UNIONI CIVILI | 04 Febbraio 2015

Il ddl? «Tutte scuse, cavallo di troia per i matrimoni gay»

Unioni civili al Senato, gli esperti contrari al ddl convocati in audizione solo all’ultimo minuto. Ecco com'è andata. Parla il vicepresidente nazionale di Scienza&Vita Gandolfini: difendere i diritti dei conviventi è il cavallo di troia dei matrimoni gay

di LUCA PIACENTINI

«La difesa dei diritti dei conviventi è solo una scusa, un cavallo di troia per ottenere il riconoscimento giuridico del matrimonio omosessuale». E’ durissimo il giudizio di Massimo Gandolfini sul disegno di legge Cirinnà in merito alle unioni civili. 

Direttore del dipartimento di Neuroscienze alla Poliambulanza di Brescia, neurochirurgo e neuropsichiatra di fama, consulente del Vaticano per le cause dei santi, a gennaio Gandolfini è stato ascoltato in qualità di esperto dalla VIII Commissione Giustizia del Senato. Convocato come presidente nazionale dell’associazione “Vita è” e vicepresidente di “Scienza e vita”, il medico ha alzato il cartellino rosso: la famiglia è una sola, ha detto ai senatori, quella tra uomo e donna, non lo dice la Chiesa cattolica, ma la Costituzione. E impedire ogni sovrapposizione tra questo fondamentale istituto e le unioni gay è anzitutto una questione di ragione: c’entra il rispetto del diritto, non la confessione religiosa. 

Ripensando al suo intervento in Commissione, però, Gandolfini è pessimista: l’impressione del medico, cioè, è che l’idea prevalente nel mondo politico sia lontana dalla difesa della famiglia naturale. Una percezione in qualche modo confermata dalla modalità stessa della sua convocazione, fatta all’ultimo minuto solo grazie all’intervento del senatore Nitto Palma, che si è accorto dell’assenza di relatori contrari alla linea Lgbt. Quando il presidente della Commissione Giustizia ha guardato la lista, ha convocato immediatamente i propri collaboratori e ha preteso che le posizioni fossero riequilibrate. 

«Vedendo l’elenco di chi era stato sentito e chi doveva essere ancora ascoltato - racconta Gandolfini - il senatore Nitto Palma si è accorto che erano tutti schierati da una parte sola, militanti o simpatizzanti delle teorie Lgbtq. Di fatto, almeno per par condicio, mancava la voce dissidente rispetto a questa linea culturale. Si è pensato di rimediare invitando quattro persone - tra cui il sottoscritto - che esprimessero la voce personalista, in alternativa a quella schierata con l’ideologia omosessualista. Dal senatore Nitto Palma massima disponibilità. Lo ringraziamo per averci dato la possibilità di esporre il nostro pensiero. Purtroppo, però, il dibattito è stato un muro contro muro». 

In che senso?

«Abbiamo contestato l’intero impianto del disegno di legge Cirinnà - spiega Gandolfini - E’ formato da due titoli: il titolo I riguarda le “unioni civili omosessuali”, il titolo II le “convivenze di fatto eterosessuali”. Sul titolo II abbiamo detto che c’era solo bisogno di qualche aggiustamento, mentre sul titolo I la nostra opposizione è stata completa. Abbiamo contrastato l'idea dell’omologazione delle unioni civili omosessuali alla famiglia, ribadendo che è addirittura la Costituzione a definire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. E se questa è la definizione che la Repubblica italiana riconosce, le unioni civili omosessuali non possono trovarvi spazio: al massimo possono essere garantite da norme particolari, ma non è pensabile sovrapporle o equipararle a quello che la Costituzione definisce come famiglia. Abbiamo contestato l'impalcatura della legge e fatto presente che eravamo disponibili a collaborare per dare vita ad un documento sulle “convivenze non matrimoniali”, categoria in cui rientrebbero tanto le convivenze eterosessuali quanto le unioni civili omosessuali». 

Dunque gli strumenti giuridici per tutelare le coppie di fatto ci sono già. 

«Non so se il grande pubblico ne è al corrente, ma nel nostro ordinamento tanti diritti che alla televisione vengono contrabbandati come “diritti assenti”, cioè non tutelati, in realtà sono previsti e difesi. Quelli 'non tutelati' in ordine alle convivenze di fatto, omo o eterosessuali che siano, sono solo due: la pensione di reversibilità e la ripartizione della quota di legittima in caso di testamento patrimoniale. Si tratta di due importanti prerogative che si vorrebbero estendere alle coppie di fatto o alle unioni omosessuali, mentre oggi vengono riservate alla famiglia secondo una logica precisa».

Quale?

