STATO RAPACE | 04 Dicembre 2014

Benzina, se il calo del prezzo resta un miraggio

Chi si attendeva che al crollo del greggio seguisse un calo rilevante alla pompa resterà deluso. Perché? Il 60% del prezzo del carburante sono tasse. E pagano di tutto, «perfino la Guerra in Abissinia». Scenario, parla l'esperto

di LUCA PIACENTINI

Il petrolio al barile è crollato. Il prezzo è scivolato sotto i cento dollari, attestandosi a quota 70. Durerà? Dipende da molti fattori. Tutti internazionali. Intanto se ne parla ovunque. Trasmissioni tv, pagine sui giornali, interventi di analisti e politici. E i cittadini? A loro interessa una cosa sola: cambia qualcosa quando si fa il pieno? Quanto sganciare al benzinaio? Detto altrimenti: il prezzo alla pompa scende oppure no?

La risposta degli esperti è sì, scende. Ma di poco. Di certo non nella stessa proporzione con cui è calato al barile. E i motivi hanno a che fare (guarda un po’) con il solito problema dell’Italia: tasse, tasse dappertutto. I nomi cambiano, il fisco resta. E il risultato è sempre lo stesso: il conto lo pagano cittadini e imprese. Nel nostro caso, il prelievo statale agganciato ai carburanti si chiama accisa. 

«Le imposte indirette come accise e Iva sono il modo più facile per fare cassa», spiega Donato Berardi, esperto ddi Ref Ricerche, società che supporta l’Ufficio parlamentare di bilancio nel validare le proiezioni macroeconomiche del governo. Berardi segue le problematiche legate a prezzi e tariffe. «Quando i debiti sovrani erano sotto attacco speculativo - ricorda l’esperto - sono stati gli aumenti di Iva e accise delle manovre 2011 e 2013, insieme ad altri provvedimenti come quello sulle pensioni, a mettere in sicurezza il bilancio pubblico».

Come tornare indietro? «E dove vai a recuperare quelle risorse in un Paese come il nostro, con problemi enormi di rientro dal debito? E' vero, aumentando le accise - dice Berardi - si penalizza il potere di acquisto degli italiani, ma la coperta è corta. Si possono anche fare annunci diversi. Dato però che il deficit è un vicolo cieco, occorrerebbe aumentare le imposte dirette». Insomma: il risultato non cambia: con una mano lo stato dà, con l’altra toglie. Anzi: si riprende tutto, con gli interessi. 

«Non è un caso che la legge di stabilità 2015 preveda coma clausola di salvaguardia dei conti pubblici la spada di Damocle di un ulteriore aumento di accise e Iva. Nel medio e lungo periodo si può anche pensare di recuperare risorse attraverso la lotta all’evasione o la spending review, ma nel breve è impossibile. Ogni mese lo stato deve fare provvista di capitali per pagare gli interessi sul debito».

Fatto 100 il prezzo del carburante, solo il 40% è legato ai costi industriali di produzione. Il resto, il 60%, sono tasse. «Con le accise sulla benzina si è finanziato di tutto - ricorda Berardi - pensi che c’è ancora una voce legata alle spese per la Guerra in Abissinia». Terremoti (c'è anche l'ultimo in Emilia), alluvioni, la lista è lunga. «La leva della fiscalità si è spinta molto avanti. Sarebbe ragionevole fare marcia indietro - ammette l’analista - ma solo il giorno in cui ce lo potremo permettere».  

Nel frattempo cosa accadrà? «Con il petrolio a 70 dollari, non è scorretto attendersi un calo del prezzo alla pompa nell’ordine dei 15 centesimi. In ogni caso - precisa Berardi - nell’attuale congiuntura economica, per l’Europa la discesa del petrolio è la notizia migliore, perché compensa ciò che governi e banche centrali non riescono a fare. Per quanto poco, riduce il prezzo dei carburanti al dettaglio, e, dal punto di vista delle imprese, ridà fiato alle filiere che utilizzano il petrolio per la produzione dei beni». 

Se il petrolio basso durerà, nessuno può dirlo con certezza. Per fare previsioni occorre riflettere sulle cause che hanno portato le quotazioni ai livelli del 2008. 

Sono quattro, spiega l’analista di Ref Ricerche, i fattori che spiegano il calo del prezzo al barile. Primo: l’estrazione dello shale oil negli Stati Uniti (che si avviano all’autosufficienza energetica) ha aumentato l’offerta mondiale di greggio, portando l’incidenza della produzione americana dal 7% all’11% del totale; secondo: in prospettiva cala il fabbisogno mondiale di petrolio, in quanto l’accordo Usa-Cina sul contenimento di Co2 e l’incremento dell’energia da fonti rinnovabili rendono meno strategico il combustibile fossile tradizionale; terzo: l’Arabia Saudita, primo produttore al mondo, nonostante il calo del prezzo ha deciso di non tagliare la produzione, condizionando tutti i paesi Opec; quarto elemento: siccome la produzione da scisto (lo shale oil) è conveniente sopra gli 80 dollari, dal punto di vista dell’Opec, tenere il prezzo al di sotto dei 70 significherebbe arginare l’aggressione americana sul mercato, disincentivando un ulteriore incremento dell’offerta statunitense. 

«Di certo - chiarisce Berardi - il paese che ne fa le spese più di tutti è la Russia, per la quale petrolio e gas sono vitali. Ha subito un deprezzamento del rublo nell’ordine del 30-40%. Dopo la crisi ucraina, con il calo del barile si è vista togliere una delle principali fonti di sostentamento. Il greggio basso è certo un incentivo a maturare orientamenti più miti di fronte al rischi di un’escalation militare». 

Dunque il suggerimento, per capire se il petrolio resterà basso oppure no, è guardare alla situazione in Ucraina. «Il primo segnale da attendere è se il governo russo verrà indotto a più miti consigli. E se ciò implicherà una risoluzione del conflitto da qui a sei mesi». 

Tolta la componente di “moral suasion” nei confronti di Putin, e considerati gli altri fattori fondamentali, in un orizzonte di lungo periodo, conclude l’analista, «è lecito attendersi un livello del greggio più in linea con gli 80 dollari che con i 100 dollari al barile».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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