STATO VS REGIONI | 27 Novembre 2016

Cade la riforma Madia e Renzi trema

Bocciata la riforma Madia. Renzi grida allo scandalo e se la prende con i giudici della Consulta. Ma la verità è la legge negava i diritti dei cittadini e dei territori. Altro motivo per votare no al referendum

di ROBERTO BETTINELLI

La Consulta sotterra la riforma Madia della pubblica amministrazione e il presidente del Consiglio Matteo Renzi grida allo scandalo cogliendo l’ennesima opportunità, come se non ne avesse abbastanza di occupare ossessivamente televisioni e giornali, per strappare un ticket in favore del sì al referendum. 

«Siamo governati da una burocrazia opprimente» ha detto Renzi, aggiungendo a commento della sentenza: «Ecco perché cambio il titolo V della Costituzione». 

Al di là del pessimo gusto di usare la prima persona singolare in merito alla riforma che stravolge la costituzione facendo tabula rasa del regionalismo e del sistema delle autonomie, sintomo di un parlamento completamente asservito al volere del capo di turno e che rivela come ormai la garanzia democratica della collegialità delle decisioni pubbliche sia ormai andata a farsi benedire, Renzi si lancia nel ‘pezzo’ di propaganda senza affrontare la realtà. 

E la realtà è una sola: la riforma che altera a tutto vantaggio del primo il rapporto Stato-Regioni non può essere recepita nel nostro ordinamento perchè riformula la legislazione del pubblico impiego sulla base di un semplice parare fra Roma e la Consulta delle Regioni. Quando invece, secondo i giudici della Consulta e secondo il testo prioritario e fondativo della Repubblica che per fortuna al momento è ancora in vigore, servirebbe una più solida intesa. 

La differenza fra parere e intesa risulta tutt’altro che difficile e complessa rimandando il primo termine ad un pronunciamento privo di vincoli e assai aleatorio mentre il secondo implica fra gli interlocutori chiamati al confronto il raggiungimento di un autentico accordo. 

Un traguardo, questo, che si può superare unicamente tenendo in pari considerazione le esigenze e gli obbiettivi di tutti coloro che partecipano alla trattativa, senza piegare i fatti alle mire di uno Stato che con Renzi si è fatto nuovamente aggressivo e bramoso di fagocitare soldi, competenze, prerogative degli enti regionali. 

Un’impostazione che il Pd, venendo meno alla propria storia e alla propria identità di partito che ha sempre tutelato le richieste di autonomia provenienti dalla periferia e di cui la sinistra ha abbondantemente approfittato nei decenni della prima repubblica per sopperire all’impossibilità di contendere realisticamente il governo nazionale alla Democrazia Cristiana, ha inspiegabilmente fatto propria traducendola pari pari nella nuova costituzione che sarà sottoposta al voto degli italiani il prossimo 4 dicembre. 

Ma la verità nuda e cruda è che la riforma Madia, come la ben più grave e invasiva riforma costituzionale, sono scritte male e in aperta, incontrovertibile, fatale contraddizione con i fondamenti della magna carta che, nonostante i difetti, ha saputo garantire una lunga vita alla democrazia italiana. 

Il merito della battuta d’arresto inferta al piano renziano di impossessarsi di un potere privo di bilanciamento, attraverso un rinato centralismo che scardina la tendenza degli ultimi anni a promuovere deregulation e margini di potestà legislativa ai territori, è dei giudici della Consulta ma soprattutto della Regione Veneto promotrice del ricorso.

Contestando il punto specifico della riforma Madia in cui la nomina dei dirigenti regionali della Sanità dovrebbe tornare in capo allo Stato, infatti, il governatore Luca Zaia ha innescato quel meccanismo di contestazione fra Stato e Regioni che ha fatto approdare il caso davanti ai magistrati della Corte Costituzionale. 

Un’iniziativa virtuosa, quella del presidente Zaia, che solo incidentalmente ha bloccato l’attuazione dei decreti legislativi contro i fannulloni del pubblico impiego. Un elemento sul quale, naturalmente, Renzi e la stampa ligia al dovere di sostenere il premier nella fase più delicata della sua avventura politica non hanno perso occasione di concentrarsi con sparate e titoloni. 

Un comportamento che evidenzia ancora una volta l'irresponsabilità di un uomo politico che, per colmare l’assenza di voto che lo legittimi nel ruolo che riveste, si è inventato una riforma costituzionale fatta con i piedi che riporta l’Italia indietro di decenni calpestando il regionalismo che, laddove viene esercitato da una classe politica all’altezza della sfida come avviene in Lombardia e Veneto, sa costruire le condizioni di una crescita e di uno sviluppo che tutta l’Europa ci invidia. 

Per di più Renzi, impegnato in una scaltra opera di corteggiamento della triplice che l'ha costretto ad alzare bandiera bianca contro le richieste Cgil-Cisl-Uil per ottenere un appoggio esplicito o quanto meno una non esplicita ostilità il giorno delle urne, è proprio il meno indicato a qualificarci come il fautore di una ricodificazione in senso aziendale del pubblico impiego. 

Se l’Italia fosse un Paese governato all’insegna dell’ordine e della coerenza i vizi di incostituzionalità che hanno fatto cadere la riforma Madia non dovrebbero rimanere nel compartimento stagno della legislazione che interessa la pubblica amministrazione.

Dovrebbero al contrario essere estesi e utilizzati fino ad inficiare la nuova costituzione scritta in modo frettoloso e strumentale dal premier e dalla sua cricca di fedelissimi, impedendo un pasticcio che non migliora nulla sul fronte della governabilità e della prontezza legislativa togliendo invece la terra sotto i piedi alle libertà e ai diritti dei cittadini in un periodo storico in cui, a causa della globalizzazione imperante e di una finanza che tende a concentrare il potere dell’economia in poche mani, la politica dovrebbe avviare una ‘reazione conservatrice’ a tutela della democrazia.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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