«LEAVE OR REMAIN?» | 07 Giugno 2016

Brexit: anche per l’Europa sarebbe una legnata

Politica britannica incandescente in vista del referendum sull’uscita dall’UE. Ma se la prima a rimetterci in caso di uscita sarà la Gran Bretagna, l’Unione Europea non può dormire sonni tranquilli

di LUCA PIACENTINI

C'è chi arriva ad azzardare che potrebbe essere la fine del Regno Unito. Chi si limita a calcolare le possibili conseguenze economiche nel breve termine, con la Banca d'Inghilterra costretta a far fronte ad una richiesta straordinaria di liquidità degli istituti di credito e a una pesante caduta della sterlina. In molti restano convinti che vincerà lo «status quo». Ma la verità è che nessuno sa come andrà davvero a finire, né quali saranno con precisione le ripercussioni. 

Di certo saranno due settimane di fuoco quelle che vivrà il Regno Unito da qui al 23 giugno. Il voto sull'uscita dall'Europa si avvicina. E sui media britannici, dalle emittenti private alla corazzata di stato, la BBC, si moltiplicano servizi, analisi, commenti e interviste sulla Brexit: «in or out»? 

In quasi tutte le edizioni dei giornali radio della BBC c'è almeno un servizio dedicato ai possibili scenari e alle previsioni su come andrà il referendum. In generale nei resoconti di corrispondenti o inviati non mancano i viaggi nelle città più o meno grandi per ascoltare gli umori della gente. E non si parla di finanza. Tra i temi più sentiti in vista del voto, ve ne sono di molto concreti, quali la paura della disoccupazione e i rischi legati all’immigrazione, considerati nodi chiave capaci di segnare il destino della Gran Bretagna.

In Occidente e non solo sembra comunque difficile sfuggire all'eco dei possibili contraccolpi. Nel definire preoccupanti gli ultimi dati sul mercato del lavoro, nel suo discorso al World Affair Council di Philadelphia la presidente della banca centrale americana Janet Yellen punta il dito anche sulle «significative ripercussioni economiche» dovute all'eventuale uscita della Gran Bretagna dall'UE. Impossibile sottovalutare i segnali di attenzione della Federal Reserve, che probabilmente è l'autorità di politica monetaria più importante del mondo. Nonostante la crescita dell'euro, il dollaro resta la valuta di riserva internazionale per le caratteristiche uniche degli Stati Uniti, un paese forte e stabile dal punto di vista monetario, dove l'inflazione è sotto controllo, la Fed si muove in modo autonomo dall'esecutivo e il dollaro è comunque usato su ampia scala nelle transazioni internazionali ed estere. 

Ci troviamo di fronte ad una decisione dalla portata indubbiamente storica. E la parola è in mano al popolo. «Leave or remain»? Il sondaggio pubblicato il 31 maggio dal Guardian e realizzato da ICM dava l'uscita leggermente in vantaggio, 45% a 42%. Secondo la rilevazione di Opinium 43% a 40%. Con la Brexit davanti. Sono sondaggi, è chiaro. Da prendere con le molle. 

Ma di sicuro è un testa a testa, dove nulla va dato per scontato. Anzi. La plausibilità dell'ipotesi 'uscita' prende corpo anche tra i bookmakers. Come segnala Il Sole 24 Ore, anche se le agenzie di rating non schiodano la tripla A dal Regno Unito, la fase intermedia del dopo Brexit, quella sorta di limbo in cui, nel caso in cui si verificasse ciò che l'establishment indica come scenario peggiore, vengono ridiscussi i trattati, potrebbe avere conseguenze negative rilevanti per industria e attività finanziarie nazionali. 

Il premier David Cameron è contro l’uscita e parla di «salto nel buio». Sempre tra i conservatori, ma sul fronte opposto, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson fa campagna per il «leave» paventando rischi effettivi di «perdita di controllo democratico» insita nell’Europa. 

Pochi dubbi tra gli analisti che a livello temporale, i primi a rimetterci in caso di uscita sarebbero proprio i britannici, viste le maggiori ripercussioni che avrebbe sulla sterlina nel breve periodo e che Londra è attualmente il cuore finanziario dell’Ue. 

Ma non sono argomenti sufficienti a rassicurare gli europei. Anche la fragile costruzione di Bruxelles potrebbe subire uno scossone. C’è chi pensa ad una spallata capace perfino di sgretolarla, creando un pericoloso precedente in grado di minacciare l’eurozona. 

E poi? Qualche giorno fa a Mix24 l’ex ad di Eni ed Enel Paolo Scaroni ha detto che l’eventuale uscita potrebbe essere «salutare» per l’Ue, ma ha parlato pur sempre di «choc», in quanto l’istituzione ne verrebbe fuori molto diversa. 

Una cosa è chiara: i leader europei farebbero bene a non cercare riparo dietro generici e poco rassicuranti «sarà anzitutto un problema di Londra» visto che, come notano anche esperti autorevoli, in caso di uscita della Gran Bretagna si romperebbe un tabù e i paesi membri dell'UE si troverebbero presto a fronteggiare un possibile effetto domino. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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