PARTITO REPUBBLICANO | 15 Maggio 2015

Centrodestra unito, gli errori da non commettere

Prende corpo l’idea del Partito Repubblicano. Il progetto di Berlusconi che unisce i moderati per battere le sinistre. 'Dinastia’ e primarie non devono essere dei tabù

di ROBERTO BETTINELLI

La sinistra di governo, in Italia, un partito ce l’ha. E’ il Pd. Ma il successo del suo leader, Matteo Renzi, dipende molto dal fatto che si sta muovendo in un contesto che non offre alternative. Chi, invece, può e deve costruire un progetto antagonista a quello renziano è Silvio Berlusconi. «Un movimento liberale, cristiano, moderato» ha dichiarato nell’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno durante il suo tour in Puglia individuando la missione del Partito Repubblicano che vuole lanciare immediatamente dopo le elezioni regionali. 

Il Cavaliere ha il merito storico di aver inventato il centrodestra. Date le premesse, è a lui che spetta l’onere e l’onore di fondare la nuova formazione che vuole contendere al Partito Democratico lo scettro del potere e i favori del popolo. Non si tratta di un’operazione velleitaria, nata per ridare smalto a Forza Italia. Se fosse così sarebbe condannata al fallimento. Si tratta piuttosto di una necessità storicamente ineludibile e che è stata imposta dalla nuova legge elettorale: l'Italicum. 

Berlusconi ha ribadito che bisogna «puntare a un movimento unico» sottolineando l’urgenza di «dare vita ad una maggioranza moderata». L’unità delle destre e il voto moderato sono i due capisaldi del progetto. Se oggi si valuta il peso di Forza Italia e Ncd non si arriva al 20% dei consensi. E’ una stima affidabile. Ed è una stima che condanna alla sconfitta certa contro il Pd e contro il Movimento 5 Stelle. Il primo è in continuo calo ma veleggia intorno al 36,5%; il secondo è stazionario al 20%. Se questi sono i numeri degli avversari, il punto di partenza della nuova avventura è poca cosa, ma è una cifra che va considerata alla luce della grande disaffezione degli elettori storici del centrodestra e che in ogni caso rappresenta una chance migliore di quella che possono giocarsi in autonomia gli azzurri o un ‘partitino’ come Ncd/Ap. 

Una fusione che ha un vantaggio strategico, unire le forze per contare di più, ma anche un significato democraticamente virtuoso. Offre, infatti, una casa politica ai milioni di moderati che non riescono a immedesimarsi nella condotta di un premier come Renzi che non è stato capace di ridurre le tasse a carico di imprese, famiglie e lavoratori. 

Il Partito Repubblicano è una mossa felice per la democrazia italiana nel suo complesso, ma è anche una scelta obbligata per coloro che la intraprendono. Lo sa Berlusconi e lo sa anche Alfano. Il realismo impone ad entrambi di dimenticare i vecchi rancori. Nell’immediato chi ci rimette di più è il fondatore di Ncd che deve rinunciare alla prestigiosa poltrona di ministro dell’Interno. Ma se Alfano vuole continuare ad avere un ruolo nella politica italiana non può esimersi dal fare il grande passo. O la permanenza al fianco del segretario del Pd sfocerà in un divorzio consensuale a breve o avrà come epilogo naturale la fine politica di Ncd e del suo presidente. 

In merito a chi dovrebbe entrare a far parte del nuovo partito, Berlusconi ha dato prova del suo pragmatismo. «Non personalizzo mai le questioni. Il futuro movimento che punterà a trasformare la maggioranza sociale dei moderati in una maggioranza politica consapevole e organizzata». Accogliere i transfughi. Ma soprattutto unire gli elettori moderati che, a differenza di quanto accadeva in passato e dell’etichetta con la quale vengono definiti, sono molto più arrabbiati. E’ il ceto medio ad aver pagato più duramente il prezzo della crisi ed è dominato da un sentimento di rancore e rivincita verso una classe politica che seguita a rimandare la risoluzione dei problemi cruciali, impegnata a tutelare le proprie prerogative e i privilegi del pubblico.

I moderati sono sempre più inferociti e ansiosi di rivalsa, ma non al punto da aderire in massa ai richiami della Lega di Salvini che pure sta facendo molto per attirarli nella propria orbita. La via imboccata dal segretario del Carroccio porta in tutt’altra direzione, verso l’estremità e non verso il centro, con la conseguenza che moltissimi elettori del defunto Pdl sono orfani, bloccati nell'attesa di trovare un’appartenenza che al momento non trova risposta. 

