CRISI LIBICA | 20 Febbraio 2015

«Italia e UE in balia dell’inganno mediatico di Isis»

Crisi libica e contrasto al Califfato: secondo l'esperto Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, il nostro Paese e l’Unione Europea si stanno muovendo in maniera goffa

di RICCARDO CHIARI

Fra Isis, crisi Ucraina, venti di guerra, attentati nelle città europee e stragi di cristiani in Medio Oriente, lo scenario internazionale appare oggi fra i più complessi e problematici degli ultimi vent’anni, recando purtroppo quotidianamente tragiche notizie di scontri e massacri a est e a sud del nostro Continente. Una situazione a fronte della quale l’Unione Europea, paralizzata dalla sua cronica indecisione, ha rimediato fino ad oggi una ben magra figura guadagnandosi per l’ennesima volta un ruolo da spettatore più che da attore protagonista nella mediazione internazionale. Nemmeno dopo essere stata colpita due volte al centro di due delle sue capitali l’UE pare essere in grado di stabilire una ben definita linea d’azione rivelando una debolezza strutturale già palesata da diversi anni in ambito economico. In questo desolante panorama anche l’Italia non è da meno nell’interpretare un ruolo tragicomico. Basti pensare alle ultime boutade dei ministri Pinotti e Gentiloni, subito smentite da Renzi, su un nostro immediato intervento in Libia a seguito della situazione sempre meno sotto controllo in cui versa il Paese nordafricano.

Eppure qualche intervento utile e di poco costo potrebbe venire attuato da parte sia dell’Italia sia dell’Unione Europea per cercare, se non di risolvere i problemi in atto, almeno di contenerne i danni collaterali.

Ne abbiamo parlato con il fondatore e direttore della rivista di geopolitica Limes, Lucio Caracciolo.

Alle dichiarazioni dei ministri Gentiloni e Pinotti di pronto intervento militare in Libia ha fatto seguito, nel giro di poche ore, la smentita di Renzi. Che figura ci fa l’Italia?

«La solita figura che fa questo Governo da un po’ di tempo a questa parte. Ovvero dimostra di essere una legislatura sprovvista del minimo coordinamento interno e guidata da una personalità, quella di Renzi, intenta a ribadire la propria autorità e a far tutto da sola. Inoltre, con ogni probabilità, il premier avrà ricevuto a livello internazionale qualche segnale decisamente contrario all’intervento del nostro esercito. Abbiamo dunque fornito l’immagine di un governo scoordinato e comandato da un leader che si fa influenzare da poteri esterni. Non proprio il massimo…».

In questo repentino dietrofront non ha giocato un ruolo importante anche la nostra totale impreparazione militare?

«La debolezza militare non è un problema solo italiano, ma riguarda tutti i Paesi Europei. Quando nel 2011 il nostro esercito andò in Libia, a rimorchio dei francesi e degli inglesi, emersero subito grosse difficoltà per tutti e tre i contingenti. A un certo punto, come sempre avvenuto nel XX secolo, sono dovuti intervenire gli americani in nostro aiuto. A volte è un problema di munizioni, altre volte di rifornimenti e così via. Gli eserciti europei oggi non sono in grado di affrontare seriamente un conflitto per lungo tempo. Se poi vogliamo prendere in esame solo l’Italia, il cui esercito versa in condizioni peggiori di quelli inglese e francese, dobbiamo chiederci con quale coscienza il ministro Pinotti abbia parlato di 5.000 uomini pronti per essere inviati in Libia. A parte il fatto che già ne sono stati assegnati 4.800 per la protezione degli obiettivi sensibili sul territorio, mi piacerebbe domandare al ministro con quali mezzi pensa di equipaggiarli, dal momento che per quanto riguarda i nostri carri armati, ad esempio, ne abbiamo circa una dozzina in grado di affrontare una guerra nel deserto. Ammesso che abbia senso iniziare un conflitto in Libia».

A proposito dell’impreparazione militare europea molti parlano della formazione di un esercito UE. Qual è la sua opinione in merito?

«La mia opinione è che il Carnevale è finito. Chi metterebbe insieme quest’esercito? Si tratta di un’operazione di complessità incommensurabile se si pensa che a realizzarla dovrebbero essere 28 Stati Membri che riescono a malapena a trovare accordi economici mediante discussioni che durano anni. Non si può avere un esercito vero ed efficiente se non si ha un’unità politica, questo è un dato di fatto. Non c’è esercito che non appartenga a un potere politico, sia questo il potere di uno Stato o di una mafia. Inoltre la creazione di un esercito europeo creerebbe problematiche scottanti come quella di rendere l’Italia e la Germania comproprietarie dell’arsenale atomico inglese e francese. Ad ogni modo ripeto: senza un’unità politica ed economica effettiva credo che sia impossibile realizzare un esercito europeo».

