MONUMENTO E SPIRITO | 28 Novembre 2014

«C’è l’opera. L’architettura non esiste»

L’ordine e il divino negli edifici monumentali di Louis Kahn. A quarant’anni dalla scomparsa, l'eredità del famoso progettista americano: riscoprire l'opera architettonica come fatto sociale e religioso

di MATTEO PIACENTINI

«Quando ho iniziato a pensare all’ordine, ho compilato, fino a stancarmi, una lunga lista di cose che ritenevo che l’ordine fosse. Alla fine ho constatato che ogni volta che scrivevo quello che l’ordine è, perdevo qualche cosa. Così ho buttato via tutto e ho conservato solo: Ordine è».
 
Con queste parole nel 1971 Louis I. Kahn ricostruisce la prova più difficile per un architetto: dare forma all’ordine. Gli sono bastati pochi edifici per guadagnarsi un posto nel gotha degli architetti che hanno segnato il Novecento. Pochi, rigorosi e semplici edifici, che esprimono un’idea forte e positiva dell’architettura come fatto sociale. 

«L’architettura non esiste. Esiste l’opera di architettura», amava ripetere puntando i suoi occhi sottili. Un uomo che trasformava ogni conferenza e ogni intervista in una riflessione. E, ascoltandola, era impossibile non lasciarsi trascinare dalle sue parole. «Se non avessi fatto l'architetto avrei scritto favole, perché è dalla fantasia degli uomini che nascono l'aeroplano, la locomotiva e tutti quei fantastici strumenti creati dalla mente umana». In molti l’hanno definito un filosofo, un umanista, un poeta. Una figura unica nell’America degli anni Settanta. 

Nel 2014 in tutto il mondo sono stati celebrati i quarant’anni dalla scomparsa. Ma chi era Louis I. Kahn, che negli anni Settanta fu definito «il più grande architetto vivente»? Immigrato di origini ebraiche, professore in prestigiose facoltà degli Stati Uniti, Kahn era espressione della cultura americana che aveva perso se stessa. Coltissimo e mai banale, era amato o disprezzato, ma mai indifferente, con la sua architettura rigorosa, geometrica, monumentale. 

Fu un vero e proprio bambino prodigio. Si mantenne a scuola grazie all’ incredibile abilità di disegnatore. Praticamente ignorato fino a sessant’anni. Divenuto architetto, era incapace di rifiutarsi: andava ovunque lo chiamassero, anche quando sapeva di non poter gestire la mole di lavoro che negli ultimi anni lo aveva travolto. Sentiva la morte vicina, ma aveva ancora molto da dire. 

Louis Isadore Kahn nacque nel 1901 in Estonia, sotto l’Impero russo. Nel 1903 il padre emigrò negli Stati Uniti, dove venne raggiunto dalla moglie e dal figlio. A tre anni anni rimase ustionato al volto in un incidente domestico. Cicatrici che avrebbe portato per tutta la vita, e che avrebbero segnato profondamente la sua opera. La sua fu una vita di stenti, segnata da profonde delusioni. 

Raggiunto l’apice della notorietà, morì dieci anni dopo a causa di un infarto che lo colse nei bagni pubblici della Pennsylvania Station a New York. Era un nomade. E, per quanto drammatica, la sua fine non avrebbe potuto essere diversa. Trascorse gli ultimi anni della vita sugli aerei, spostandosi da un capo all’altro del pianeta per supervisionare la costruzione dei suoi edifici, soprattutto in America e Medio Oriente.

Nei suoi lavori c’è chi ha visto l’espressione di quell’infinito di cui spesso parlava. Aveva un rapporto con la fede ebraica travagliato. A volte era preso dal rifiuto, ma non l'ha mai disprezzata. Anche quando nel 1968 ricevette da Teddy Kollek l’incarico di ricostruire la sinagoga Hurva a Gerusalemme distrutta nella guerra arabo-israeliana. L’edificio avrebbe dovuto riunire gli ebrei del mondo, una specie di “Basilica di San Pietro” ebraica. 

Kahn era attraversato da una spiritualità profonda. Sentiva la presenza di qualcosa oltre la vita ma non ha mai trovato il coraggio di esprimerla a parole. Tuttavia la sua opera riflette costantemente questa ricerca, un’idea di monumentalità che rivela la spiritualità dell’essere umano. 

