L'INTERVISTA | 13 Luglio 2015

«Sfidare Renzi? Sono pronto, ma uniamo le forze»

L’appello di Flavio Tosi per creare «una confederazione del centrodestra» contro il Pd. «Il partito unico non è nelle corde degli italiani». Il leader?: «Si decide nelle primarie». Milano: «Stimo Passera». Grexit: «Tsipras vigliacco»

di ROBERTO BETTINELLI

Le ultime elezioni regionali sono state tutto tranne che un battesimo del fuoco per Flavio Tosi. La sua lista si è classificata al quarto posto dietro alla Lega di Zaia, al Pd di Renzi e al Movimento 5 Stelle. «Ce l’abbiamo fatta in 45 giorni e senza l’aiuto dei partiti» dice con orgoglio il sindaco di Verona che è arrivato all’appuntamento delle urne dopo la rottura con Matteo Salvini. Un addio che era nell’aria da molto tempo e che si è consumato a ridosso del voto. 

Primo cittadino veronese al secondo mandato, eletto alle europee dello scorso anno con 100mila preferenze, Tosi ha iniziato a fare politica a 25 anni come consigliere comunale. La sua ascesa è stata irresistibile: capogruppo in consiglio comunale, assessore alla Sanità della Regione Veneto, vice segretario del Carroccio e segretario della Liga Veneta. Secondo molti doveva essere lui l’erede di Umberto Bossi. Più moderato rispetto a Salvini e forte di una esperienza amministrativa che l’ha reso forse meno efficace nella raccolta dei consensi ma certamente più consapevole dei problemi della macchina pubblica, Tosi ha sempre accantonato le pulsioni secessioniste credendo nella missione rigeneratrice di una ‘lega nazionale’ che faceva del federalismo la dottrina capace di risollevare le sorti di tutto il Paese. Chi conosce bene la Lega sa che era lui a voler superare il confine del Po e puntare alla conquista delle regioni meridionali. Esattamente ciò che ha fatto Salvini quando è diventato segretario del Carroccio. Un risultato che però non scoraggia il sindaco di Verona che ha creato la fondazione 'Ricostruiamo il Paese' e la rete dei Fari per giocarsi la sua chance. La corsa per la leadership del centrodestra è ancora aperta e Tosi non ritiene di aver perso il treno. Anzi.

Sindaco, secondo lei è ancora possibile un percorso di ricostruzione del centrodestra? Se sì, vede più realizzabile un patto di federazione o la nascita di un grande partito?
«E’ assolutamente indispensabile creare un centrodestra affidabile e credibile. Altrimenti alle prossime elezioni sarà inevitabile il ballottaggio fra il Pd e Grillo o Salvini. Il che vuol che Renzi vincerà senza difficoltà. Serve una grande alleanza che non sia succube del populismo e che sappia esprimere una leadership autorevole. Bisogna individuare i dieci punti essenziali in materia di fisco, sicurezza, famiglia, lavoro, Europa. Il partito unico non è nelle corde degli italiani. Penso piuttosto a una confederazione che sappia trattare le prerogative territoriali e culturali per quello che sono in realtà: una ricchezza».

Chi sarà il leader?
«Allo stato attuale non c’è. E non c’è anche perché non è stato avviato il percorso perché possa emergere. Le primarie possono essere molto utili. Una soluzione immediata e praticabile purché non si commettano gli errori del Pd. Devono essere aperte a tutti i cittadini e non solo agli iscritti. Bisogna decidere se farle in un’unica tornata oppure in più turni prevedendo il ballottaggio al quale possono avere accesso i due contendenti che hanno ottenuto il più alto gradimento».  

L’esperienza dei ‘Fari’ e della ‘Fondazione Ricostruiamo il Paese’ l’ha portata oltre i confini del Veneto. Quale è il bilancio?
«Il bilancio è positivo come dimostra l’esperimento che abbiamo condotto in Veneto per le elezioni regionali dove abbiamo vinto una scommessa che ci ha consentito di raccogliere il 12% dei consensi. Il nostro è un progetto su scala nazionale. Una dignità che ci viene riconosciuta proprio dal fatto di aver conquistato una quota rilevante di consensi in una regione strategica come il Veneto».

Nord e Sud Italia sono realtà inconciliabili oppure è possibile mettere a tema una ‘questione nazionale’ che possa comprendere le istanze di tutto il Paese?
«E’ obbligatorio trovare la sintesi per riequilibrare il rapporto fra Nord e Sud. Le riforme dovrebbero andare in questa direzione. La sfida è modernizzare il Paese».

