LA FUGA DI RENZI | 04 Giugno 2015

Una mimetica non basta per nascondere la sconfitta

Renzi vola a Herat e si fa fotografare in mimetica come un condottiero vittorioso. Ma è solo un trucco per non assumersi il peso della sconfitta elettorale. Svanisce così il mito dell’invincibilità che durava dalle primarie del 2013

di ROBERTO BETTINELLI

Un parallelo che non è sfuggito a nessuno e che non ha mancato di sollevare critiche e accuse contro Matteo Renzi è quello fra l’immagine del presidente del Consiglio con la giubba mimetica dell’esercito in visita alle nostre truppe in Afganistan e gli esiti tutt’altro che brillanti del voto regionale del Pd. 

Il viaggio di Renzi, al quale anche gli avversari meno generosi riconoscono doti di grande comunicatore, ha generato molto sospetto. Una reazione inevitabile visto il contesto elettorale. Al punto che appare difficile dare una lettura diversa. Chi ha visto nell’iniziativa del premier una mossa furba e calcolata per non assumersi il peso della sconfitta e fuggire il topos del condottiero battuto sul campo, ci ha visto giusto. 

Nel momento in cui regioni, città e territori hanno decretato un salasso di quasi 2milioni di voti ai danni del Partito Democratico che si è fatto scippare da sotto il naso la Liguria e che è stato asfaltato in Veneto rischiando di perdere pure l'Umbria e la Campania, il ‘grande capo’ è volato verso il fronte caldo della guerra in cerca di gloria. Si è fatto fotografare insieme agli alpini della Julia con la mimetica, distribuendo sorrisi e pacche sulle spalle, facendo esibizione di un lessico e di una mimica che farebbero impallidire Kennedy e Obama.

Colpito nel mito dell’invincibilità che lo accompagnava dalle primarie che gli hanno consegnato le chiavi del Pd e di palazzo Chigi, nel giorno in cui doveva rendere conto al suo partito l’esito mortificante delle urne Renzi si è rifatto il look, arringando i militari italiani con un discorso patriottico che li ha richiamati alla necessità di prolungare la missione per garantire «la pace e la libertà nella consapevolezza che la nostra sicurezza non è solo dentro i nostri confini». 

Prigioniero in patria del crollo del suo partito, Renzi ha tentato la fuga a Herat con un espediente propagandistico per rilanciare la sua immagine di condottiero. Il Pd ha vinto in cinque regioni, ha perso in due, ma ha incassato un colpo durissimo. Ovunque si è verificato un drastico arretramento del consenso. Un buon 50% in meno rispetto alle elezioni europee del 2014 e un 33,4% rispetto alle politiche dell’anno prima. Il solo modo per non rendere conto del disastro era ‘depistare’ gli elettori democratici e l’opinione pubblica. L’incursione a Camp Arena e il colloquio con il collega afgano Ashraf Ghani sono serviti allo scopo. In entrambi i casi è stata messa in campo un’azione equiparabile al lancio di una cortina fumogena. Cinica e furba. Come chi l’ha ideata. Ma che non è riuscita a oscurare la reale intenzione del premier e che non ha ingannato nessuno. 

Soprattutto non ha ingannato i parenti dei 54 soldati italiani deceduti dall’inizio della missione e che nel viaggio del segretario del Pd hanno colto il segnale di una smaccata strumentalizzazione politica. Nella commovente lettera che è stata pubblicata da Il Giornale, la madre di un parà ucciso ha ricordato al premier che la «mimetica non è un gioco» e che prima di una data fin troppo sospetta, il giorno in cui avrebbe dovuto giustificare la batosta subita alle elezioni, non aveva mai fatto arrivare parole di vicinanza o di conforto. 

L’entourage del premier si è affrettato a dire che la notizia del viaggio in Afganistan non è stata resa pubblica in anticipo per motivi legati alla sicurezza. Legittimo. Ma è altrettanto legittimo credere al sentimento sincero di una madre e al fiuto di chi, come il sottoscritto, la politica ha imparato a conoscerla anche nelle sue operazioni più insidiose e occulte avendo bene in mente che non c’è nulla di casuale in quello che fa Renzi. Soprattutto se ci sono di mezzo i giornali e le televisioni. 

Se avesse vinto le elezioni di certo sarebbe rimasto in patria a prendersene i meriti. Fiero di essere bersagliato dai flash dei fotografi e di poter figurare come il leader invincibile, avrebbe inscenato una bella conferenza stampa in stile ‘House of Cards’ seminando battute e lanciando stoccate contro gli avversari. Ma così non è stato. Renzi ha perso il test personale delle elezioni e per rimediare, da esperto di propaganda quale è, non ha visto niente di meglio che cambiare scenario per rivendicare il ruolo del capo alla testa delle truppe, convinto che fosse sufficiente indossare una giubba mimetica per nascondere la sconfitta e circondarsi dell’aura eroica del condottiero. 

Che dire: buona l’intuizione ma sbagliata la tempistica. Ha toppato. Eticamente e comunicativamente. E’ riuscito solo a svelare l’ipocrisia e l’opportunismo che i cittadini contestano alla politica e che, a ragione, merita tutto il loro disprezzo. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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