IL VOTO IN FRIULI | 30 Aprile 2018

Centrodestra vince ancora, Di Maio abbassi le ali

Voto in Friuli, il centrodestra stravince. Crollo dei 5 Stelle: Di Maio ha deluso per i troppi errori, i veti assurdi, la supponenza e l'assenza di una strategia

di ROBERTO BETTINELLI

Un’altra vittoria per il centrodestra guidato da un tinfaticabile Matteo Salvini: dopo le politiche del 4 marzo e il Molise sottratto ad un Movimento 5 Stelle che si illudeva di impossessarsi finalmente di un governo regionale, ora arriva il trionfo in Friuli Venezia Giulia. Un risultato che sui social il segretario della Lega ha festeggiato con un due di picche disegnato su una carta da gioco infilata nella sabbia. Un messaggio chiaro ed esplicito, rivolto a Matteo Renzi e soprattutto a Luigi Di Maio.

Il candidato del centrodestra, Massimiliano Fedriga, è un fedelissimo di Salvini. Ha ottenuto il 57% dei consensi, portando il Carroccio a sfiorare il 35% mentre Forza Italia è calata al 12% facendo segnare una contrazione rispetto al voto nazionale. Il partito di Giorgia Meloni, invece, rimane stabile al 5%.

Il Pd non arretra ulteriormente rispetto alla catastrofe del 4 marzo. La lista si colloca al 18% mentre la coalizione di centrosinistra riesce a totalizzare il 26,8% grazie ad uno sforzo corale che ha consentito, almeno per una breve parentesi, di mettere da parte le divisioni e le faide che travagliano il mondo ormai disgregato della sinistra.

Ma la forza politica che accusa una batosta esemplare è il Movimento 5 Stelle: il risultato è debilitante con la lista che si è fermata al 7% mentre il candidato ha superato di poco l’11%. Un vero tracollo.

La voragine che ha inghiottito il Movimento 5 Stelle e la crescita che ha permesso alla Lega di aumentare ancora la forbice che la separa da Forza Italia, rappresentano senza ombra di dubbio i due elementi più salienti del voto friulano. Elementi che, inevitabilmente, non possono non far sentire le loro conseguenze anche nell’ambito delle difficili trattative che sono in corso nella capitale per la nascita del nuovo governo.

In quasi due mesi i grillini hanno dilapidato una quota enorme di consenso: dal 24% sono finiti al 7%. Una situazione che va certamente addebitata agli errori nei quali è scientemente caduto il capo politico del movimento dopo le elezioni del 4 marzo. Di Maio non è stato all’altezza delle aspettative: ha mostrato supponenza verso gli interlocutori e irresponsabilità istituzionale, imponendo veti a tutti e contro tutti, mutuando dalla Merkel lo schema del ‘contratto di governo’ che per essere attuato avrebbe richiesto un atteggiamento opposto a quello tenuto dal capo grillino. Invece di ragionare sui temi e sui contenuti lasciando in subordine le poltrone e le nomine, Di Maio pur essendo arrivato secondo ha considerato irrinunciabile la presidenza del consiglio e ha tentato di mettere sia Salvini sia Renzi in una situazione di inferiorità davanti all’opinione pubblica. In un contesto in cui doveva emergere la capacità di negoziato, e quindi la ricerca di un bene comune e condivisibile, Di Maio ha peccato di egoismo. Prima ha provato a scardinare l’alleanza di centrodestra obbligando Salvini a rompere con Berlusconi, poi ha provato a far insorgere il Pd contro Renzi sfruttando le innumerevoli crepe del Nazareno. Ha voluto, in breve, umiliare politicamente gli avversari quando avrebbe dovuto ricucire le ferite lasciate da una campagna elettorale violentissima. Ha tirato la corda fino a quando la corda, come era prevedibile, si è rotta.

Ora il leader grillino si trova isolato e fra le mani ha soltanto quel 32% di consenso che risale alle politiche e che, in sede di confronto con gli altri attori politici, è stato sperperato con grave ingenuità. Fosse stato più abile e più cauto la lista dei 5 Stelle non avrebbe rimediato un misero 7% nelle elezioni regionali del Friuli. Un risultato che Di Maio deve giustificare a simpatizzanti, elettori ed elettori del movimento che dopo il 4 marzo attendevano un crescendo nelle competizioni periferiche. Un climax che non c’è stato. Anzi, si è verificato lo scenario contrario. Lo stesso messaggio lanciato in corsa durante il drammatico spoglio delle schede in Friuli, ossia il ritorno alle urne a giugno, è il sintomo di una mancanza di lucidità e di strategia. Non si vede per quale motivo gli italiani dovrebbero premiare chi, in quasi due mesi di trattativa, si è messo sul piedistallo ad impartire ordini senza realizzare nulla di concreto.

Di Maio, adesso, può solo tornare fra i comuni mortali. Votare a giugno è impossibile. E comunque, tornare alle urne con il rosatellum non avrebbe senso. Salvini è pronto a varare una legge elettorale seria che dia stabilità al Paese. Berlusconi è d'accordo. Si faccia questo passaggio prima di sfidare nuovamente le urne. Sempre che Di Maio, nel frattempo, ci ripensi e provi a sondare fino in fondo le opportunità che Salvini non ha mai smesso di negare ai fini del varo di un esecutivo. Ma senza fare il primo classe. E soprattutto abbassando le ali. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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