L'INGHILTERRA E’ OUT | 24 Giugno 2016

«Brexit, schiaffo meritato all’Europa»

La Gran Bretagna è fuori dall’Unione Europea. L’europarlamentare FI Massimiliano Salini: «Uno schiaffo meritato all’Europa che ora deve riconoscere gli errori commessi. Per l'Italia si apre una nuova fase»

di ROBERTO BETTINELLI

CREMA - La Gran Bretagna è fuori dall’Unione Europea. Vince la Brexit, Cameron si dimette e sui mercati finanziari scoppia il panico. Gli euroscettici esultano. Le borse colano a picco. La sterlina rischia il collasso. La mappa del voto vede prevalere il ‘leave’ nel Galles e in Inghilterra, mentre il ‘remain’ ha vinto nell’Irlanda del Nord, in Scozia e nelle più importanti città, da Londra a Manchester. 

Gli anti europeisti del continente gongolano e si dicono pronti ad altre consultazioni nazionali in chiave ‘exit’. Dopo la proclamazione dei dati definitivi le prime conseguenze politiche ed economiche al referendum che sancisce la Brexit somigliano ad un vero e proprio terremoto. 

Giovedì 23 giugno un’affluenza altissima del 72,2%, oltre le attese, ha portato alle urne milioni di britannici. A favore del ‘leave’, con il 51,89%. hanno votato 17.410.742 cittadini, mentre 16.141.241, circa un milione in meno, hanno scelto l’Europa. 

«Un colpo durissimo, di più, uno schiaffo umiliante che l’Unione Europea si merita in pieno». Così l’europarlamentare di Forza Italia Massimiliano Salini commenta a caldo la decisione dei britannici di uscire dall’Unione Europea. Insieme ai colleghi del parlamento europeo ha seguito per tutta la notte l’andamento del voto. 

Onorevole Salini, tutti erano pronti a scommettere sulla vittoria del ‘remain’. Che cosa è successo?
«Se si votasse ora, in qualunque luogo del continente, avremmo un risultato simile. Ad eccezione, forse, della sola Germania. Ma unicamente in forza dei privilegi di cui gode all’interno delle istituzioni comunitarie. Non c’è un solo governante o rappresentante politico nazionale che parla bene dell’Unione Europea. Quando si chiedono sacrifici o si assumono decisioni impopolari i capi dei governi europei seguono tutti lo stesso copione. Lanciano accuse durissime contro Bruxelles. In un contesto del genere non è possibile che i cittadini abbiano l’evidenza dell’utilità di un’Europa unita». 

Ma è solo un cortocircuito comunicativo o c’è qualcosa di più grave?
«L’unità del vecchio continente è stata una grande idea politica, un faro della civiltà democratica e liberale, una garanzia assoluta di pace dopo la prima metà del novecento devastata da due guerre mondiali che sono state scatenate proprio dalle rivalità dei nazionalismi europei. Il mercato unico ha generato prosperità e benessere per tutti quei Paesi che, a partire dall’Italia, hanno deciso di puntare sull’integrazione. Ma l’Europa odierna non regge il confronto con l’Europa dei padri fondatori. Ha smarrito l’amore per la libertà e per la giustizia». 

Sono queste le ragioni che hanno portato a Brexit?
«L’Unione Europea è fragile sul piano delle regole che assicurano il rispetto della democrazia. L’iniziativa legislativa è in mano alla Commissione: un ricettacolo di tecnocrati che non hanno rapporti, vincoli, legami di alcun genere con i cittadini. Un’interruzione nella catena democratica che viene unanimemente avvertita e che produce sospetto, diffidenza e rancore. Un’omissione che può essere tollerata se la congiuntura economica è positiva. Ma se c’è un malessere sociale diffuso, ed è questo il quadro nel quale operiamo, è inevitabile aspettarsi reazioni di rigetto che possono risultare fatali per l’intero sistema». 

Che cosa non ha fatto l’Unione Europea?
«Sulle partite finanziarie strumenti di condivisione e di coordinamento come l’Ecofin hanno dimostrato grande efficacia. Stupisce molto che non si sia percorsa una strada simile in ambito industriale con il risultato che i Paesi membri sono armati l’uno contro l’altro diventando facili prede di Cina, Russia, Stati Uniti. Non vedo all’opera un impegno, una capacità e una determinazione tali che possano indurmi a pensare che, per esempio, la manifattura italiana sia tutelata nel migliore dei modi. Anzi, subiamo in continuazione attacchi, penalità e il rischio di rimuovere i dazi alla Cina attraverso il riconoscimento dello statuto di economia di mercato lo dimostra in modo plateale. Lo stesso discorso vale per le politiche della sicurezza. Sull’immigrazione abbiamo assistito ad una serie impressionante di summit che sul piano pratico si sono tradotti nel completo abbandono di Italia e Grecia al loro destino. Le politiche fiscali rivelano un’analoga incoerenza  disparità altrettanto ingiustificate. Ci sono Paesi dove le imprese pagano il 70% di tasse come l’Italia e altri dove si paga l’1% come il Lussemburgo». 

