RIFORME | 13 Marzo 2015

Anche la sinistra dice addio al 'parlamento perfetto'

Riforme costituzionali: addio al dogma del parlamentarismo che ha immobilizzato per decenni il Paese. Così la sinistra dà ragione alla destra dopo quasi 70 anni di inganni e ipocrisie

di ROBERTO BETTINELLI

La Costituzione non convince più nemmeno la sinistra. Se non tutta, almeno una buona parte. E’ questo il punto che non può passare inosservato dopo che il disegno di legge Boschi sulle riforme ha ottenuto il via libera dalla Camera.  

Nel lavoro dell’Assemblea costituente e nella magna carta che ne ha rappresentato il traguardo finale, la sinistra ha sempre visto l’atto di fondazione dell’Italia repubblicana. Il simbolo più alto della lotta contro la dittatura e il fascismo. Per la destra, invece, la Costituzione non ha mai cessato di avere un significato 'funzionale' e ordinario. Si tratta cioè del supremo regolamento che ordina e scandisce la vita delle istituzioni. Niente sacralizzazione quindi. Ma solo un giudizio che misura razionalmente la corrispondenza fra mezzi e fini. Da questa divergenza si comprende bene come per la sinistra la Costituzione sia una sorta di ‘bibbia’ intoccabile mentre per la destra, visti i cattivi risultati, un documento fallimentare che va corretto il prima possibile. Così la pensava Alcide De Gasperi e delo stesso avviso è sempre stato Silvio Berlusconi. Adesso, dopo decenni, si è venuta a creare una sopravvoposizione. Ma è stata la sinistra a dare ragione alla destra. Non il contrario. 

Sotto questo punto di vista il disegno di legge che porta il nome di Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme costituzionali e per i Rapporti col parlamento di un governo che va al traino del principale partito della sinistra, rappresenta un’indubbia novità. Il superamento del bicameralismo perfetto che sostituisce il Senato elettivo e assegna a Palazzo Madama la sola competenza sulle leggi costituzionali lasciando alla Camera l’esclusiva in merito alla fiducia al governo e alle norme ordinarie, fa tabula rasa dell’inutile staffetta fra i due rami del parlamento che ha paralizzato l’azione dello Stato, compromettendone l’efficacia e l’autorevolezza. 

Il tema dell'enorme disparità potere fra esecutivo e legislativo, con il fin troppo evidente sbilanciamento a favore del secondo rispetto al primo, figura da sempre nei programmi della varie ‘destre’. Liberali, missini, perfino i democristiani hanno denunciato a più riprese, ben prima dell’assalto berlusconiano, l’impianto idealizzante e farraginoso di uno statuto che ha dilatato oltre ogni misura di buon senso la sfera d’influenza del legislativo. La natura incerta, doppiogiochista e codarda della politica italiana è il frutto inevitabile di un documento che fin dall’inizio ha esaltato il dogma parlamentare, compromettendo irreparabilmente la capacità d’azione del governo. Il risultato è stato un Paese ingovernabile, dominato da coalizioni irresolute e traballanti dove il potere esecutivo si è ridotto ad essere un’entità istituzionale vaga e informe, priva degli anticorpi necessari per resistere agli attacchi e ai ricatti della partitocrazia. 

Il disegno di legge ha superato la difficile prova della Camera e ora deve tornare al Senato per la seconda lettura. L’esito del voto è noto. Pd e Ncd hanno dato il loro sostegno come era stato annunciato. Forza Italia, Lega e Sel hanno votato contro, ma gli azzurri hanno dovuto registrare una spaccatura interna. Su 489 presenti, 357 si sono espressi a favore, 125 contro, 7 gli astenuti. I grillini sono usciti dall’aula dando prova per l’ennesima volta dell’assoluta incapacità di poter far pesare davvero gli oltre otto milioni di consensi che si sono assicurati nelle ultime elezioni. 