Lei che cosa farebbe se fosse al governo?
«I tre asset strategici sono fisco, tasse e burocrazia. Gli interventi del governo devono rafforzare le imprese per creare posti di lavoro. E’ il nodo cruciale. Renzi non ha fatto nulla per cambiare le cose»

La Lega Nord oggi è identificata con Salvini e si è guadagnata la fama di ‘partito lepenista’. Ma è questo il vero Dna della forza politica fondata da Umberto Bossi?
«La Lega è una forza federalista. Un tema sul quale Matteo Salvini non dice più mezza parola da mesi. La sua segreteria è animata dal populismo e dal qualunquismo. Vedo molta improvvisazione e, non lo nascondo, un buon fiuto elettorale. Salvini vive di suggestioni quotidiane ma è privo di una politica coerente sul lungo periodo. A seconda delle emozioni si affida a Marie Le Pen, Tsipras, Podemos. Cresce nei sondaggi ma non c’è una strategia all’opera».

Il centrosinistra ha un partito di riferimento, il Pd, e un leader, Matteo Renzi. Nel centrodestra regnano le divisioni e di leader ce ne sono almeno due: Salvini e Berlusconi. C’è spazio per altri pretendenti?
«Immaginare che non ci siano alternative a Salvini e Berlusconi significa avere in mente un’idea riduttiva e artificiosa del Paese. Se sommiamo i consensi di entrambi arriviamo a una quota minoritaria dell’elettorato. Il centrodestra può e deve avere ambizioni più grandi. In Italia i moderati sono ancora la gran parte della popolazione. Ma tra la Lega e Forza Italia c’è una grande differenza. La prima ha avuto un ricambio con Salvini. Forza Italia no e rischia di morire con Berlusconi».

Renzi dice che ormai la ripresa economica è a portata di mano. Che cosa ne pensa?
«La contingenza è favorevole. Il prezzo basso del petrolio dovuto alla guerra in corso fra gli arabi e gli americani, lo spread sul quale vigila Mario Draghi, l’euro deprezzato rispetto al dollaro. Tutti fattori positivi. Ma quale è il ruolo di Renzi in questo scenario? La spesa pubblica e il debito pubblico continuano ad aumentare».

Emergenza immigrati: la soluzione è ancora molto lontana. Di chi è la colpa? 
«Renzi non ha ancora deciso che cosa fare. Le alternative sono due: o li respingi o fai in modo che vadano in giro per l’Europa obbligando gli altri governi a darci una mano. I bivacchi sulle spiagge sono episodi indegni di un Paese civile». 

Qual è il suo giudizio sul premier greco Tsipras?
«E’ un irresponsabile e un vigliacco. Non è possibile scaricare decisioni così importanti, in un momento così drammatico, sulle spalle del popolo. La Germania e l’Europa non hanno l’obbligo di pagare gli sprechi dei governi greci».

Il primo grande appuntamento elettorale del Nord saranno le elezioni comunali di Milano. Ha un progetto sulla città?
«C’è Milano, ma anche Torino. Sono le due capitali economiche del Paese. Tutti gli attori che si ritengono alternativi a Renzi devono sedersi al tavolo domani mattina e scrivere di comune accordo il manifesto politico del centrodestra del futuro. Bisogna puntare sulle convergenze e superare le divisioni. Non sarà facile».

Che cosa ne pensa della candidatura di Corrado Passera a sindaco di Milano?
«Una persona molto capace. E che stimo. Ma anche a livello comunale tenterei le primarie. Hanno il vantaggio di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, avviare una competizione vicina al popolo, stimolare la competizione e la meritocrazia. Siamo in un momento in cui la candidatura ha successo se viene condivisa da tutti i protagonisti».

Italicum e senato non elettivo. Quale è la sua valutazione delle riforme renziane?
«L’elemento positivo della nuova legge elettorale è che garantisce la governabilità. Ma è negativo il fatto che l’80% dei deputati viene eletto senza le preferenze. Un senato non elettivo ha poca autorevolezza»

Renzi arriverà alla fine della legislatura?
«Se Renzi vuole davvero arrivare fino al 2018, sarà difficile impedirglielo. E’ anche vero che una volta approvata la legge elettorale la situazione può precipitare in ogni momento. Mi auguro che prima tre riforme in croce le faccia». 

Qual è il suo giudizio sul segretario del Pd?
«E’ determinato. Ma ha scelto il bersaglio sbagliato. Si incaponisce sull’Italicum tralasciando la vera urgenza: un fisco assassino che ammazza famiglie e imprese».

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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