EUROPARLAMENTO | 09 Gennaio 2017

UE, dai liberali lo schiaffo a Grillo

Esplodono le contraddizioni dell’antipolitica. Dagli euroscettici di Farage agli ultra europeisti dell’ALDE: il Movimento Cinque Stelle alle prese con l’ennesimo (inutile) tentativo di cambiare rotta, tra scetticismo, attacchi politici e proteste

di LUCA PIACENTINI

Mettiamola così: cosa ci farebbe Beppe Grillo con il gruppo europarlamentare che a suo tempo fu sostenuto da Scelta Civica di Mario Monti? Com’è finito il Movimento Cinque Stelle a far inutilmente la corte al gruppo che tre anni fa votò e sostenne Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione Ue, per i populisti il centro simbolico «dell’odiato» establishment europeo? 

Sul blog il comico spiega la sterzata (rivelatasi fallimentare) con l'esigenza di pesare di più nelle scelte di Bruxelles che interessano al movimento. Commentatori e analisti evidenziano invece la necessità di avere più incarichi e fondi parlamentari. 

Nelle ore successive al voto digitale, consultato tra domenica 8 e lunedì 9 gennaio con i soliti toni da «oracolo», quasi che il pronunciamento in rete fosse ontologicamente superiore a prescindere, si sprecano attacchi e apprezzamenti da parte di esponenti politici di schieramenti opposti, mentre fioccano le prime critiche sul web dalla base pentastellata. 

Molti si sentono comunque traditi dalla decisione, sancita da oltre i 70% dei partecipanti alla consultazione web, di confluire dal gruppo EFDD di Nigel Farage, leader dell’anti euro Ukip e principale sponsor politico della Brexit, ai liberali di ALDE. 

Una manovra che lo stesso Farage - nonostante le parole di apprezzamento di Grillo nei suoi confronti - ha attaccato con asprezza, sottolineando addirittura come i pentastellati si siano «uniti all’establishment dell’UE», definito dal politico dell’Ukip «eurofanatico», addirittura contrario alla «democrazia diretta».

Di fatto le differenze su molti temi chiave sono macroscopiche, dalle privatizzazioni al sostegno alla moneta unica, in merito al quale da sempre Grillo propone un referendum mentre i liberali sono convintamente filo euro, fino al TTIP, il trattato transatlantico fortemente osteggiato dal M5S e sostenuto invece da ALDE, il cui leader Guy Verhofstadt un anno fa venne tra l’altro definito dai Cinquestelle «impresentabile» e vera incarnazione «dell’eurostatocentrismo». 

Una questione che però, come molte nei gruppi europarlamentari, secondo Luigi Di Maio sarebbe solo tecnica. Di Maio ha rimarcato come i membri riuniti sotto una medesima sigla in UE votino spesso in modi opposti, ma ha aggiunto che se la presenza del M5S in ALDE fosse per «affinità politica» sarebbe comunque un errore. 

Le cronache hanno sottolineato come i voti dei nuovi arrivati avrebbero potuto fare comodo a Verhofstadt per proporsi nell'imminene votazione come presidente del parlamento europeo. Ma nel tardo pomeriggio di lunedì 9 gennaio è arrivata la doccia fredda. Le tensioni in ALDE sono esplose e Verhofstadt ha chiuso la porta all'ingresso dei Cinquestelle nel gruppo: troppe differenze con i grillini. 

A prescindere dalla conclusione fallimentare, l’ennesimo cambio di strategia su questioni chiave - lo abbiamo visto a Roma nella svolta garantista sul sindaco Virginia Raggi - evidenzia tutti i limiti dei Cinquestelle, una formazione politica che ha deciso di entrare nello scacchiere democratico-politico salvo poi rifiutarne le regole di base, fatte di mediazione, trattative e alleanze per riuscire a gestire il potere e, di conseguenza, essere in condizioni di cambiare davvero le cose. 

Un «purismo» pagato in Europa come in Italia con l’isolamento; a Bruxelles in particolare con l’irrilevanza, visto che, nonostante sia corposa, la delegazione grillina è rimasta esclusa dalle cariche - come presidenze di commissione - in grado di fare la differenza nell’agenda politica. 

Solo il tempo dirà se il Movimento Cinque Stelle sia finito sul piano inclinato che dall'antipolitica porta verso la politica. 

Al momento la sterzata tentata inutilmente da Beppe Grillo non fa altro che confermare tutta la debolezza e le contraddizioni di un’impostazione prigioniera dell’utopia, a discapito di milioni di elettori che non andrebbero biasimati se si chiedessero a che serve votare un movimento che pesa quasi un terzo degli attuali votanti quando alla prova dei fatti non sembra in grado di mettere a frutto di consenso, trasformandolo in esercizio del potere politico. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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