Gabriele Albertini, sotto la cui giunta Milano ha saputo uscire dalla “tempesta tangentopoli” e tornare in pochi anni a interpretare il proprio storico ruolo di ponte verso l’Europa, fondamentale per la nazione. All’ex sindaco, oggi senatore, abbiamo voluto chiedere un parere sullo stato attuale della città e sul suo possibile futuro, anche in vista delle elezioni comunali dell’anno prossimo.

Come giudica Milano oggi rispetto a quando l’ha lasciata?

«Da una parte, per fortuna, in continua evoluzione. Questo perché è in corso d’opera la gran parte delle azioni di rinnovamento urbanistico decise negli scorsi anni dalle precedenti amministrazioni, compresa la mia. Milano sta mutando più che sensibilmente la propria skyline. Interi quartieri, come CityLife e Porta Nuova, stanno cambiando radicalmente la propria struttura grazie all’intervento di architetti provenienti da tutto il mondo. È una città che si sta trasformando e che riesce a stare al passo coi tempi. Il rischio però è che dopo questo nuovo impulso si verifichi un’altra stasi».

Per quale motivo?

«Principalmente perché non solo l’Italia, ma il mondo intero, sta attraversando una delle peggiori crisi economiche, se non la peggiore, della storia. Ai tempi della mia giunta godevamo di un momento economico favorevole, il che ci ha consentito di investire con maggior sicurezza in progetti di sviluppo urbano. Oggi la situazione non è più la stessa. La crisi scoraggia di fatto ogni iniziativa che superi le normali spese di amministrazione».

Ma c’è dell’altro…

«Sì. L’attuale governo cittadino, guidato da una degna persona come Giuliano Pisapia, ha il grosso problema di essere composto da due “anime” in lotta fra di loro. Da una parte una componente che vorrebbe essere innovatrice e dall’altra quella che io definisco “talebana”, ossia super ambientalista. Un’ideologia che ha guidato alcune scellerate decisioni prese da questa attuale Giunta, come ad esempio la cancellazione del Piano Generale del Territorio, alias Borsa Immobiliare, che rientrava fra le migliori creazioni dalla Giunta Moratti».

In che cosa consisteva?

«Era un meccanismo di compravendita del mercato immobiliare che consentiva a chi avesse posseduto immobili sfitti, non abitati, in aree periferiche o di scarso valore, di poter vendere le proprie volumetrie a costruttori che ne avessero avuto bisogno per completare il proprio progetto edilizio. Chi vendeva riusciva a ricavare un utile dalla cessione di un edificio senza valore. L’area occupata da questo sarebbe poi divenuta proprietà del Comune che l’avrebbe riutilizzata per spazi pubblici, giardini, onlus e quant’altro. Chi comprava acquistava virtualmente la volumetria che gli avrebbe consentito di realizzare i propri interventi. A guadagnarci erano dunque entrambi gli attori dell’operazione. In un momento di crisi come quello che sta passando in questi anni il settore immobiliare, si possono facilmente capire i vantaggi di tale meccanismo. La giunta Pisapia, terrorizzata dalla cementificazione, ha cancellato questo provvedimento azzoppando ancor di più un mercato già claudicante. Una paura immotivata dal momento che il Comune, una volta in possesso di un immobile uscito dal mercato, avrebbe potuto abbatterlo e costruire un’area verde».

Giudica totalmente negativo l’operato della Giunta Pisapia?

