POLITICA | 09 Marzo 2015

Carota e bastone: così Renzi educa sinistra e Pd

Il regalo di Mattarella presidente e la pugnalata del Jobs Act. La carota e il bastone, così Renzi tratta la sinistra e il Pd. Bersani protesta, ma ormai è il premier ad essere il dominatore assoluto del Nazareno

di ROBERTO BETTINELLI

Quando la carota non basta, si usa il bastone per vincere la cocciutaggine dell’asino. E’ un modo dire vecchio come il mondo. Ma è molto efficace. E spiega bene come Matteo Renzi, segretario del Pd, si comporta verso il suo partito. Di esempi, ormai, ce ne sono fin troppi. Cede alle pressioni per far saltare il patto del Nazareno portando al Quirinale l’antiberlusconiano Mattarella, poi infligge l’umiliazione del Jobs Act ai sindacati e alla minoranza di Bersani. Apre sui dritti civili e lascia che Alfano annunci il Family Act. Dice di essere inflessibile verso i nemici del suo partito e recluta Verdini per votare l’Italicum. Promette la democrazia interna e lotta fino alla morte per avere l’esclusiva sulle liste dei candidati. Esalta il ruolo della magistratura, notoriamente schierata a sinistra, e poi la sbeffeggia con la responsabilità civile dei giudici. 

Se si mettono in fila alcune delle questioni principali della politica nazionale, è facile vedere come tutto ruoti intorno al rapporto che corre fra Renzi e il Pd e che è tutto fuorché sereno. Renzi ha una precisa idea di partito che non corrisponde a quella del Pd attuale, ancora dominato da un’ideologia di sinistra che il premier vede come una zavorra di cui bisogna liberarsi il prima possibile. 

Se c’è un momento che autorizza il cambiamento del partito secondo i desiderata del segretario, è proprio questo. Mentre Renzi sta vivendo un autentico momento di grazia, il Pd annaspa diviso dalle faide e dalle lotte, perde tessere e iscritti, in Campania non riesce neppure a fare le primarie per individuare lo sfidante di Caldoro. Insomma, sembra destinato a conoscere a breve l’esito di una resa dei conti dura e implacabile. A farne le spese saranno, quasi certamente, i membri della vecchia guardia. A partire da Pierluigi Bersani che ha evitato il confronto con il segretario nell’ultima assemblea al Nazareno dicendo chiaramente di non condividere un solo passo della linea di Renzi. 

Una delusione alimentata dal tradimento del Patto del Nazareno che ha sì portato al Quirinale Sergio Mattarella, ma poi non ha più dato alcun frutto. Lo strappo che ha spezzato la collaborazione con Berlusconi e che ha esposto al pubblico ludibrio gli alleati del Nuovo Centrodestra aveva fatto credere a Bersani che Renzi fosse tornato nel solco di una strategia condivisibile. Ma così non è stato. E dopo la carota è arrivato il bastone. 

La sintonia che sembrava essere sbocciata grazie alla partita del Quirinale fra il premier e i membri più autorevoli della sinistra del Pd ha incontrato una definitiva battuta d’arresto con il Jobs Act. Un provvedimento che è stato descritto dalla stampa nazionale, ormai totalmente convertita al credo renziano, come una vera rivoluzione quando in realtà si tratta di una fin troppo timida riforma. Ma il ‘colpetto’ è bastato per far infuriare Bersani e compagni. Una reazione che la dice lunga sulla modernità di una sinistra che vuole governare il Paese e che invece seguita a guardare al passato, preoccupata soltanto di tutelare rendite elettorali ormai indifendibili. 

L’Italicum è un’altra scossa per le incerte fondamenta della relazione che lega il premier al Pd e che ormai sembra essere caratterizzata da una dichiarata e irrecuperabile ostilità. La nuova legge elettorale consentirà a Renzi di avere le mani libere per decidere i candidati che correranno alle prossime elezioni nazionali. Un’opportunità che gli permetterà di scalzare definitivamente da Camera e Senato gli accoliti di Bersani, D’Alema, Fassina, Cuperlo. «Rivoluzionerò il Pd» ha detto il segretario. Una promessa che tenterà di onorare con tutte le sue forze, consapevole del fatto che oggi gode di un grande favore presso l’opinione pubblica. I segnali degli ultimi giorni sono importanti e non possono che rafforzarlo nella volontà di andare fino in fondo: il ritorno al segno positivo del Pil nel 2015 dopo tre anni di caduta libera, lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi che ha toccato il record di quota novanta, l’endorsement di Marchionne che ha annunciato mille nuovi posti di lavoro a Melfi grazie al Jobs Act. 

Renzi è un uomo solo al comando e non molla la presa su un’agenda politica fitta e incalzante: un ritmo asfissiante che non lascia respiro agli avversari interni del Pd e che non permette a quelli esterni di organizzarsi in un fronte più ampio e compatto. Liquidato il Patto del Nazareno, ha siglato un accordo con alcuni deputati di Forza Italia che rispondono all’ex plenipotenziario azzurro Denis Verdini per giungere all’approvazione dell’Italicum. Agli alleati di Ncd, impegnati nel braccio di ferro con la Lega Nord per le regionali in Veneto, ha riconosciuto margini di azione più ampi per ricompensarli della ‘batosta Mattarella’. Decisione saggia: il premier sa bene che un alleato troppo forte crea problemi, ma uno troppo debole ne crea anche di più. Verso la leadership berlusconiana indebolita dai veti giudiziari e dalle divisioni di un partito che soffre drammaticamente l’assenza dalla scena politica del suo leader, seguita a tenere un profilo basso. Un atteggiamento cauto che rivela un obbiettivo: aprire all’elettorato di centrodestra per fare il pieno quando il Cavaliere abbandonerà il campo di battaglia. Un momento che il Renzi, evidentemente, ritiene sempre più vicino. All’offensiva lepenista lanciata da Salvini, invece, risponde duramente. Il segretario del Carroccio va arginato anche se la strategia dello sfondamento a destra sta spaventando il voto moderato e poco a poco sta isolando la Lega. Ma il presidente del Consiglio, da inguaribile egotista quale è, non può accettare la presenza di un altro ‘Matteo’ nel mercato elettorale. 

L’elenco delle partite che lo vedono come protagonista indiscusso potrebbe essere molto più lungo. Ma la più importante è quella con il suo partito dove Renzi procede lungo un doppio binario: prima colpisce duro, anzi durissimo, poi invoca la pace esaltando la tradizione socialista e raccontando al Paese che il Pd è chiamato alla missione storica di costruire l’Italia di domani. 

La verità è che sta applicando con rigore inflessibile la legge del bastone e della carota. E mentre Bersani si lecca le ferite, lui si comporta da padrone nella segreteria nazionale incaricando l’ex presidente del consiglio regionale dell’Emilia-Romagna Mario Richetti di organizzare una corrente per far fuori gli avversari dai territori. Dominatore assoluto del Nazareno, lo sta diventando anche nei circoli cittadini, regionali e provinciali.

Prima il centro, poi la periferia. Il metodo è sempre lo stesso: carota e bastone. Intanto i giorni passano. Fino al prossimo congresso quando il Pd si guarderà allo specchio e a sorridergli, soddisfatto e vincente, ci sarà soltanto il volto di Matteo Renzi.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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