«La pensione di reversibilità fa parte dello statuto dei lavori del 1975, fondato sui principi di giustizia e parità del marito e della moglie. Il marito è lavoratore fuori casa, la moglie lavoratrice in casa. Essendo senza stipendio, quest’ultima doveva essere ripagata per un principio di giustizia. In caso di morte del marito, si accordava almeno il 50% della pensione alla donna, che aveva rinunciato alla carriera per dedicarsi al “lavoro” della famiglia, alla casa e all’accudimento dei figli. E’ il pilastro che fonda la pensione di reversibilità. E’ chiaro che questo diritto non si può trasportare all’interno di un’unione civile omosessuale, che non ha neppure l’ombra delle fattispecie cui ho accennato». 

«Anche il testamento patrimoniale risponde a un criterio preciso. Molte unioni civili omosessuali hanno alle spalle dei matrimoni eterosessuali, civili o religiosi: ai figli nati dai questi matrimoni precedenti vogliamo togliere la quota di legittima solo perché si è dato vita ad un’unione civile omosessuale posteriore? Ancora una volta: viene rispettato il principio di giustizia? O non sarà bene prevedere che la quota di legittima è intoccabile per i figli, mentre la quota disponibile nel testamento potrà essere data solo in percentuale alla coppia eventualmente riformata dal punto di vista omosessuale?». 

Sarebbe quindi sufficiente riunire in un testo unico organico le norme esistenti. Perché si insiste su un ddl specifico, legato alle unioni civili? 

«Un testo unico si potrebbe fare. Se lo si intitola “Convivenze non matrimoniali”, dentro ci può stare tutto. Ma sia chiaro: non sarebbero regolamentate come il matrimonio, perché questo è definito dall’articolo 29 della Costituzione. Per il resto non c’è problema. Si parla di diritti civili legati a molte condizioni, come la visita in ospedale, il subentro nell’affitto della casa, la partecipazione ai bandi di concorso, la legittimità di non prestare testimonianza sotto giuramento nel caso in cui il convivente sia incorso in reato penale: ebbene tutti questi diritti sono già tutti previsti dal codice civile. Li vogliamo sintetizzare in un documento che riguardi le convivenze non matrimoniali? Benissimo. Si può fare senz’altro. Ma il problema vero, che va detto al nostro pubblico, è che chi patrocina le unioni civili omosessuali secondo il disegno di legge Cirinnà, non sta richiedendo queste tutele civili della persona. Vuole il riconoscimento del matrimonio omosessuale. Questo è l’obiettivo. Dire: tuteliamo queste povere coppie con dei diritti civili è solo una scusa, un cavallo di troia. Primo, questi diritti esistono già; secondo, se vogliamo redigere un documento apposito, possiamo farlo. Ma quello che vogliono i sostenitori del ddl è il riconoscimento giuridico del matrimonio omosessuale. Ecco perché non prendono in considerazione con buona volontà le nostre proposte, per altro molto ragionevoli». 

Che cosa può fare chi si oppone alla visione omosessualista? 

«La sensazione che ho avuto in Commissione è che dal punto di vista politico c’è un largo fronte che sostiene la legittimità giuridica del matrimonio omosessuale. Molto dipende dai capi dei partiti, se intendono schierarsi secondo ragione o secondo ideologia. Non c’entra niente la confessione della Chiesa cattolica. La questione è un ragionamento giuridico chiaro e limpido nei confronti della famiglia. A chi mi contestava ho detto: cambiate l’articolo 29 della Costituzione e scrivete che la famiglia è una “struttura variabile componibile secondo relazioni affettive”. Allora, solo a quel punto, ci sta tutto. Ma finché rimane l’articolo 29, le unioni civili omosessuali non sono omologabili all’istituto famigliare». 

«Dal punto della popolazione - prosegue Gandolfini - si può fare tanto. Informare le persone, sapere di cosa si parla, spiegare che non facciamo discriminazioni. Prima di tutto ce lo vieta l’articolo 3 della Costituzione, il quale dice che nessun cittadino italiano può essere discriminato per condizioni personali e sociali; in secondo luogo nessuno di noi, anche per tradizione culturale, e oserei dire per coscienza, ha mai pensato di usare forme di discriminazione violenta, insulto o mancanza di rispetto verso chicchessia». 

«Il problema non deve essere letto in questa prospettiva, ma nell’ottica della tutela della famiglia che oggi in Italia è probabilmente l’istituto più maltrattato e abbandonato. Chi aiuta le famiglie numerose? Chi imposta una seria politica di incentivazione alla natalità? Chi aiuta le nuove famiglie a trovare un degno posto di lavoro perché possano pagarsi almeno l’affitto o il mutuo? Queste sono le grandi istanze di cui quali il Parlamento si dovrebbe occupare, invece di coniare idee di famiglie omosessuali che nulla hanno a che fare col nostro ordinamento. Ripeto: non per questo devono essere discriminate, ma vanno trattate come condizione giuridica non omologabile alla famiglia. Questo è il tema da mettere all’ordine del giorno, per cui la cittadinanza italiana dovrebbe essere chiamata a muoversi, diventando davvero cittadinanza attiva. 

Il tema della discriminazione richiama la libertà di espressione, che secondo gli oppositori è invece messa a repentaglio da un altro disegno di legge, il ddl Scalfarotto. 