«Più che negativo penso che sia stato un quinquennio di immobilismo. Se devo trarne un bilancio direi che restano soltanto le coppie di fatto, alcune zone del centro chiuse al traffico e qualche pista ciclabile. Forse si può dire che una delle poche cose buone che Pisapia ha fatto è stata una miglior regolamentazione dell’Area C rispetto alla follia concepita dalla Moratti. La nascita dell’Area C trae infatti origine da un criterio assurdo, ossia quello della pollution charge. L’obiettivo era migliorare la qualità dell’aria nel centro di Milano. Come se l’aria inquinata non fosse un fluido e si fermasse in prossimità delle barriere. Un provvedimento che ha portato a tre conseguenze negative. La qualità dell’aria non è migliorata, il costo comportato dall’intero sistema era pari ai ricavi provenienti dalla tassazione prevista e, in ultimo, le persone meno abbienti sono state le più penalizzate poiché, non essendo in grado di comprarsi un’auto nuova e meno inquinante, erano costrette a pagare i pedaggi. Bisogna riconoscere che Pisapia, convertendo la pollution charge in Area C, ha reso più assennato il meccanismo di tassazione».

Veniamo all’attualità: secondo lei Milano è pronta per Expo?

«Nonostante le premesse poco incoraggianti ho fiducia nel successo di Expo. Sarà un successo in chiave ridotta, inferiore alle aspettative. I visitatori difficilmente raggiungeranno i tanto sbandierati 20 milioni, ma l’evento rappresenterà comunque un tonico per l’economia del territorio con l’arrivo di nuovi capitali e di nuovo lavoro, come in parte sta già avvenendo a livello regionale. Basti pensare alla realizzazione della Pedemontana, della Tangenziale Est Esterna Milanese (TEEM) e delle nuove linee della metropolitana».

Tutte opere che però non saranno completate in tempo per Expo. Anche la stessa M5, per non parlare della M4, aprirà solo in parte...

«Per quanto riguarda le metropolitane, nello specifico la M5, anche in questo caso la responsabilità è di una scelta avventata di Letizia Moratti, la quale sprecò 335 milioni per riacquistare le azioni della Aem, venduta durante la mia Giunta, per fondersi con la Asm di Brescia e creare la A2A. Con questi soldi si sarebbe potuto realizzare il canale scolmatore, evitando le ripetute esondazioni del Seveso e terminare la linea 5 della metropolitana in tempo per Expo. Si tenga conto che ai miei tempi Milano spendeva 500 milioni all’anno in infrastrutture e si consideri quanto possa pesare, alla luce di questo, una spesa di 335 milioni».

Quindi sarà un Expo mancante di opere fondamentali solo per colpa di Letizia Moratti?

«La responsabilità non si può addossare tutta a lei. Ricordiamo che è grazie alla sua sapiente opera diplomatica che Milano è riuscita ad aggiudicarsi l’evento. Il problema principale è stato l’emergere immediato di dissidi fra le istituzioni. Letizia Moratti caldeggiò immediatamente la nomina del suo braccio destro, Paolo Glisenti, a plenipotenziario di Expo. Governo, Regione, Provincia, Comune e Camera di Commercio reagirono volendo inserire i propri commissari nella gestione. Famosa è la battuta di Tremonti, allora ministro dell’Economia: “Letizia, lo Stato Italiano non è tuo marito”. Come risultato Expo è stato governato, o meglio non governato, per gran parte del tempo, da un collegio commissariale. Questo stato confusionale ha favorito il generarsi di illeciti e la puntuale inosservanza dei patti di integrità fra committenti e appaltatori, con tutto quel ne è purtroppo seguito. Va riconosciuto al Governo Letta il merito di aver introdotto un commissario unico nella figura di Giuseppe Sala, un cocchiere arrivato quando le ruote del carro erano già malconce».

Che cosa avverrà dopo Expo?