Non è da dimenticare che alle ultime elezioni europee il Pd ha fatto il pieno ma il tasso di astensionismo è stato altissimo, ben oltre il 40%. E’ lecito pensare che, in una tornata dove il premier ha giocato con astuzia la carta degli 80 euro, la fuga dalle urne abbia penalizzato i sostenitori del centrodestra. Esattamente le stesse persone che Berlusconi vorrebbe tornare a convincere. «Nuovi protagonisti dal mondo della cultura, del lavoro, dell’impresa» ha detto disegnando il profilo degli interlocutori che vuole coinvolgere. E ha aggiunto: «Ormai la gente non sopporta più i professionisti della politica, quelli che per i quali la politica è un mestiere».

Verissimo. Ma i neofiti della politica, per non fallire alla prima occasione, hanno bisogno dei professionisti. E questi, per non regredire a faccendieri e poter rinnovare le ragioni del loro impegno istituzionale, hanno bisogno di misurarsi con i primi. Entrambe le componenti devono essere salvaguardate. La politica, se fatta con passione e competenza, è un lavoro a tutti gli effetti. Ma perché la fiamma possa restare accesa è indispensabile introdurre l’elemento della competizione fra chi un posto assegnato ce l’ha già e chi, invece, ambisce ad averlo. Fra chi è ‘dentro’ e chi è ‘fuori’. Forza Italia non sempre ha onorato questa promessa e negli anni si è cristallizzato un ceto dirigente che non è stato all'altezza della sfida. 

Il Partito Repubblicano non può sfociare nella versione più recente del 'partito personale'. Se il Cavaliere avesse qualche anno di meno, non sarebbe sbagliato da parte sua provare a farlo. Ma ora come ora, viste le difficoltà di salute che che hanno rappresentato un evidente penalità nella campagna per le elezioni regionali in corso, non è possibile pensare a una riedizione di Forza Italia. Il Pdl è fallito perché non è stata trovata la sintesi che potesse cementare le identità e le ambizioni di tutti coloro che avevano deciso di partecipare. Non si può commettere lo stesso errore. 

L’esperimento può avere successo solo se la member ship e la leadership saranno autenticamente contendibili. Le primarie, che finora non sono state utilizzate dalle forze di centrodestra, forniscono uno strumento immediatamente utilizzabile e del tutto coerente con la matrice a stelle e strisce del nascituro Partito Repubblicano. In questo processo di democrazia interna il primato spetta certamente a Silvio Berlusconi. Ma, una volta avviata la macchina, non si può accantonare l’esigenza di una competizione dura e leale per chi aspira ai ruoli di comando. E’ così che funziona in Inghilterra, in Francia e in Spagna. Ovvero nei Paesi europei dove il centrodestra è riuscito a battere le forze socialiste. 

«L’Italia è uno dei pochi paesi dell’occidente a non avere ancora avuto un Presidente del Consiglio donna» ha detto Berlusconi. Poche settimane fa il nome che circolava con insistenza fra gli azzurri era quello di Mara Carfagna. Ma la frase del Cavaliere è sembrata a tanti come la candidatura ufficiosa di una delle figlie. Marina, soprattutto. Un’eventualità, quella della ‘dinastia’, che non deve scandalizzare. Il nome del Partito Repubblicano è mutuato dal lessico della politica americana dove si sono succeduti i Kennedy, i Bush e i Clinton. 

Dinastia o no, la caratteristica fondante della leadership del partito che vuole riunire sotto una stessa bandiera i moderati non può che essere il merito. E se Berlusconi pensa a una successione famigliare, nessuno deve aversene a male. Purché chi viene investito della missione sia disposto a guadagnarsi il diritto a comandare. Non è possibile imporre in toto una successione per il semplice fatto che prima o poi il beneficiario ha bisogno di una legittimazione che va ben oltre i desideri di colui che l’ha investito. Le primarie possono essere di grande aiuto e tutelano la possibilità di un conflitto aperto ed egualitario all'interno del partito che decide di adottarle. In queste condizioni anche la candidatura di un figlio d'arte non è altro che un'ulteriore e decisiva prova di democrazia. 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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