Cameron ha dichiarato la volontà di dimettersi. Ma anche il leader dei laburisti Corbyn si è pronunciato per il ‘remain’. Eppure non è stato seguito dagli elettori almeno quanto il primo ministro conservatore. E’ stato un errore il referendum?
«I partiti, in tutti i Paesi europei, sono in una situazione di grande affanno. Lo abbiamo appena sperimentato con il voto delle elezioni comunali in Italia dove il risultato dei 5 Stelle documenta una accentuata insoddisfazione verso le sigle tradizionali e più consolidate del mercato politico. Quando avanzano povertà e disperazione i decisori politici devono condividere il rischio dei cittadini, delle famiglie e delle imprese. Non arroccarsi su posizioni di rendita. Le élite non sono tollerate. E’ stato e continua ad essere il grande errore di Renzi. Quanto al referendum, Cameron ha fatto bene a fare quello che ha fatto».

Lei auspica una soluzione simile anche per l’Italia?
«Non ritengo che si debba uscire dall’Europa ma vincere le elezioni dicendo chiaramente come riscrivere gli attuali trattati. I rapporti tra i poteri devono essere modificati radicalmente e devono essere ripensati a beneficio degli elettori. I funzionari, i burocrati e i tecnocrati che a Bruxelles hanno sistematicamente la meglio devono essere ridimensionati nel numero e nelle funzioni. Cameron ha risposto all’opacità della politica europea con una lezione esemplare di democrazia. In Italia non è possibile procedere nello stesso modo dal momento che la costituzione non lo consente».  

E’ un male o un bene?
«Sta ai politici farsi eleggere sulla base di un programma che prevede un posizionamento non equivoco sull’Europa. Bisogna indicare obbiettivi e strategie. Dopo di che, forti del voto popolare, si va a Bruxelles con una delegazione parlamentare e con governo che sono pronti a fare le battaglie essenziali per il proprio Paese. I referendum, in Italia, certificano molto spesso il fallimento della politica che non può andare continuamente al traino delle mode e degli umori dell’elettorato ma deve ambire ad esercitare una leadership autorevole e legittima sulle scelte collettive». 

Nella denuncia degli errori dell'Europa in merito all'economia reale è stato molto chiaro. E sul piano culturale?
«Il non riconoscimento delle radici cristiane è esiziale e consegna l’Unione nelle mani di sprovveduti senza storia». 

Per Boris Johnson, il probabile nuovo leader dei Tory, e Nigel Farage, europarlamentare a capo dell’Ukip, l’esito della consultazione è quasi una ‘nuova alba’. Che cosa ci dice a riguardo? 
«E’ una lettura che non condivido. L’Europa unita rappresenta la dimensione minima per non soccombere davanti alla sfida dei mercati globali dove operano colossi del calibro della Cina. Siamo chiamati a misurarci con le questioni drammatiche sollevate dal Sud del Mondo e dal Medio Oriente. Gli Stati-nazione non hanno la forza di riuscire in questo compito e pagano un’obsolescenza che può essere superata soltanto attraverso una condivisione delle risorse e delle eccellenze su ampia scala. Dovrebbe essere questa la missione dell’Europa unita». 

Nell’Europa senza Regno Unito che ruolo può ricoprire l’Italia?
«La Gran Bretagna rappresentava l’unico vero contrappeso allo strapotere di Berlino. Gli epigoni di Helmut Kohl hanno dimenticato l’insegnamento del loro maestro che voleva costruire una Germania europea e non un’Europa tedesca. Francia e Italia soffrono di una debolezza politica ed economica e possono ambire, al massimo, ad essere alleati della Germania. Non certo competere. Ma noi, a differenza dei francesi, vantiamo una straordinaria vocazione manifatturiera. La somma del'industria manifattuirra italiana e tedesca supera quella degli Stati Uniti e siamo secondi solo alla Cina. La strategia del nostro Paese dovrebbe essere quella di diventare il principale partner economico della Germania mettendo al centro delle politiche europee la valorizzazione della manifattura». 

L’Inghilterra è ‘out’. Lei è per la linea dura o morbida?
«Sarebbe un errore estromettere Londra dal mercato unico. Davanti a noi ci sono almeno due anni di negoziati che non saranno privi di tensioni. L’importante è che l’Europa capisca gli errori commessi e torni ad avere una spinta propulsiva. L'austerità e l'impostazione tecnicista sono state bocciate dalla storia. Nei momenti difficili servono sangue freddo e coraggio. Testa e cuore. Chi li usa entrambi è destinato a non perdere la speranza e, alla lunga, a piegare gli eventi. Anche i più ostili».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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