RUSSIA | 04 Marzo 2015

Boris Nemtsov: il primo morto della prossima guerra?

L'omicidio del dissidente russo alza di nuovo il velo sull'incertezza dei rapporti tra Occidente e Cermlino. Ma l'accordo siglato in questi giorni da Polonia, Lituania e Ucraina apre nuovi scenari

di ALBERTO LEONI

L’omicidio di Boris Nemtsov, eseguito a due passi dal Cremlino, in una zona tra le più sorvegliate di Mosca riesce a stupire e a sgomentare noi occidentali, razionali e riflessivi. Innanzitutto non si capisce bene perché un uomo che, un mese fa, dichiarava di temere per la propria vita a causa della sua opposizione a Vladimir Putin avesse come unica “guardia del corpo” una splendida figliola. Ma il vero motivo della nostra apprensione, almeno di chi sta guardando quello che accade in Ucraina, è la totale (nostra) incomprensione della posta in gioco e di chi si erige ad antagonista dell’Occidente.

In fondo, a dire il vero, l’Occidente sta un po’ sulle scatole a tutti: persino quei bei tomi di “Boko haram” il cui senso letterale è più o meno “l’Occidente (boko) è peccato (hama)” ritengono doveroso prendersela con l’Occidente proprio perché così insopportabilmente civile. Ora, se lo Stato islamico dichiara guerra all’Occidente nessuno se ne stupisce, anzi, quasi può far piacere, poiché avere gente così disumana come nemica fa, come dire, aumentare l’autostima, ci fa sentire migliori, più virtuosi. In un recente sondaggio “Panorama” rivelava che più del 50% degli italiani approva un eventuale intervento militare contro lo Stato Islamico.

Al contrario, immaginare di avere come possibile nemico una Russia, dittatoriale, corrotta, statalizzata finché si vuole ma sempre Europa, e con tesori culturali che hanno fatto rinascere il continente, non può non addolorare. Eppure quell’Unione Sovietica che era stata una minaccia per il mondo sta lentamente risorgendo con una forza revanscista tale da ricordare la Germania del 1938. Anche allora Hitler si pose come garante e difensore dei Volksdeutsche, dei tedeschi che languivano sotto altri governi, annettendo l’Austria, i Sudeti poi tutta la Ceslovacchia e infine scatenando una guerra mondiale per una città, Danzica, che non si poteva non considerare tedesca. Oggi il governo russo mette in pratica una legge costituzionale, risalente al 2001, nella quale sono precisate le modalità di adesione alla Federazione russa da parte di stati esteri o territori appartenenti a stati esteri. Nel contempo, dal 2014, è punito con 5 anni di carcere chi faccia apologia del separatismo dalla Federazione russa (Fonte: La nuova Europa, Una nuova soglia per la Russia, settembre 2014, p. 50). Viene da chiedersi chi abbiamo di fronte, guardando alla violenza di certa propaganda, a certe dichiarazioni ciniche e sfrontate come quella di Putin a Budapest. «Perdere è sempre brutto, è sempre un guaio se perdi, soprattutto se perdi con quelli che fino ieri erano minatori o conducenti di trattore (i separatisti del Donbass, ndr), ma la vita va avanti, e trovo inutile fissarsi sulla sconfitta».

Sorprende dolorosamente sapere che in Russia è ormai di uso corrente il termine “Gayrope” indicando nell’Europa un continente marcio e corrotto, al contrario dell’intemerata Santa Russia, anzi Novorossya. Ma non sorprende poi tanto se si pensa a quanti buoni cattolici italiani appaiono ben disposti verso la Russia solo perché vige una politica avversa all’omosessualità, dimenticando la soppressione dei diritti civili e di politici e giornalisti, uccisi metodicamente.

Ancora una volta viene combattuta una guerra culturale che, se non controbattuta efficacemente, potrà portare ben presto a uno scontro reale anche se probabilmente diverso da come lo immaginiamo: non divisioni corazzate ma gruppi di forze speciali, di volontari senza divisa, la cui offensiva sarà abbinata a cyber war mirante a immobilizzare i centri nevralgici di piccoli paesi come, ad esempio, la Lituania, già oggetto di attacchi cibernetici.

Ma le reazioni non si fanno aspettare. Proprio in questi giorni Polonia, Lituania e Ucraina hanno siglato accordi per la formazione di una brigata mista di pronto intervento e ognuno ben sa quel che può significare, come ha dichiarato il generale britannico sir Adrian Bradshaw, vice comandante delle forze NATO in Europa. Proprio la NATO ha formato la VJTF (Very High Readiness Joint Task force) già schierabile con il contributo di Germania Olanda e Norvegia ma che presto arriverà a contare circa 30.000 uomini con reparti provenienti da Italia, Spagna, Francia Gran Bretagna e Polonia.

I pezzi sono sulla scacchiera, forse non tutti: e l’omicidio di Boris Nemtsov potrebbe rappresentare solo il primo passo (mai avere un nemico alla proprie spalle) verso un innalzamento del livello dello scontro già in atto ma con esiti imprevedibili.


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

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