VITA DA LEADER | 29 Settembre 2016

Berlusconi, il genio e il rivoluzionario

Silvio Berlusconi compie 80 anni. La sinistra lo accusa di non aver fatto abbastanza per il Paese, ma nessuno in politica e in economia può dire di essere stato altrettanto rivoluzionario e innovatore. Per sè e per gli altri

di ROBERTO BETTINELLI

Gli ottantanni di Silvio Berlusconi hanno scatenato una serie di valutazioni politologiche e morali da parte degli esponenti dell’intellighenzia di sinistra, fra questi figurano in prima fila Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari, in cui l’elemento della virtualità prevale su quello della realtà. Il Cavaliere viene descritto e commentato non per quello che ha fatto ma per quello che avrebbe potuto fare. E che, ovviamente, non ha fatto per sua deficienza e incompiutezza. 

Un giudizio strumentale rispetto al disegno politico di diminuire il valore di una personalità straordinaria che ha riformato le categorie della politica italiana e che ha lo scopo, congiuntamente, di ridurre la portata delle molteplici ed umilianti sconfitte accusate dagli epigoni del Pci e della Dc. 

Chiariamoci: Silvio Berlusconi non è né un santo né l’unto del signore né l’uomo della provvidenza. Ma è stato, indubbiamente, un innovatore. Un genio del cambiamento. Ha profondamente stravolto e rifondato certezze che sembravano incrollabili nei vari ambiti in cui si è cimentato manifestando, ogni volta, capacità e qualità eccezionali. 

Partiamo dalla politica. Negli anni in cui la prima repubblica stava miseramente affondando nella palude della corruzione e dell’autoconsunzione Berlusconi ha lanciato una nuova formazione, Forza Italia, che imponeva una tipologia di partito anglosassone del tutto opposta al simulacro delle ‘chiese’ che dominavano la scena nazionale e che risultavano ormai scollegate rispetto alle abitudini e alle mentalità. 

Volti nuovi, telegenici, messaggi semplici ma ancorati alle necessità della gente comune, un linguaggio essenziale e quotidiano che nulla aveva a che fare con il politichese democristiano o postcomunista, l’esaltazione del modello aziendale, l’importanza dei numeri associata al riconoscimento del ruolo dell'emozionalità. Tutte novità che hanno consegnato al centrodestra la prima di una serie di vittorie elettorali contro lo schieramento delle sinistre. 

Silvio Berlusconi, con la sua discesa in campo, ha dato cittadinanza politica ai postmissini di Fini e ai leghisti di Bossi riconducendo saldamente nell’alveo della politica democratica forze che, in virtù della loro storia e dell’ostracismo subito a partire dall’immediato dopo guerra, rischiavano di rimanere confinate in un ghetto iprocrita e pericoloso. 

Un’operazione, questa, tutt’altro che intellettualistica come hanno dimostrato gli esiti di ripetute votazioni ad ogni livello di governo in cui il centrodestra, grazie alla formula del tridente costituito dal centrismo di Forza Italia e dal binomio di regionalismo e nazionalpopolarismo incarnati dalla Lega bossiana e da Alleanza Nazionale, si è imposto con maggioranze generose facendo affiorare una pari se non superiore responsabilità istituzionale rispetto alle coalizioni progressiste. 

Berlusconi è stato un uomo politico capace di comprendere gli umori e il sentimento più recondito del Paese, andando oltre le convenzioni, i tabù e le osservanze di rito. Un dono straordinario che, a fronte di una classe dirigente abituata a godere di rendite di posizione e di carriere fittizie maturate all’ombra del segreterie di partito, era prendeva ulteriore slancio grazie ad un passato di encomiabili prestazioni scolastiche e attitudini imprenditoriale assolute. 

Le città giardino di Milano 2 e Milano 3 hanno rappresentato interventi di rottura rispetto all’urbanistica anonima e massiva che dominava a cavallo degli anni ’70 e ’80. Una progettualità unica e all’avanguardia che sviluppava una concezione dell’abitare non disgiunta dal ‘fattore umano’ ossia da un rapporto armonioso fra la persona e lo spazio di vita inteso a recuperare ampi orizzonti di verde e di serena socialità, introducendo una modalità di trasporto che contemplava già percorsi pedonali e ciclabili, realizzando nel quartiere una comunità autentica e ordinata. 

Per fare tutto ciò Berlusconi si è avvalso dei migliori progettisti di edilizia residenziale che il mercato poteva offrire, ma è innegabile che senza una vocazione imprenditoriale coraggiosa e illuminata, di chiaro stampo umanistico e cattolico, alcuni degli esperimenti di maggior successo dell’urbanistica contemporanea non sarebbero mai venuti alla luce.

Infine le televisioni. Mediaset è stato un miracolo imprenditoriale che si è imposta contro una legislazione bolscevica che comprimeva gli sforzi del privato dentro un assetto economico in cui il pubblico spadroneggiava in ogni settore. Il ‘modello americano’ di Italia Uno, Canale 5 e Rete 4 metteva al centro dell’industria dell’intrattenimento il tema del profitto puntando sulla raccolta pubblicitaria tramite la concessionaria Publitalia 80. Lo stesso modello che una Rai lottizzata e stipata di raccomandati, aiutata dal canone e da un granitico monopolio, perseguiva nell’opacità di un servizio pubblico che non è mai stato all’altezza dei competitor occidentali pagando un dazio eccessivo all’invadenza del potere dei partiti. 

Certo, a sentire Scalfari e Mauro bisognerebbe dare più importanza a quello che Berlusconi doveva essere e non è stato. Una lettura di comodo che predica un prototipo televisivo meno aggressivo sul piano commerciale e più votato alla terzietà di una informazione che avrebbe dovuto prevalere sul desiderio di trasmissioni alla ’Drive In’ o che stigmatizza una militanza politica incapace di evitare la trappola di scandali sessuali e ragionata al punto da costruire una quieta successione della leadership. 

Ma quando si predilige la virtualità alla cruda manifestazione dei fatti, diventa fin troppo facile esercitare l’arma della critica. Ed è per questo che l’arma, ineluttabilmente, risulta spuntata. 

Berlusconi ha fatto sognare gli italiani, catturandone la stima e la fiducia, perché è stato prima di tutto un uomo che ha tradotto nella pratica intuizioni lungimiranti e rivoluzionarie che hanno assicurato ricchezza e benesere diffusi. Ha spiazzato gli avversari, nella sfera politica ed economica, come pochi sono riusciti a fare. Si è risollevato più volte e ha costruito un impero che ha retto, forte di una sua ragione imprenditoriale autonoma, nonostante l’urto di decenni di indagini giudiziarie e di casi montati da una magistratura che colpiva il nemico politico prima ancora del reo. 

E se alla fine l’intimità del personaggio non è stata adeguata alle pudiche richieste della visibilità pubblica è perché forse, in lui, c’è stata più onestà e perché, contro di lui, si sono scatenate forze ben più soverchianti. Ma in ogni caso, quando si cede alla tentazione di colpire la dimensione del privato di un uomo pubblico con inappellabili giudizi di condanna, è sempre bene procedere con prudenza. Qui più che mai vale il detto evangelico ‘Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra’. 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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