MIGRANTI & ITALIANS | 05 Novembre 2015

Campi ai rifugiati, così toppa il ‘Beppe nazionale’

Beppe Severgnini propone per i rifugiati campi da coltivare. Ma chi comprerà terra e macchinari? In Italia di stranieri ce ne sono troppi e dice bene Donald Trump quando sostiene che l’Europa deve imparare dagli Usa e chiudere le frontiere

di ROBERTO BETTINELLI

In mezzo a polemiche, accuse, dati gonfiati e sgonfiati, scenari catastrofici d’invasione, speculazioni umanitarie e integralismi fra i quali non è da assolvere quello inedito, subdolo e più pericoloso dell’accoglienza, c’è una sola verità sui migranti. Sono troppi. E in Italia continuano ad arrivarne. Per di più, mantenerli, costa un sacco di soldi. Più di quelli che abbiamo a disposizione e che la gran parte degli italiani vorrebbe certamente impiegare in altro modo. Magari per sostenere le famiglie nostrane. Quelle consolidate e quelle da farsi. Così agli italiani potrebbe tornare la voglia di generare altri italiani e noi la finiremmo una buona volta di affliggerci per colpe come la scarsa natalità che allo stato attuale ha prodotto l’ansia di attirare sul suolo patrio chiunque respiri.

Davanti all’evidenza della numero spropositato di stranieri arriva l’ultima trovata di Beppe Severgnini. Una boutade che ha un nome antico e altisonante: ‘centuriazione’. 

L’illustre firma del Corriere della Sera, che in virtù del suo pezzo al mese sul New York Times è legittimato a fregiarsi del titolo di ‘columnist’ appuntandosi sul petto una medaglia che nessun altro in Italia può vantare, ha suggerito di adottare con i migranti il metodo che i romani utilizzavano con i veterani delle legioni. 

Dopo una salutare e tranquilla esistenza vissuta a contatto, cruentemente fisico, con i guerrieri più feroci e brutali, ai soldati di Roma era concesso un ‘orticello’ per trasformarsi da volgari assassini in prudenti e parsimoniosi agricoltori. Il pezzetto di di terra era scelto fra i tanti disponibili nelle colonie. Una sorta di ultima, grata e definitiva ricompensa dopo le tante fatiche e gli innumerevoli pericoli della vita militare. 

Davvero saggi i romani. Severgnini un po’ meno. Pur ammettendo che l’idea non è sua, ma di un collega oltre Atlantico, la firma boriosamente più ludica del giornalismo tricolore ha proposto di affidare ai migranti i campi incolti dell’Abruzzo, del Molise e della Sardegna. 

Ha poi aggiunto, sbagliando di grosso, che anche al di fuori dell’ondata migratoria ‘teutonica’ e merkeliana dove prevalgono i siriani istruiti, è possibile reclutare costruttori, agricoltori, artigiani. Basta fare un giro nel centro di accoglienza Cara di Mineo per rendersi conto che non è così. Molti degli ospiti non hanno mai lavorato né sanno che cosa vuol dire un lavoro. Bisogna poi domandarsi per quale motivo le zone elencate da Severgnini si stanno spopolando. Se tutti scappano ci sarà un motivo e non si capisce bene perché non dovrebbe valere per i migranti. Chi pagherà per comprare le terre? Se davvero ci sono, infatti, appartengono già a qualcuno. Bisognerà espropriarle. Servono sementi, attrezzature, macchinari, scorte. Chi metterà mano al portafoglio? Il ‘Beppe nazionale’ non si sbilancia. Ma vista l’assenza di terzi intenzionati a farsene carico c’è da credere che toccherà allo Stato. Quindi ai contribuenti che pensavano di essere riusciti a mettere a reddito i migranti mentre ora scoprono che dovranno ‘fare da banca’ alle nuove realtà imprenditoriali che, suggerisce Severgnini, cresceranno come funghi. 

La verità è che il columnist del Nyt e del Corsera, con la brillante bonomia che lo contraddistingue, scansa il problema. E con il problema l’evidenza che pretende una soluzione praticabile. Di stranieri l’Italia ne ha già accolti troppi. Non ci sono i soldi per integrare quelli che ci sono figuriamoci per gli altri che devono ancora arrivare. Se proprio vuole farci respirare un po’ di aria newyorchese il curatore della rubrica Italians si interroghi sul crescente successo di Donald Trump che ha proposto di chiudere per sempre le frontiere degli Stati Uniti con il Messico criticando duramente la vecchia, molle e fiacca Europa per la debolezza che sta dimostrando nell’affrontare l’emergenza immigrazione. 

Se proprio siamo riusciti a piazzare un oriundo padano come Severgnini nella redazione del giornale in lingua inglese più autorevole al mondo, che sia almeno bipartisan e dedito a informare gli States su ciò che succede davvero in patria. Sugli altari della originalità si possono sacrificare molte cose. Ma non il prosaico racconto della realtà che resta, alla fine, l'esperienza più appassionante e più utile per i lettori.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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