«Anche questo purtroppo è un tema critico. Il vero problema sarà la valorizzazione dell’area utilizzata per Expo. Inizialmente il terreno, di proprietà degli imprenditori Cabassi, avrebbe dovuto esser dato in concessione, ma ci fu subito incertezza sulle condizioni e il prezzo. Alla fine si è costituita la società Arexpo, fatta da investitori pubblici, ossia Regione Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Fiera, Provincia di Milano e Comune di Rho. Col sopraggiungere della suddetta amministrazione talebano-ambientalista di Pisapia sono stati posti dei vincoli che, impedendo qualsiasi tipo di cementificazione su quei terreni, ne hanno ridotto il valore commerciale a poco più di zero. Questo ha significato una grave perdita sia per gli investitori pubblici sia per i cittadini, perché sebbene sia vero che il settore pubblico non deve ricavare profitti è altrettanto vero che non deve fare perdite, soprattutto perché poi a pagarne le conseguenze saranno i contribuenti. A partire da questa situazione si stanno ipotizzando le più disparate soluzioni. Quella per cui propendo personalmente è la costruzione del nuovo stadio di A.C. Milan. Anziché edificarlo nell’area Portello, già fin troppo sfruttata, si potrebbe impiegare l’area del post Expo. La costruzione di un nuovo stadio, che sarebbe già servito di metropolitana, potrebbe rappresentare un’attrattiva per la zona e la valorizzerebbe in modo significativo».

Comunque vada sarà una bella gatta da pelare per il prossimo sindaco di Milano

«Decisamente. Oltre a quello del post-Expo, ci sono altri seri problemi fra cui quello delle case popolari. Anche in questo caso ha prevalso una visione buonista che ha peggiorato una situazione già di per sé precaria. Basta rendersi conto del livello di assurdità dei fatti di cronaca che si leggono in proposito, come quello della signora andata per alcuni giorni in ospedale per farsi curare e che al suo ritorno ha trovato la propria casa occupata. Questo è quanto succede quando il giardiniere non cura il proprio orto. Cresce la gramigna. Sulle case popolari la Giunta Pisapia ha chiuso un occhio per troppo tempo. Le regole non sono state rispettate. Mentre il tema merita una visione strutturata e regolata da politiche di welfare che vengano incontro sì ai bisogni dei cittadini, ma non senza rinunciare a stabilire regole chiare».

Si è fatta un’idea su chi potrebbe vincere le prossime elezioni cittadine?

«Credo che con ogni probabilità sarà un renziano, di cui però non so ancora prevedere il nome. Il M5S candiderà Di Pietro, SEL punterà sulla figlia di Gino Strada, Cecilia. Per quanto riguarda il centrodestra è difficilissimo fare previsioni, per via dell’incognita Salvini. Se gli altri partiti di centrodestra si alleeranno con una Lega di stampo “tosiano” allora i due principali schieramenti potrebbero giocarsela. Storicamente le elezioni di Milano hanno avuto un ruolo profetico per quelle nazionali, in questo caso forse la prospettiva si rovescerà e Milano potrebbe avere un governo a immagine e somiglianza di quello nazionale».

Che cosa si augura per il futuro della città?

«Se dovesse configurarsi la situazione che ho descritto, ossia la vittoria di un sindaco di area renziana, mi auguro che questi attui una politica recettiva anche nei confronti del centrodestra moderato milanese. In fondo anche la mia amministrazione è stata sostanzialmente neutrale dal punto di vista dell’appartenenza politica. Abbiamo governato cercando di favorire l’imprenditorialità e la legalità. Guarda caso, il primo elemento è una bandiera della destra e il secondo della sinistra. Nonostante una Procura della Repubblica scrupolosa, per non dire aggressiva, nei nostri confronti, in nove anni di amministrazione, lungo i quali abbiamo investito 6 miliardi di euro, non c’è stata nemmeno un’inchiesta. Hanno indagato in ogni dove senza trovare nulla. Abbiamo invece fatto acquisire a vantaggio di Milano 30 miliardi di investimenti da tutto il mondo. Domandiamoci perché nelle aree riqualificate non compaiano i nomi dei soliti immobiliaristi o dei soliti architetti. Forse perché le nostre gare d’appalto erano davvero imparziali e questa pratica virtuosa ha attratto investitori pronti a scommettere sulla nostra città. Ecco, io vorrei che il prossimo sindaco fosse più civico e meno politico. Quello che la mia giunta ed io abbiamo tentato di essere, spero con un certo successo».


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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