LA RABBIA DEI CITTADINI | 17 Novembre 2014

Anche le lacrime di Pisapia inondano Milano

Il sindaco si dice amareggiato per il disastro del Seveso. Si poteva fare di più? Pare di sì…

di RICCARDO CHIARI

Dice di aver pianto lacrime amare di fronte allo scempio della sua Milano.

Il sindaco Giuliano Pisapia, lo stesso che nel 2010 invitava la giunta Moratti a fare le valigie all’indomani di una delle innumerevoli inondazioni del Seveso, oggi piange.

Piange come il cielo grigio che continua a minacciare la sua città.

Piange a dirotto, come una fontana, quella appena restaurata di Piazza Giulio Cesare.

Piange come un novello Simon Boccanegra, come Cesare davanti alla testa di Pompeo, come Alessandro Magno che contempla l’oceano.

E se di oceano non si tratta poco ci manca. Il 15 novembre, nel giro di poche ore, la povera ricca Milano ha visto sorgere nuove e impreviste vie d’acqua lungo un’area di diversi chilometri quadrati da nord a est. No, non si tratta dell’ameno percorso di canali e canaletti progettato in vista dell’Expo. Quello non si farà, chiaramente.

A spremere i dotti lacrimali del Primo Cittadino è stata la rabbia scatenata da due fiumi, il Seveso e il Lambro, indomabili corsi d’acqua di portata e potenza tali da far impallidire il Nilo e il Rio delle Amazzoni, resi eccitati e ribelli da un diluvio universale durato la bellezza di un giorno intero.

Di fronte allo scatenarsi di forze naturali così soverchianti, il povero sindaco s’è arreso, ha richiesto lo stato di calamità, si è ritirato nelle sue buie stanze e ha vegliato tutta la notte, mentre l’assessore all’urbanistica, edilizia privata e agricoltura, Ada Lucia De Cesaris, s’è fatta carico di rispondere su Twitter ai feroci strali degli ingiusti cittadini.

“Noi stiamo lavorando” scrive “e se si fanno le vasche è anche grazie a questo impegno”.

Un messaggio sibillino. Ma bisogna comprendere: l’assessore ci parla da un’altra dimensione. Non può perdere tempo a spiegare ai comuni mortali, ai meschini che si lamentano per una cantina allagata o per essere rimasti bloccati un paio d’ore in ascensore, che tutto questo non è responsabilità del Comune, ma del Fato, che ci sono forze oscure e misteriose contro le quali il Sindaco e i suoi accoliti sono chiamati a combattere con strenuo coraggio giorno dopo giorno.

Occorre quindi rendersi umili, raccogliere il prezioso Verbo e cercare di interpretarlo.

Le vasche.

“Si tratta forse delle fantasmagoriche vasche di laminazione?” chiede un ingenuo cittadino che non sarebbe nemmeno tenuto a conoscere simili arcani.

La risposta è il silenzio.

Le vasche di laminazione, già.

Se ne parlava in tempi antichi. Alcuni sostengono si tratti solo di una leggenda, altri, i più anziani, giurano e spergiurano di averle viste, in un’epoca ormai lontana, attive, utili e poi, un brutto giorno, misteriosamente scomparse.

Consultando i testi sacri del web si apprende che “il 10 novembre 2014 la Regione Lombardia ha pubblicato online il progetto definitivo delle vasche di laminazione di Senago, consegnato dall’Aipo, l’agenzia interregionale per il fiume Po. Si tratta di una delle opere per contenere le piene del fiume Seveso nell’area nord di Milano”.

Bene. E il Comune di Milano?

“Un’ulteriore area di laminazione” continua l’articolo “è in corso di progettazione da parte del Comune di Milano”. 

Inutile far notare che il 10 novembre è praticamente l’altroieri, che le esondazioni del Seveso durante l’amministrazione Pisapia, e a onor del vero anche durante le amministrazioni precedenti, non si contano e che appena nel mese luglio 2014 il Seveso è esondato ricoprendo di melma interi quartieri. Tali questioni sono ripicche da plebaglia, particolari secondari e sfacciatamente polemici, miopi osservazioni di cittadini reazionari che dimostrano un’inspiegabile scarsa fiducia nella celerità con la quale notoriamente in Italia le opere “in fase di progettazione” passano in poco di che alla vera e propria realizzazione, un esempio su tutti l’Expo e i suoi derivati.

Affidiamoci dunque alle capienti vasche che abbiamo scoperto non essere frutto della fantasia di qualche burlone, ma vere e proprie realtà in procinto di dimostrarci la loro provvidenziale azione.    

Concentriamoci sulla parola “impegno”. Anche questa genera non poche domande e forse più misteri delle stesse vasche.

Questo perché, lungi dal non voler prendere per vere le parole dell’Assessore-sibilla, noi mortali non siamo davvero riusciti a scorgerlo quest’impegno.

Non c’è stato alcun impegno nell’aprire i chiusini (si chiamano così ma possono essere aperti) dei quartieri Isola e Ca’ Granda, procedura che di norma viene svolta durante le fasi critiche di esondazione del Seveso.

Nessuno si è impegnato nel chiamare in servizio un maggior numero di uomini fra Vigili del Fuoco, Vigili Urbani, Forze dell’Ordine in aiuto alla popolazione. Il numero degli agenti operativi è rimasto lo stesso di una qualsiasi altra giornata di normale amministrazione.

Soprattutto nessun impegno si è visto nella pulizia delle strade. L’esondazione del Seveso e del Lambro è avvenuta sabato 15 novembre. Domenica 16 i viali inondati dall’acqua erano in gran parte coperti dal fango. Lunedì 17 numerose scuole erano inaccessibili per la grande quantità di fango presente davanti all’ingresso.

Non si sa se attribuire allo scarso impegno o alla vera e propria sprovvedutezza l’aver autorizzato l’apertura del mercato di piazza Lagosta i cui rifiuti sono stati allegramente travolti e trasportati dalla piena lungo le vie del quartiere Isola.

L’impegno s’è invece visto, eccome, da parte di molti milanesi che hanno messo mano alle vanghe e alle ramazze per ripulire dal fango vialetti, box, cantine e in alcuni casi le loro stesse abitazioni invase dall’acqua.

Sì, di quest’impegno, noi comuni mortali possiamo parlare. L’abbiamo fatto spesso, lodando la tenacia e la laboriosità di chi di fronte a tali spiacevoli eventi non si arrende e ricomincia da capo.

Di questo possiamo parlare e non dei lugubri pensieri che affollano il cuore del Sindaco di Milano. Non riusciamo a raggiungere tanta sensibilità. Possiamo soltanto stare a guardare, fingere di soffrire tanto quanto lui e, al limite, tentare maldestramente di asciugare con la nostra misera opera le sue lacrime perdute nella pioggia.

     


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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