«GIÙ LE TASSE» | 21 Luglio 2015

Caro Renzi, perché dovremmo crederti?

In Italia pressione fiscale da incubo. Famiglie e imprese massacrati dalle imposte, negli anni cresciute (quasi) costantemente. La promessa di Renzi: «Ridurremo le tasse». Perché dovremmo credergli? Ecco i motivi per stare in guardia (e non siamo gufi)

di LUCA PIACENTINI

Matteo Renzi ha annunciato un maxi taglio delle tasse. A sentire il consigliere economico di Palazzo Chigi, si tratterebbe addirittura 50 miliardi in cinque anni: via la Tasi sulla prima casa, l’Ires sulle imprese nel 2016, rivoluzione dell’Irpef nel 2018. Insomma: un vero sogno. Appunto: per ora solo immagini e parole. 

Perché dovremmo credergli? Le risposte sono due: o perché Renzi ha la forza di attuare l’annuncio, nel senso che dispone in Parlamento dei numeri necessari, o perché ne ha la volontà politica, che potremmo dedurre dalle promesse finora mantenute. Purtroppo al momento non abbiamo evidenza né dell'una, né dell'altra condizione. Lo dico con rammarico, perché da liberale convinto faccio il tifo per la sforbiciata che gli italiani aspettano da sempre (provenga da destra o da sinistra, purché sia reale), taglio che probabilmente è l'azione più promessa e meno mantenuta dai politici (salvo poche, brevi, parentesi che perciò non mutano la sostanza) nella storia repubblicana.

Oggi in Italia la pressione fiscale è a livelli mostruosi. Secondo i dati certificati dall'Istat, nel 2014 il peso del fisco ha raggiunto il 43,5%. Associazioni di categoria e centri studi ricordano inoltre che se il dato viene riferito alle aziende, includendo tutte le gabelle che gli imprenditori, quelli che coraggiosamente decidono di rimanere in Italia, sono costretti a versare se vogliono lavorare, si sfiora il 70%. Insomma: al momento il quadro più che far sperare nel sogno renziano, è un vero incubo, che fa sorgere spontanea la domanda sul perché il nostro paese non sia ancora stato travolto dalla desertificazione industriale. Di certo, il dato choc basta da solo a considerare gli imprenditori quasi degli eroi. 

Come pure le famiglie, che anche quest'anno di fronte alle scadenze fiscali si sono rassegnate all'ineluttabile: pagare e dissanguarsi. La verità è che negli ultimi anni gli italiani hanno sborsato sempre di più, e i pochi mesi di governo Renzi non fanno eccezione, nutrendo loro malgrado uno Stato elefantiaco, che detiene il record di dipendenti pubblici, offre servizi in gran parte scadenti, dispone di un sistema previdenziale fondato sull'ingiustizia generazionale ed è cresciuto inesorabilmente alimentando il terzo debito pubblico del mondo, oggi oltre i duemila miliardi di euro, e che, generando ogni anno decine di miliardi di interessi, rappresenta la vera zavorra che impedisce il rilancio.   

Chi abbassato le tasse in Italia? La risposta è semplice: nessuno (o quasi). Sempre secondo l'Istat, Le uniche parentesi significative degli ultimi 15 anni si sono verificate, checché ne dica il giovane Renzi, sotto i governi guidati da Silvio Berlusconi: nel 2004 la pressione fiscale è scesa al 39,4%, l'anno dopo al 39,2%, in entrambi i casi ci trovavamo sotto il governo Berlusconi II o a cavallo del Berlusconi III. Certo: la rivoluzione liberale e il taglio drastico del fisco promessi nel 1994 dall'allora Cavaliere non ci sono stati. Ma osservando i risultati ottenuti dalla sinistra c’è poco da stare allegri. Anzi, a ben vedere, il ritorno di Romano Prodi alla presidenza del Consiglio, alla testa dell'Ulivo e del Partito democratico, tra 2006 e 2007 ha visto la pressione fiscale schizzare oltre il 40%, prima al 40,3% poi al 41,6%. Altro picco, sotto Berlusconi nel 2009, a quota 42%. Dopo una lieve flessione, la clamorosa impennata tra 2011 e 2013: durante la staffetta dei governi Mario Monti-Enrico Letta le tasse hanno sforato il tetto record del 43%: mai, da quando esiste la Repubblica, il prelievo dello Stato ha raggiunto livelli simili.   

Ce la farà Matteo Renzi a invertire il trend e fermare il massacro fiscale degli italiani? Torniamo alle nostre due ragioni, solo teoriche, a favore del sì, forza parlamentare o volontà politica. Il partito che sostiene il premier non è cambiato rispetto a quello dei suoi predecessori che, come detto, hanno contribuito ad incrementare il peso del fisco, mentre base, militanti ed elettori, come dimostrano le difficoltà dell'ex sindaco di Firenze nel promuovere la rottamazione dei circoli locali, sono ancora quelli dell'Ulivo di Romano Prodi. Quanto poi alla volontà politica, ci chiediamo come possiamo fidarci di un presidente del Consiglio passato dallo slogan di «una riforma al mese» all'annuncio del cambiamento «in mille giorni»; un capo del governo sotto il quale il debito pubblico è cresciuto ancora, che descrive una timida riforma del mercato del lavoro (leggi: jobs act) come la panacea dei mali della disoccupazione, sostiene di aver fatto le riforme dopo aver approvato una legge elettorale, che molto probabilmente sarà presto modificata. 

Non siamo gufi, raccontiamo i numeri. E i grafici, almeno quelli dell'Istat, non sono certo accusabili di partigianeria. Anzi: descrivono una lotta alla pressione fiscale che nell'ultimi quindici anni, per completare la metafora bellica, tra i contribuenti ha fatto solo “morti e feriti”. Valutate un po’ voi.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.