IMPRESA (IM)POSSIBILE? | 24 Marzo 2016

Bloccare lo jihadismo nel ventre molle dell’Europa

L'attacco a Bruxelles dimostra che la sicurezza europea fa acqua da tutte le parti. Servono cooperazione tra intelligence e banca dati jihadismo. Ma la lotta al terrore passa dalle decine di Molenbeek sparse per l’Europa che rifiutano l’integrazione

di LUCA PIACENTINI

Mentre finiscono sotto accusa gli apparati di intelligence del Belgio, che secondo il quotidiano israeliano Haaretz avrebbero addirittura sottovalutato indicazioni di imminenti attentati alla metro e agli aeroporti, dopo l’attacco terroristico del 22 marzo emergono in tutta la loro drammaticità i limiti della costruzione europea. Che se dal punto di vista politico-istituzionale ha lacune evidenti, sul piano della sicurezza fa acqua da tutte le parti. 

Di fronte ad un autoproclamato Stato Islamico sempre più dinamico, preciso e pericoloso, l’Unione Europea appare oggi incapace di risposte efficaci. Non a caso il presidente del Ppe Manfred Weber in un’intervista al Corriere sollecita un cambio di passo, sottolineando il deficit inaccettabile nella circolazione delle informazioni sui passeggeri degli aerei, le transazioni finanziarie e la diffusione dello jihadismo negli stati membri. 

Su tutto la debolezza del Belgio, che alcuni analisti definiscono il ventre molle del continente: evidentemente non dispone né delle risorse, né della forza politica necessarie a fronteggiare un fenomeno, quello della radicalizzazione islamista, che sembra ormai sfuggito di mano. Senza contare episodi apparentemente incomprensibili, come il fatto che uno degli attentatori, secondo quanto dichiarato dal presidente turco Erdogan, mesi fa sarebbe stato bloccato dalle autorità di Ankara, estradato ma poi rilasciato dai Paesi bassi. 

La falla nella sicurezza causata dal mancato coordinamento e scambio di informazioni tra i servizi di intelligence europei è resa ancora più insidiosa dal trattato di Schengen e dall’apertura delle frontiere interne. Lo Stato islamico non solo approfitta di questi limiti evidenti, ma va oltre e fa un salto di qualità. 

Stando infatti al dossier di una cinquantina di pagine redatto dai servizi francesi dopo gli attacchi di Parigi, un documento che il New York Times ha visionato, gli uomini dell’Isis hanno una formazione temibile, sono addestrati a maneggiare esplosivi fatti in casa (Tatp o triperossido di triacetone), costruiti con ingredienti di libera vendita ed estremamente instabili; sono capaci di gestire e utilizzare software di crittografia ultramoderni, si muovono con documenti falsi di ottima fattura e sono molto mobili nella pancia di quell’Europa che cerca affannosamente di intercettarli e bloccarli. 

I ministri dell’Interno dei paesi membri sono al lavoro per sbrogliare il bandolo della matassa e tentare di riannodare i fili di una rete di sicurezza più efficiente. Ma la reazione delle forze di polizia e dei servizi di intelligence, per quanto dura e forte, non basterà. Da parte degli Stati europei occorre una presa d’atto dell’importanza dell’aspetto culturale del problema, il rifiuto dell’integrazione che si annida nelle decine di Moleenbek sparse per l’Europa descritte da Alberto Negri sul Sole24Ore e la presenza di fiancheggiatori in alcune comunità islamiche, come rilevato da Vittorio Emanuele Parsi sempre sul quotidiano economico-finanziario. La lotta al terrorismo islamista passa (o parte?) da qui.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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