JOBS ACT | 08 Ottobre 2014

C'è tutto il tempo per gli agguati

L'articolo 18 scompare dal maxi emendamento. E ora Renzi ha paura

di ROBERTO BETTINELLI

La fiducia che il premier ha imposto alla maggioranza sul Jobs Act è speculare alla sfiducia che Renzi prova verso la minoranza interna del Pd.

Il voto blindato al senato e l’ostilità di una buona parte del partito verso il segretario sono le due facce della stessa medaglia. Renzi sbanca al momento delle elezioni ed è solo per questo motivo che finora è stato tollerato. Il Pd è un partito come tutti gli altri e i suoi membri sono animati, tutti e senza eccezioni, dalla volontà di conquistare il potere. Non un potere qualsiasi. Ma quello politico. Il potere più grande all’interno di una democrazia e che può venire soltanto dalla vittoria elettorale. E’ questo il vero collante tra la vecchia e la nuova guardia del Pd. 

Renzi ha bisogno della vittoria in senato per presentarsi al vertice europeo di Milano con le migliori credenziali. Anche i più motivati della minoranza Pd sanno che un governo troppo indebolito non può che rimediare sconfitte imbarazzanti e questo si traduce inevitabilmente nella resa incondizionata davanti alle politiche di rigore imposte dalla cancelliera Merkel. In casa Pd l’ordine di scuderia è ridimensionare Renzi senza azzerarlo. Il premier lo sa, è disposto a trattare ma vuole garanzie. La fiducia sul Jobs Act è stata concepita appositamente per evitare agguati. 

Se questo è lo scenario è inevitabile domandarsi per quanto tempo l’ex sindaco di Firenze resterà alla guida del più grande partito italiano. Ma per ora il vento gli è favorevole, complice la difficile situazione in cui si trova un centrodestra malandato e incapace di offrire un’alternativa. 

Bisogna riconoscere che Renzi non beneficia solo dei vantaggi che gli vengono offerti dal contesto politico. Un merito che non può assolutamente essergli tolto è la proverbiale spregiudicatezza che ha rivelato con la decisione degli 80 euro in busta paga elargiti a ridosso del voto europeo. E che il premier ha replicato con la scelta di puntare sull’articolo 18 per accreditare il suo governo come la principale fonte di cambiamento del paese. 

Bersani e accoliti hanno detto in tutti i modi che l’articolo 18 non va toccato. La Cgil è arrivata a minacciare lo sciopero generale. A fare da scudo è intervenuto il ministro del Lavoro Poletti. Ex iscritto del Pci ed ex dirigente della Legacoop, Poletti ha messo in campo tutta l’influenza che il mondo dal quale proviene esercita sugli altri gradi del Pd.

Un altro punto di forza di Renzi è il principale alleato della maggioranza: il Nuovo centrodestra di Alfano e Lupi. Poter affermare che grazie al governo è stato finalmente superato lo statuto dei lavoratori significa giustificare la permanenza al governo davanti agli elettori ed è il modo migliore per mettere a segno un punto cruciale contro i rivali di Forza Italia. Ncd avrebbe voluto un Jobs Act più ambizioso e più coerente con le ragioni delle imprese, ma i Dem, compresa la nuova guardia renziana, hanno dimostrato di non essere pronti all’eventualità di eliminare del tutto una misura iniqua e assurda come l’articolo 18. 

Non si può chiedere a un partito di suicidarsi. Ed è quello che succederebbe se Ncd uscisse improvvisamente dal governo. Ciò che si può chiedere a un partito, nella migliore delle ipotesi, è una trattativa seria. Ed è ciò che ha tentato di fare l’ex ministro del Lavoro del governo Berlusconi, Maurizio Sacconi, presidente dei senatori del Nuovo centrodestra. Se il risultato è insufficiente alle aspettative la colpa è del Pd, non certo di Sacconi. 

Bersani è stato il primo a parlare di agguati. E ha promesso che non ce ne saranno. L'escatmotage della fiducia ha tenuto e il Jobs Act è passato al Senato. Ma l'eterno rivale sconfitto da Renzi prima alla segreteria del Pd e poi nella corsa alla presidenza del consiglio, può dire quello che vuole. Tutti sanno che gli agguati ci saranno prima o poi. 

I segnali ci sono tutti. Dal maxi emendamento del Jobs Act è scomparso ogni riferimento all’articolo 18 e dall’abolizione iniziale annunciata da Renzi si è passati via via alla tipizzazione con la possibilità del giudice di reintegrare il lavoratore in azienda. Ma la scrittura delle regole è stata rinviata nei decreti attuativi dopo il sì della Camera, segno evidente che la partita non è ancora chiusa. La legge ha già visto ridursi di molto la sua portata innovativa come dimostra la parte che riguarda il demansionamento ovvero la possibilità di assegnare al lavoratore mansioni inferiori rispetto a quelle di provenienza. Questo sarà possibile, ma senza abbassare o quasi lo stipendio. Pensata così sembra proprio una beffa per l’imprenditore che deve pagare di più chi svolge una funzione meno complessa e con meno responsabilità. 

Lo spettacolo dei senatori 5 Stelle che lanciano libri e monetine contro il presidente Grasso e il ministro Poletti, il no di Forza Italia, le proteste della Lega e le fibrllazioni dei 36 dissidenti Dem tentati dalla rivolta. Anche questi sono segnali. Per concludere l’iter e arrivare al momento dei decreti attuarvi Renzi deve attendere il 2015. Tocca a Bersani avere fiducia. Di tempo per gli agguati ce n’è fin troppo. 

 

 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.