Pur vivendo in un tempo nutrito di violenza, comprese come la vita sia fatta di rispetto. Non solo verso gli uomini, ma anche nei confronti delle cose che ci circondano, che tocchiamo e trasformiamo. E questo lo aveva imparato dalle cicatrici, ferite che non nascondeva mai, né dal viso né dagli edifici. Ogni architettura - era la convinzione di Kahn - deve portare su di sé i segni di quel processo, dell’evoluzione che l’ha prodotta. Ed ecco che i cementi vengono lasciati così come sono, con i segni dei casseri, con i buchi dei chiodi di sostegno. Sfregiati. Perché in questo si conserva un po’ della poesia che c’è nell’opera umana.

Kahn aveva fiducia nella società, ma si rendeva anche conto di quanto l’uomo si stesse perdendo nel relativismo. E ne soffriva: «C’è chi sostiene che noi viviamo in un’epoca di squilibrata relatività, di cui è impossibile dare interpretazioni univoche. Per questa ragione, penso, molti architetti ritengono che noi non siamo mentalmente attrezzati per attribuire un carattere monumentale alle nostre costruzioni. Ma, mi chiedo, noi abbiamo già dato un volto adeguato, ai monumenti della nostra società, quali scuole, edifici comunitari, centri culturali? […] Quale evento deve maturare per indurci a riconoscere i tratti della nostra civiltà?». 

Kahn era convinto che l’ordine della società derivasse anche dall’architettura, in particolare dalla sua monumentalità, dal suo porsi come incarnazione eterna dei valori fondamentali. 

Trascorse la vita opponendosi alla deriva sociale. Lo fece con la sua opera. Così, nella ricerca dell’ordine, nel 1963 accettò di costruire il Parlamento di Dacca, in Bangladesh, il coronamento della sua ricerca. Un edificio tanto monumentale quanto insolito, che durante la guerra i piloti non bombardarono scambiandolo per una rovina antica. 

Kahn credeva nel popolo del Bangladesh, di cui a sua volta era riuscito a conquistare la fiducia. Sapeva bene quanto le autorità bengalesi tenessero al progetto. Ne conosceva la carica simbolica. Scorrendo le immagini del cantiere sembra di vedere la costruzione delle antiche piramidi: metodi rozzi e inappropriati. Ma gli operai erano felici. Perché contribuivano a edificare la storia futura, ricostruivano sulle macerie di un passato infelice. 

Non si può ridurre l’architettura ad un semplice estro personale. L’atto del costruire implica una presa di posizione nei confronti della società che ci circonda. L’architettura è un gesto sociale, forse più delle altre arti. Chi progetta un edificio, diceva Kahn, si assume la responsabilità di rispondere alle esigenze della vita dell’uomo. Non solo in termini pratici, ma anche e, soprattutto, sociali. Già nell’antichità gli imperatori esibivano il potere attraverso l’opera architettonica, grazie alla quale mostravano la solidità e il benessere della società. 

Il popolo del Bangladesh vedeva in Kahn quasi un guru, un uomo ispiratore. Il suo rapporto con la spiritualità era profondo, con quel Dio che rincorse tutta la vita senza mai avere il coraggio di riconoscerlo. Stando all’interno dei suoi edifici è impossibile non emozionarsi. Il silenzio, la luce, l’acqua: sono elementi che Kahn sapeva combinare, dando loro un contatto con l’eterno.

A quanti gli chiedevano che cosa lo avesse ispirato a Dacca, parlava della cattedrale di Chartres. Entrandovi, diceva, ci si sente come schiacciati dalla monumentalità, dal silenzio del luogo. Tanto che è impossibile non inginocchiarsi. E’ questa la cristallizzazione dell’infinito. Ma anche il simbolo di una società, di un popolo che non intende arrendersi davanti a nulla. 

Oggi più che mai la visione di Kahn può aiutare la nostra società in crisi a riconcepire se stessa grazie all’architettura. Un’architettura ancora in grado di nutrirsi di quel divino che Louis Kahn ha inseguito per tutta la vita. 


MATTEO PIACENTINI

Nasce nel 1992, vive a Cremona. Dopo il Liceo artistico, durante un viaggio a Berlino, decide di iscriversi alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. E’ appassionato di musica e letteratura

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