Sembra anzi che alcuni Paesi europei agiscano in solitaria e per i propri interessi, come la Francia. È di pochi giorni fa la notizia della vendita di 24 caccia Rafale, una fregata e diversi missili per 5,2 miliardi di euro all’Egitto…

«La Francia, che è uno dei responsabili principali della situazione attuale in Libia, ora fa accordi con l’Egitto vendendo le proprie armi. I transalpini hanno una propria politica estera fortemente indipendente da quella UE e un po’ meno dalle grandi monarchie del petrolio. Fra queste ultime c’è l’Egitto che è storicamente un loro fornitore. È dunque chiaro che per Hollande sostenere al-Sisi e accrescere la propria sfera di influenza sul territorio libico rappresenterebbe dei concreti vantaggi soprattutto nella realizzazione di un trait d’union con le regioni più centrali dell’Africa, quali il Niger (con cui la Libia confina ndr) dove risiedono enormi giacimenti di uranio essenziali per le centrali nucleari francesi. A questo si aggiunge il nazionalismo esasperato della Francia che sempre e comunque deve sottolineare il proprio rango nel mondo, confermare di essere una potenza ancora rilevante nel continente africano, grazie all’ex impero, alle regioni francofone e a tutto il resto. Per i francesi il giardino africano va coltivato sfruttando ogni mezzo possibile. Questo è fuor di dubbio».

Un giardino che viene coltivato andando per forza contro gli interessi italiani?

«Non per forza, ma volentieri. Dalle bagarre franco-italiane sulle influenze in Tunisia, ovvero roba di un secolo fa, fino all’ultima querelle su Gheddafi, è raro trovare una coincidenza di interessi fra Italia e Francia. Anzi non mi risulta ci sia mai stata. Se la Francia può farci uno sgarbo ce lo fa».

La Francia non è però l’unico stato a giocare un ruolo ambiguo in questa situazione. C’è anche la ben più grande potenza russa.

«La Russia potrebbe giocare su due tavoli, ottenendo concessioni per le sue pretese sull’Ucraina a condizione di non far sentire la propria voce sulla questione libica. E occorre ricordare che, essendo il maggior fornitore di armi dell’Egitto, qualche voce in capitolo l’avrebbe. Non è certo un Paese che non abbia interessi nell’aumentare la propria sfera di influenza in Africa».

Tornando all’Europa e all’Italia: gli operatori Eni sono rimasti in Libia nonostante gli avvertimenti. L’Isis minaccia di bombardare le nostre coste. Qualcosa dovremmo pur fare, nonostante i nostri scarsi mezzi. Lei che cosa suggerisce?

«Gli operatori petroliferi sono un po’ come i vescovi. Non so giudicare con quali risorse possano garantirsi una protezione in questo periodo in Libia. Di certo l’Eni non può permettersi di perdere i propri uomini sul posto. Fare qualcosa non è impossibile. Ho scritto su Limes la mia opinione in proposito. Si dovrebbero usare le leve finanziare di cui l’Europa e l’Italia dispongono per paralizzare il flusso di denaro che arriva ai gruppi armati. Inoltre le marine occidentali potrebbero, o meglio dovrebbero, affondare le barche e le navi che servono al traffico umano che da anni continua a imperversare nel Mediterraneo. Questa è un’operazione che potrebbe benissimo compiere anche l’Italia da sola, senza bisogno di aiuto da parte degli altri Paesi, come avvenne negli anni ’90 con l’Albania. In parte, senza dirlo, il nostro Paese lo sta già facendo».

Se ha poco senso cominciare una guerra in Libia, sarebbe invece utile farla all’Isis?

«Chiariamo prima un punto. A livello globale l’Isis non rappresenta una vera minaccia. Questo perché, al di là dei grandi proclami, dispone solo di un esiguo esercito che conta dai 20 ai 30mila effettivi. Se quello che si teme è un’invasione dell’Europa da parte di fanatici della Guerra Santa siamo ben lontani da una minaccia reale. L’azione drammatica dell’Isis purtroppo viene invece effettivamente subita dalle popolazioni che sono soggiogate al “Califfato”».

Un’invasione forse no, ma drammatiche conseguenze si sono viste con gli attentati contro le nazioni occidentali.

«Questo è il vero problema. Ma è sempre e comunque un problema di propaganda. Se andiamo a vedere bene quanto è in atto scopriamo che nessun attentato perpetrato da fanatici musulmani ai danni dei Paesi Occidentali è stato direttamente organizzato dall’Isis. Non le Torri Gemelle, non la strage di Atocha e nemmeno le più recenti stragi di Parigi e Copenaghen. La vera minaccia proveniente dall’Isis risiede semmai nella sua notevole capacità di propaganda mediatica, che rivela anche le radici occidentali di una parte del suo apparato logistico. Una propaganda che viene recepita ed enfatizzata dai nostri media. Da questa nasce un duplice pericolo, ossia da un lato quello di rappresentare un’ispirazione per iniziative di singoli o piccoli gruppi di fanatici ai danni dei nostri Paesi e dall’altro di fomentare la diffusione di isterismi, paure e reazioni non controllate da parte di noi occidentali. Cominciare a raccontare la realtà per come è potrebbe essere un primo ma importante passo per contrastare culturalmente l’azione dell’Isis».  


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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