ELEZIONI REGIONALI | 25 Febbraio 2019

Anche i sardi voltano le spalle ai 5 Stelle

Movimento 5 Stelle, ancora una bocciatura alle urne. In Sardegna DI Maio & C passano dal 40% al 10%. Vola il centrodestra unito mentre il centrosinistra tiene ma solo se abbandona lo schema Renzi-Calenda

di ROBERTO BETTINELLI

Nella sfida a tre delle elezioni sarde, per la verità, uno sconfitto c’è già. E’ il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio che esce con le ossa rotte anche dalla competizione isolana facendo segnare un clamoroso arretramento che porta il partito grillino da oltre il 40% dei consensi registrati lo scorso marzo ad un ben più misero 10%.

La colpa del tracollo non può essere semplicemente imputata alla scelta del candidato, Francesco Desogus, o alla capacità degli schieramenti storici del centrodestra e del centrosinistra di individuare personalità giudicate più affidabili e rappresentative dall’elettorato sardo.

L’ennesima batosta elettorale dei pentastellati detta una linea di continuità con i precedenti dell’Abruzzo e del Molise, le altre tornate elettorali locali in cui la compagine grillina ha deluso molto rispetto alle grandi aspettative suscitate dalle politiche che hanno aperto la via dell’esecutivo Conte.

Forse è proprio la partecipazione al governo con la Lega di Salvini a punire i 5 Stelle che, una volta insediati a Palazzo Chigi, sono stati criticati per non avere dato seguito ai messaggi lanciati in campagna elettorale. Un programma che era stato recepito dai militanti e dai sostenitori come maggiormente capace di fornire soluzioni più coraggiose su alcuni temi centrali: Ilva, il gasdotto pugliese, la Tav che viene tuttora contrastata ma dove resta ancora da sciogliere il nodo delle sanzioni da versare all’Europa in caso di non conclusione dell’opera. Anche il reddito di cittadinanza, evidentemente, non viene considerato sufficiente per decretare un giudizio positivo.

La carica antisistema dei 5 Stelle, che con ogni probabilità ha sempre rappresentato un’indiscussa fonte di fascino, non può che esaurirsi quando si assume il bastone del comando. La realtà, quando si ha in mano la principale leva decisionale del paese, si prende la rivincita rispetto ad una politica che si dimostra abile sul piano comunicativo ma che va in difficoltà, come è ovvio che sia, quando alle emergenze e ai problemi concreti è necessario garantire risposte praticabili in tempi rapidi. A questo punto l’esercizio prevalentemente demolitorio degli avversari non basta più dal momento che la priorità spetta alla bontà delle decisioni da mettere in campo per far fronte alle criticità.

Simultaneamente non si può non rilevare come in Sardegna il centrodestra e il centrosinistra, attraverso l’espressione di candidature unitarie come quelle dell’autonomista Cesare Solinas e dell’ex Sinistra ecologia e libertà Massimo Zedda, dimostrano di poter presidiare con efficacia il mercato politico assolvendo al compito di accogliere le domande di rappresentanza dell’elettorato.

Ma se il centrodestra gode di una temporanea posizione di vantaggio, grazie alla leadership nazionale di Matteo Salvini che sembra il solo a non pagare il logorio del potere governativo distinguendosi in questo da un Di Maio sempre più opaco, stupisce la ripresa di un centrosinistra che sembrava agonizzante e che invece ha la forza di risalire la china del consenso quando abbandona la strategia maggioritaria di Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Una lezione che Zedda ha ben applicato su scala locale e che Nicola Zingaretti intende replicare su quella nazionale riportando il Pd al centro di un eterogeneo sistema di alleanze comprendente tutte le anime della sinistra.

Gli schieramenti del bipolarismo, a prescindere da chi prevarrà nelle urne, dimostrano vitalità e capacità di coinvolgimento. A perdere, in Sardegna, è inequivocabilmente il Movimento 5 Stelle che risulta sempre più lacerato dalle ferite che dipendono dalla distanza tra la sensibilità governista e non ostile all’arte del compromesso di Luigi Di Maio, e le aspirazioni di una base che si sente ripetutamente tradita da un pragmatismo dettato dalle esigenze di governo che tende a prevaricare l’aspetto valoriale e delle convinzioni.

E’ la fotografia di una crisi profonda e complessa che indebolisce il maggiore partito di maggioranza relativa e che, nonostante le assicurazioni del vice premier Di Maio, non può non avere effetti sul governo dal momento che gli equilibri del 4 marzo si sono ormai ribaltati. E’ la Lega salviniana il partito più amato mentre i 5 Stelle seguitano a perdere terreno. Tutto ciò che hanno la possibilità di fare per ristabilire la parità penalizzerà l’alleato. E, quindi, l’esecutivo che è chiamato ad affrontare sfide sempre più impervie a partire dalla tenuta dei conti e dalla recessione alle porte. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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