REFERENDUM | 14 Aprile 2016

Basta prediche: l'astensione è un diritto sacrosanto

Non ne possiamo più di lezioncine di morale civica. Smettetela di importunare chi il 17 aprile resterà a casa per affossare il referendum antindustriale sulle trivelle. Astenersi è legittimo. Lo dice perfino un ex presidente della Repubblica. L'opinione

di LUCA PIACENTINI

E' ora di finirla con le prediche del 'buon cittadino'. In democrazia occorre ritrovare il senso delle cose e un po' di pragmatismo. Il voto è un mezzo e non un fine. Quindi non va assolutizzato. Come non va assolutizzata la democrazia stessa, nel senso che non deve essere presa come ideale in sé, fine ultimo da raggiungere, ma va trattata per quello che è: un mezzo. 

Proprio come il referendum abrogativo: se non è lo strumento migliore per raggiungere un determinato scopo, come nel caso di chi non condivide il quesito del referendum pseudo ambientalista sulle trivelle e lo giudica inutile, non va utilizzato. Ergo: se si é contrari, è più efficace astenersi e scommettere sul mancato raggiungimento del quorum.

Chi decide di starsene a casa e di non andare a votare il 17 aprile per far fallire il referendum fa una scelta legittima (oltre ad avere l'approvazione di chi scrive, per il poco che vale). E, soprattutto, ha il diritto di non sentirsi dire che è 'meno cittadino', nè può accettare le stucchevoli - e tutto sommato banali - lezioni di morale civica da parte di personaggi più o meno in vista che siamo costretti a sorbirci in queste ore su giornali e televisioni.

Per prima cosa è bene ricordare che la democrazia non è il migliore sistema politico possibile. Ma è il regime che fa meno danni e ad oggi sembra garantire di più in termini di costi-benefici. 

A riguardo è efficace la concezione procedurale della democrazia, lontana dall'ideale roussoiano: la democrazia è un mezzo per selezionare la leadership di governo. Si tratta di una visione meno astratta di quella classica-populista e che risolve anche numerosi problemi di interpretazione, riuscendo cioè a spiegarne la realtà concreta meglio dell'idea ingenua di 'governo del popolo', che di fatto è recettore passivo più che produttore di politiche e leggi, proposte e approvate invece dalle elite. 

In secondo luogo la democrazia non coincide con il voto. L'abbiamo scritto più volte richiamando le condizioni necessarie indicate dal politologo Robert Dahl affinché essa sia sostanziale e non formale. Non bastano le elezioni, non è sufficiente il voto. La chiamata dei cittadini alle urne deve essere accompagnata da effettive garanzie che tutelino minoranze, libertà di informazione, di espressione e opinione, modalità corrette di svolgimento delle stesse votazioni, libertà di associazione, etc. Questo per chiarire che, in ogni caso, l'espressione del voto non fa di per sé la democrazia. 

La storia è piena di elezioni fasulle e truccate, utili solo a dare una parvenza di legittimazione popolare a dittatori più o meno improvvisati. Dunque neppure il voto va assolutizzato. Quindi non vale l'argomento secondo cui andare a votare il 17 aprile sarebbe una condizione essenziale della vita democratica del paese. Sbagliato: la verità è che l'affluenza  al referendum abrogativo rischia spesso di giocare a favore dei proponenti.

E poi, scusate, parlando di elezioni politiche e astensione: cosa dovremmo dire dei milioni di italiani che i sondaggi indicano comunque inclini a non votare a causa dell'offerta elettorale insoddisfacente? Che sono 'meno cittadini'? Troppo comodo incolpare gli elettori per l'astensione. Forse dovremmo chiederci, e dovrebbero chiedersi anzitutto i politici screditati, perché gli astenuti sono 'cittadini delusi', dovremmo impegnarci a far capire perché le elezioni sono un valore - cosa di cui sono convinto - piuttosto che chiamare semplicemente ad assolvere un dovere. 

Terzo punto: la teoria dei veti nell'analisi politica mostra che il referendum e gli altri strumenti di democrazia diretta non è scontato avvicinino la scelta collettiva alla volontà popolare, in quanto l'esito dipende da chi detiene il potere d'agenda e può proporre il referendum, dal grado di informazione degli elettori e da quanto sono estremi i quesiti proposti, cioè lontani dalle opinioni più condivise dell'elettorato. 

Quarto e ultimo punto: la Costituzione non dice che votare al referendum è un dovere civico. L'articolo 48, che viene spesso indicato dei sostenitori della partecipazione a tutti costi, si riferisce alle elezioni politiche. L'articolo 75 che disciplina il referendum abrogativo non ne parla. E nonostante non ne condivida la visione politica, sul punto è utile citare il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che in un'intervista a Repubblica spiega efficacemente questo aspetto. Alla domanda del giornalista se sia legittimo invitare all'astensione, l'ex capo dello Stato risponde: «Se la Costituzione prevede che la non partecipazione della maggioranza degli aventi diritto è causa di nullità, non andare a votare è un modo di esprimersi sull'inconsistenza dell'iniziativa referendaria». Più chiaro di così.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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