MELONI O MARCHINI? | 04 Novembre 2015

Società e partiti: gioco di squadra o sconfitta certa

Il duello Meloni-Marchini rischia di riportare in auge il Pd. Bene gli ‘indipendenti’ ma solo se riconoscono l'importanza dei partiti. Se il centrodestra non scommette sul gioco di squadra fra società civile e politica perderà sempre

di ROBERTO BETTINELLI

La brutale liquidazione da parte del Pd del sindaco di Roma Ignazio Marino è un fatto che rivendica un primato indiscutibile nella scena politica. La sinistra è stata messa con le spalle al muro, costretta a fare i conti con un sconfitta tanto bruciante quanto inattesa. Ma ora che Marino ha fatto le valigie e il commissario Tronca si è insediato con tutti gli onori, è il fronte avversario a cadere in una situazione di difficoltà. Silvio Berlusconi, inaspettatamente, ha dichiarato di voler sostenere l’indipendente Alfio Marchini alle elezioni comunali. Un endorsement che l’imprenditore romano ha apprezzato molto, ma che ha scatenato comprensibilmente le ire di Giorgia Meloni, intenzionata a correre in prima persona per la conquista del Campidoglio. 

 

Si tratta, in entrambi i casi, di ottimi candidati. Possono indistintamente vantare concrete chance di vittoria anche se alle spalle hanno percorsi differenti e una storia politica antagonista. Marchini discende da una famiglia di costruttori molto vicina al Pci, ingegnere, imprenditore, sportivo di fama, è il tipico esempio di uomo di successo della società civile. Non gli manca niente: ottime relazioni, titolo di studio, soldi. E’ pure bello. Cosa che, in un agone ormai supino ai ferrei diktat della telegenia, non guasta affatto. 

 

Giorgia Meloni possiede un talento raro. Dopo il crollo di Alleanza Nazionale si è inventata Fratelli d’Italia, una sigla che non si è incagliata nell’infelice battesimo del fuoco delle europee e che è cresciuta poco a poco fino a diventare una forza di tutto rispetto, radicata sul territorio nazionale, capace di offrire una casa agli elettori orfani della destra. La Meloni ha ridato loro speranza e un volto credibile. Ma sconta una penalità. La sua è una carriera che è nata e si è imposta dentro i soli confini della politica. 

 

Scegliendo Marchini, Berlusconi ha dichiarato la sua preferenza per un volto non immediatamente riconducibile ad un partito, dimostrando di non voler eludere il problema cruciale di un Paese travolto da una folle ondata di antipolitica. 

 

Un disgusto che però, stando ai sondaggi, risparmia Giorgia Meloni. Se non fosse così non sarebbe mai riuscita ad affermarsi alle spalle di Renzi nella classifica dei leader politici nazionali. Convince nei talk show, non teme la piazza, ha grinta e infonde fiducia. In poche parole sa fare bene il suo mestiere. 

 

Marchini, dal canto suo, ha il difetto di aver frequentato troppo gli ambienti ‘democratici’ per poter essere adottato di schianto dal centrodestra e il suo contino richiamo alla necessità  di superare gli steccati dell’antinomia destra-sinistra non è certo d’aiuto. L’appello alle grandi coalizioni può funzionare solo nei momenti di autentica crisi. Al di fuori dell’emergenza risulta una proposta poco credibile, davanti alla quale è naturale nutrire il sospetto di comodi opportunismi. Nè si può pensare di poter invocare il sostegno dei partiti tradizionali per incamerarne i consensi e al tempo stesso continuare a immaginarsi svincolati da tutto e da tutti. La politica, per essere efficace, ha bisogno di ordine e di chiarezza. Nei contenuti e nei programmi, ma anche nelle regole che determinano le alleanze. Per quanto screditati, i partiti sono ancora organizzazioni imprescindibili per la sopravvivenza di una grande democrazia. 

 

Se Forza Italia deve ricorrere a un indipendente come Marchini per non essere esclusa dalla partita del Campidoglio deve interrogarsi sulla qualità del proprio ceto dirigente, capire il motivo di un vuoto imbarazzante, e mettersi subito al lavoro per accrescere le sue potenzialità di reclutamento. Un’apertura che però non può non andare nella direzione di figure come quella di Alfio Marchini, il quale, a sua volta, non può che prendere atto della necessità di sottoporsi all’esame di un centrodestra che ha tutto il diritto di sindacare e discutere sulla sua candidatura. 

 

Giorgia Meloni deve invece decidere se tentare la corsa solitaria condannando la coalizione a una certa sconfitta aprendo una falla all’interno dell’alleanza che può avere gravi ripercussioni anche a livello nazionale oppure, con molta umiltà e altrettanto pragmatismo, può sedersi al tavolo della trattativa e negoziare da un punto di forza. Berlusconi le ha già promesso la candidatura per la Regione Lazio, ma vista la spiccata affinità con i modi e i linguaggi della contesa politica potrebbe ottenere altre ricompense e molto prima di quanto si creda. 

 

In entrambi i casi si tratta di accettare la realtà. Non si può prescindere dal gioco di squadra. Esattamente ciò che è mancato nel centrodestra dopo la prima magica sorprendente stagione berlusconiana. Un’assenza che ha finito per consegnare il Paese a un pericoloso illusionista come Matteo Renzi.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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