SONDAGGI SHOCK | 01 Luglio 2015

«Renzi, a forza di balle nessuno gli crede più»

La 'lunga estate calda' di Matteo Renzi tra riforme ferme al palo, i magri risultati del Jobs Act e l'UE che gli volta le spalle su tutto. Secondo i sondaggisti gli italiani non gli credono più. Quando le troppe promesse prosciugano la fiducia

di ROBERTO BETTINELLI

L’estate 2015 sarà tutto tranne che piacevole e rilassante per Matteo Renzi. Siamo solo all’inizio, ma non è solo a causa dell’anticiclone africano che il clima si è fatto rovente per il premier alle prese con un drammatico calo del consenso puntualmente registrato da un sondaggio pubblicato sul Corriere della Sera a firma di Nando Pagnoncelli

Il consenso politico ha un'unità di misura: la fiducia. Valutare il credito di cui gode presso l’opinione pubblica il titolare di una carica istituzionale o di partito significa accertare l’aspettativa che gli elettori hanno nei suoi confronti. Significa, cioè, capire se i cittadini pensano che faccia o no le cose che ha detto o dice di voler fare. 

Il meccanismo è molto semplice: se fra le parole e i fatti c’è la percezione di una continuità, le previsioni degli elettori sono positive, la fiducia sale e insieme a questa aumenta il consenso. In caso contrario il saldo è negativo, la fiducia diminuisce e il consenso pure.

Le conseguenze possono essere molto spiacevoli. Chi ha meno consenso, infatti, è più debole. Lo è davanti agli avversari di ogni genere. Lo è davanti ai seguaci e agli alleati dal momento che viene incrinata la capacità di leadership. Lo è davanti all’opinione pubblica. La bocciatura allontana inoltre la certezza della rielezione e la conseguente possibilità di continuare ad esercitare il potere, imponendo l’urgenza di cambiare strategia. Operazione che non sempre è possibile attuare in tempi rapidi. 

Matteo Renzi è esattamente in questa situazione. La fiducia verso il premier, dalle europee del 2014 a oggi, è crollata dal 70% al 36%. La stessa di cui gode Matteo Salvini, il leader della Lega Nord. Secondo Pagnoncelli sarebbero tre i motivi della spirale negativa che ha risucchiato il presidente del Consiglio: l’inchiesta su Mafia Capitale che ha definitivamente fatto piazza pulita del ‘superomismo’ morale del Pd e della sinistra; l’esito del voto regionale e comunale che ha visto cadere roccaforti storiche come la Regione Liguria, lasciata al consulente politico di Berlusconi Giovanni Toti, e la città di Venezia, conquistata dall’outsider sostenuto dal centrodestra Luigi Brugnaro; infine l’emergenza immigrazione che ha messo a nudo l’incapacità di Renzi di trovare alleati in Europa per fermare gli sbarchi. 

Il successo di Salvini è speculare all’insuccesso di Renzi. Sul Carroccio non gravano al momento scandali e inchieste della magistratura; il voto delle amministrative è stato un trionfo; quanto all’immigrazione, il leader leghista se ne è infischiato delle accuse di strumentalizzazione e ha denunciato con forza un problema che spaventa la gran parte degli italiani. 

L’analisi di Pagnoncelli è condivisibile ma non tocca il ‘nocciolo della questione’. Il calo della fiducia affonda le radici nel recente passato. Per qualificarsi come tale, però, deve interessare il futuro, ossia la sfera delle attese e delle previsioni dei cittadini in merito al comportamento dell’uomo politico che è sotto esame. Per capire la ragione del crollo di Renzi, oltre agli errori e ai passi falsi, bisogna analizzare ciò che è stato  promesso e non è stato fatto. 

L’elenco è molto lungo. Nonostante i proclami il governo non ha dato alcuna risposta sulle tasse che seguitano a strangolare famiglie e aziende. L’annuncio di un nuovo corso a Bruxelles è stato smentito sia sul piano dell’austerity, i parametri economici che sono rimasti tali e quali, sia sul fronte dell’immigrazione dove l’Italia è stata umiliata dagli stranieri bloccati a Ventimiglia dai gendarmi francesi e dall’indifferenza dell’Unione Europea che ha svuotato di ogni efficacia il sistema delle quote. La rivoluzione del Jobs Act ha rappresentato un timido sollievo davanti a una disoccupazione dilagante che resta fra le più alte in Europa. La legge sulla ‘buona scuola’ approvata a colpi di fiducia ha perso per strada l'autonomia dei presidi finendo col trasformarsi in un’assunzione di massa che andrà a peggiorare i conti dello Stato premiando, guarda caso, un ceto professionale notoriamente simpatizzante per il Pd. Le tanto celebrate riforme istituzionali, Italicum e Senato non elettivo, sono ferme al palo e molto probabilmente non se ne farà più nulla. La battaglia per la legalità non ha impedito la candidatura dell’impresentabile Vincenzo De Luca che ha avuto tutto il tempo di farsi eleggere governatore in dispregio della legge Severino, contestabile quanto si vuole ma pur sempre una legge dello Stato. La difesa del risparmio contro la speculazione finanziaria è stata platealmente contraddetta dalla riforma delle banche popolari che sono diventate facili prede dei fondi di investimento internazionali. 

Di cose annunciate e non realizzate dal capo del governo ce ne potrebbero essere molte altre. L’elenco degli spot è lungo. Proprio come l’estate che attende il presidente del Consiglio. La più lunga, estenuante e difficile della sua carriera politica. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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