Non stupisce che Forza Italia si sia divisa davanti a un testo che mette nero su bianco ciò che Berlusconi contesta da quando ha deciso la sua discesa in campo: l’impossibilità di guidare un Paese che toglie al presidente del Consiglio il bastone del comando, rendendolo schiavo dei partiti e svilendone il prestigio davanti al popolo. Se alla fine i 18 ribelli verdiani non hanno seguito l’istinto di votare a favore del disegno di legge, è solo perché in gioco c’era la credibilità dell’uomo al quale i deputati e i senatori di Forza Italia devono tutto. E cioè Silvio Berlusconi. Non ubbidire all’ordine di scuderia avrebbe significato fare a pezzi l’immagine di una leadership fortemente provata dalle sentenze e dai veti giudiziari ma che ora, grazie all’assoluzione del processo Ruby, potrebbe vivere un inatteso e sorprendente rilancio. 

Quanto a Pd e Sel, è vero che i mal di pancia e le frizioni nel primo caso non si contano mentre nel secondo l’opposizione alla linea di Renzi resta totale e senza sbavature, ma il partito di maggioranza relativa ha dimostrato di tenere davanti all’accusa di anti-costituzionalità che la minoranza dem ha sollevato sul ‘nuovo’ Senato e sulle alle altre due modifiche previste nel disegno di legge: l’innalzamento a 800mila firme per proporre il referendum invece delle 500mila attuali e il limite delle 250mila adesioni al posto delle 50mila stabilite per le iniziative di legge popolare. 

Il filo rosso che lega gli interventi correttivi sul Senato, il referendum, la promozione dal basso dell’iter legislativo è il medesimo che tocca la decisione di Renzi di riportare in capo allo Stato competenze strategiche come l’energia, le infrastrutture e le reti di trasporto. Si tratta molto semplicemente di rafforzare il potere del governo. Il che può avvenire solo se parallelamente c’è un contenimento del potere legislativo. 

Le riforme sono importanti, ma non bisogna farsi troppe illusioni sugli effetti che avranno per il Paese reale. Gli elementi di novità tendono a bilanciare un rapporto di cui finora ha fatto le spese l’esecutivo, ma non al punto da definire un assetto davvero congeniale a questo tipo di impostazione che non può prescindere dall’elezione diretta del capo dello Stato e dal varo di una repubblica presidenziale. Per la storia della sinistra il fatto che la Costituzione venga messa in discussione al punto da ridurre le competenze del Senato, rappresenta una rottura con il passato. Ma non siamo in presenza di una rivoluzione che può cambiare il destino della nazione. Depotenziare il Senato non vuol dire eliminare un’istituzione che ormai tutti considerano inutile. Vuol dire piuttosto garantirne la sopravvivenza. In formato ridotto, certo, ma il ‘carrozzone’ è sempre lì a succhiare soldi e risorse. Lo stesso vale per il federalismo e le Province. I costi ci sono ancora: meno che in passato, ma ci sono. Dire il contrario significa mentire. 

Intendiamoci, è meglio fare le riforme piuttosto che non farle e rimanere fermi. L’Italia è rimasta immobile troppo a lungo ed è apprezzabile che la maggioranza del Pd, in polemica con la minoranza interna e con Sel, prenda finalmente le distanze da una Costituzione che non è mai stata garanzia di governabilità. Ma i dati che fanno davvero la differenza per un Paese in crisi come il nostro sono altri. La produzione industriale, nel mese di gennaio, ha registrato un -2,2% rispetto allo scorso anno. Un valore pari allo 0,7 in meno rispetto a dicembre. Renzi e il suo governo, se vogliono lasciare il segno, dovrebbero essere 'rottamatori' e rivoluzionari sul fronte fiscale, abbassando drasticamente le tasse sulle imprese e sulle famiglie. 

Finora l’aspetto più rilevante del disegno di legge sulle riforme è unicamente politico. La Costituzione sta cambiando. Poco, ma sta cambiando. E questo processo sta avvenendo per la prima volta sotto l’egida di un governo dove è la sinistra, non la destra, a tenere le redini. Un bel passo in avanti. Ma è chiaro a tutti che non basta per risollevare il Paese.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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