PUBBLICO IMPIEGO | 21 Gennaio 2016

Fannulloni, sarà l’ennesimo buco nell’acqua?

Decreto anti fannulloni. Gli statali producono il 50% di assenteismo in più rispetto al settore privato con un danno di 3,7 miliardi di euro. Le leggi finora non hanno funzionato. Renzi ci prova, ma pare più una mossa per risalire nei sondaggi

di ROBERTO BETTINELLI

Un Renzi mai domo sul fronte della comunicazione non può che prendersela, alla fine, con il tallone di Achille dello Stato: i dipendenti pubblici. Un target, si sa, particolarmente vicino al Pd. Da qui la decisione di procedere con i piedi di piombo nonostante il battage pubblicitario e di esternalizzare al ministro Madia il compito di arrivare fino al traguardo. E’ il solito trucco del premier. Se la cosa va bene, è lui che ci guadagna. Se c’è aria di bruciato, lui si sfila e sono gli altri a rimetterci. 

Una categoria, quella degli statali, odiata dalla gran parte degli italiani. E non a torto dal momento che producono il 50% di assenteismo in più rispetto al settore privato con un danno di 3,7 miliardi di euro. Le cifre, enormi, sono di Confindustria e, molto probabilmente, non rendono ragione fino all’ultimo centesimo della voragine. 

Un malcostume, quello dei ‘furbetti del cartellino’, che dilaga in tutta Italia come dimostra il caso di Sanremo con i quattro dipendenti comunali licenziati dopo l’avvio dell’indagine ad ottobre ma che man mano che si scende verso Sud peggiora a vista d’occhio. L’epicentro pare essere Roma che sempre più si guadagna il titolo di capitale dello spreco. 

Il governo, alla disperata ricerca di consensi sul piano della politica interna a causa della débacle sulle banche, sa che è il momento giusto per intervenire. Il tempismo è sospetto. Se ci fosse stata davvero la volontà di mettere fine ad uno scempio che grida vendetta, Renzi avrebbe dovuto agire prima. Nell’agenda del governo figurano almeno due precedenti. La discussione sulla legge del Jobs Act che via via ha visto inaridirsi il capitolo del pubblico impiego fino a stralciarlo completamente. E successivamente la riforma Madia che, dopo aver suscitato aspettative importanti, ha portato a ben poco. Gli undici decreti attuativi sono arrivati in nottata, ma per combattere apatia, lassismo e frodi non è stata fatta la cosa essenziale: cancellare l’articolo 18. Un’azione che invece Renzi, muovendosi di comune accordo con i sindacati, ha accuratamente evitato di fare. 

Una riforma del pubblico impiego che faccia finalmente tabula rasa dei privilegi di cui godono i ‘servitori’ dello Stato è giusta e doverosa: nel 2013, ricorda Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, ci sono stati oltre 7mila procedimenti per assenteismo ma sono scattati solo 220 licenziamenti.

Una percentuale ridicola che evidenzia il fallimento delle strategie precedentemente messe in atto. Una su tutte, la legge 150 dell’ex ministro Brunetta, ha avuto il merito di aprire una fase di revisione anche se, dopo il beneficio iniziale, ha smesso di produrre effetti positivi. Sempre Rizzo ricorda che degli oltre 700 vigili romani svaniti nel nulla a Capodanno, nessuno ha perso il posto di lavoro. 

Il governo ora ha varato misure annunciate come rivoluzionarie. Si tratta della sospensione dal lavoro e della retribuzione entro 48 ore dall’accertamento del fatto, la sanzione del dirigente che non denuncia l’illecito e che può giungere al licenziamento, un procedimento disciplinare lampo di 30 giorni. L’intera procedura si applica alla «falsa attestazione della presenza in servizio» e solo davanti a prove inoppugnabili come l’uso del badge e i filmati delle telecamere. 

Limiti, questi, che rischiano di confinarne la capacità di intervento ai casi più clamorosi. E, forse, nemmeno a quelli considerati gli ostacoli insuperabili dell’articolo 18 che sancisce la sostanziale illicenziabilità dei dipendenti pubblici, la forma mentis dei magistrati che seguitano imperterriti, in sede di giudizio, a non riscontrare il dolo accettando ogni volta gli alibi più assurdi, la cooptazione e la paura dei dirigenti, la connivenza dei sindacati e una giurisprudenza iniqua che si è accumulata negli anni vincolando l’esito delle cause più recenti.

Il decreto del governo Renzi serve a provocare un salutare colpetto nei sondaggi che rilevano il gradimento dell’opinione pubblica per il premier e il suo esecutivo, sempre più bisognosi di rinforzi, ma in assenza di una autentica riforma radicale rischia di essere un buco nell’acqua. L’ennesimo. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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