«E’ il cosiddetto disegno di legge contro l’omofobia o transfobia. La Camera lo ha approvato ed è fermo alla Commissione Affari sociali del Senato. Analizzando seriamente il testo si capisce benissimo che vuole imporre il “pensiero unico”: l’omosessualità sarebbe cioè uno dei tanti orientamenti sessuali a scelta del soggetto e come tale deve essere tutelata, al punto che in Italia ognuno potrebbe esprimere un parere contro il presidente della Repubblica, del Papa o della Corte costituzionale, ma non potrebbe esprimersi in merito all’atteggiamento omosessuale - si badi non sulla persona gay - né sulla cultura omosessualista, sull’idea di genere o la cultura Lgbtq senza incorrere, qualora la legge passasse, nel reato di omofobia o di transfobia». 

«Se fosse approvata, avremmo una vera e propria legge bavaglio simile a quelle in vigore nelle dittature nazi-fasciste e comuniste. Toglierebbe la libertà di espressione del pensiero al cittadino italiano. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di opporci a questa legge liberticida». 

Lei ha scritto un libro intitolato Adozioni a coppie gay. Cosa dice la scienza. Come si sviluppa la riflessione? 

«Oggi si sente dire che un bambino può essere adottato da coppie gay, maschili o femminili che siano, perché nello sviluppo della personalità del bambino è assolutamente indifferente che abbia un papà e una mamma o due papà o due mamme. Il mio punto di partenza, invece, è il seguente: la storia della psiconeurobiologia dell’età evolutiva, da Freud ad oggi, ha sempre detto che per la costruzione della personalità, dell’identità di sé, della cosiddetta rappresentazione mentale del bambino è fondamentale il processo di identificazione e diversificazione rispetto ai due genitori: ruolo paterno con corpo maschile, ruolo materno con corpo femminile. Questo è quello che la cultura psiconeurobiologica internazionale dice da più di cent’anni. Nel libro ho fatto un excursus di questi principi». 

«E’ solo negli ultimi quindici anni che ci si è inventati un’altra posizione ideologica, senza alcun supporto scientifico. Nasce all’interno del mondo Lgbtq, che ovviamente la patrocina in quanto ha un chiaro conflitto di interesse. Ma l’idea non ha nessuna fondatezza scientifica. Se vogliamo accettare che questa è la nuova verità, prendiamo tutti i testi scritti da Freud, da altri mille autori, e li bruciamo come fece Hitler quando decise di mettere al rogo i libri per dare il via alla cultura della supremazia razziale». 

È di poche settimane fa la notizia che l'Agenzia europea del farmaco ha dato l’ok alla libera vendita della cosiddetta "pillola dei 5 giorni dopo". Abortivo o contraccettivo? 

«Si chiama Ulipristal è un farmaco che proprio per il suo meccanismo di azione ha la più alta percentuale di probabilità di essere un contragestativo - cioè un abortivo - piuttosto che un contraccettivo. Per essere contraccettivo deve bloccare l’ovulazione. Ma se quest’ultima è avvenuta, l’ovocita viene fecondato in un rapporto sessuale e il farmaco impedisce all’embrione di annidarsi nella mucosa uterina, allora il principio attivo blocca l’annidamento e la prosecuzione della gravidanza. Così non è più contraccettivo, la fecondazione c’è già stata. Ecco, l’Ulipristal ha un’altissima probabilità di funzionare così, come abortivo, mentre un piccolissimo margine come contraccettivo. Tant’è che a prescindere dalle recenti acquisizioni della politica europea del farmaco, in Italia non era neppure possibile prendere in considerazione la vendita dell’Ulipristal. Prima dell’assunzione, bisognerebbe comunque documentare con un’ecografia che la donna non sia gravida». 

Quali sono i rischi per l’Italia? 

«Quelli di un aborto in spregio totale della legge 194, che non lascia spazio all’aborto chimico. L’unico che può rientrarvi fino ad un certo punto è l’utilizzo della Ru486, la cosiddetta pillola abortiva. L’utilizzo della cosiddetta pillola del giorno dopo o dell’ulipristal sono in contraddizione con la 194. Diversamente bisognerebbe aggiungere articoli alla legge: ecco perché, ancora una volta, la nostra non è una battaglia confessionale come si vorrebbe far credere all’opinione pubblica, ma una battaglia di ordinamento razionale e giuridico». 

La Tv pubblica svedese ha diffuso il video a cartoni animati di una canzone per bambini sui genitali, dove si vedono danzare e parlare gli organi sessuali maschile e femminile. Avrebbe lo scopo dichiarato di aiutare i piccoli a familiarizzare con la sessualità. Che ne pensa? 

«Siamo all’assurdo, allo svilimento totale dell’umanesimo. In realtà questa si chiama pornografia e corruzione di minori, non ha niente a che fare con l’educazione dei figli. Le persone ragionevoli dovrebbero sollevarsi: la libertà di espressione, la dignità del cittadino e la non discriminazione non hanno nulla a che fare con queste aberrazioni dell’umano»


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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