LA STORIA SI RACCONTA | 13 Giugno 2016

Chi censura 'Mein Kampf' censura Auschwitz

'Mein Kampf' è un classico della filosofia politica. E come tale va letto. A chi protesta per l'iniziativa del Giornale si ricorda che la storia va raccontata tutta. Non farlo significa negare la verità e le libertà democratiche

di ROBERTO BETTINELLI

Sono incomprensibili le proteste, giornalistiche e non, che hanno preso di mira il direttore e l’editore del Giornale, Alessandro Sallusti e Paolo Berlusconi, per la decisione di vendere insieme al quotidiano di via Negri il libro ‘Mein Kampf’ di Adolf Hitler. 

Innanzitutto è da precisare che il volume scritto dal fondatore del nazismo nella prigionia dopo il putsch di Monaco è stato allegato al quotidiano insieme al capolavoro di William L. Shirer ‘Hitler e il Terzo Reich. Ascesa e Trionfo’. Shirer, storico e giornalista americano, è uno dei grandi esperti degli studi sul nazismo di cui è stato un autentico pioniere avendo avuto l’opportunità di visionare per primo l’ingente materiale che gli alleati avevano raccolto durante la loro avanzata vittoriosa. Documenti di prima mano, diari, fonti dirette che hanno permesso a Shirer di delineare per primo una cronaca puntuale del nazismo fornendo un ricostruzione attendibile del successo e della caduta di Hitler. Il testo che ha tenuto a battesimo il nazismo con tutti gli orrori che ne sono conseguiti, quindi, non è stato presentato ‘nudo e crudo’, ma con l’ausilio di un’altra pubblicazione che vale come una guida per inquadrare al meglio il fenomeno oggetto di indagine. Il pericolo del proselitismo è scongiurato dunque fin dall'inizio. Shirer, come è noto, è un illustre storico che può dirsi tutto tranne un ammiratore di Hitler. Nessuno deve quindi permettersi di rivolgere accuse a Paolo Berlusconi che, giustamente, ha rilevato l’utilità di una iniziativa «molto ragionevole» che nasce da «un’operazione fatta con la giusta presentazione di un documento storico da criticare».

‘La mia battaglia’ è un classico della filosofia politica del novecento e come tale viene trattato dagli studiosi. Nel volume ‘Le grandi opere del pensiero politico’ di Jean-Jacques Chevallier Hitler, proprio sulla base di quanto elaborato in ‘Mein Kampf’, figura al fianco di Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Rousseau, Toucqueville, Marx, Sorel, Lenin. L’opera è interpretata come una sorta di manuale per capire la nefasta evoluzione della Germania nazista. Hitler, infatti, seguì alla lettera il programma stilato nel volume dopo aver conquistato la Cancelleria nel 1933. Per tentare di comprendere la follia del nazismo non c’è modo migliore che leggere ‘Mein Kampf’. E’ qui che albergano le riflessioni hitleriane intorno ai temi portanti del nazionalsocialismo: il razzismo, l’antisemitismo, l’antimarxismo, il risentimento della nazione tedesca per l’iniquo Trattato di Versailles, il nazionalismo xenofobo, l’abolizione delle libertà democratiche, la trasformazione della competizione elettorale in una guerra fra bande organizzate, la nascita del partito milizia, la concezione della guerra come via per assicurare lo ‘spazio vitale’ al popolo tedesco, l’ideologia totalitaria, la costruzione del nuovo uomo ariano. 

Come ogni opera che ha segnato un’epoca il ‘Mein Kampf’ è da leggere secondo due prospettive: una privilegia il passato e mette in luce il collegamento fra il testo, l’autore e il tempo che li ha prodotti; un’altra astrae dalla dimensione temporale e fa un salto nell’attualità individuando punti di sintonia e di collisione che possono dare un contributo all’analisi dell’età contemporanea. In entrambi i casi gli studiosi e i teorici della politica tentano di ottenere risposte che possono risultare utili in vista di un mondo governato da equità e giustizia. 

All’interno della ‘bibbia’ del nazismo si possono leggere passi come il seguente: «Nello Stato nazionale la concezione razzista deve riuscire ad affrettare quella nobile epoca in cui gli uomini non si occuperanno più nell’allevare cani, cavali e gatti, ma nell’elevare la condizione dell’uomo stesso; epoca che sarà per gli uni di silenziosa e saggia rinunzia, per altri di doni e sacrifici gioiosi». E’ evidentemente il pronunciamento di una politica della razza che ha trovato negli esecrabili esperimenti su cavie umane di Josef Mengele e nell’infallibile macchina mortale dei lager i suoi punti più apicali. Ma in fondo, se si ha il coraggio di andare oltre la cortina innalzata dalla retorica libertaria, si tratta di un programma di selezione che degrada l’uomo a umano non molto distante dalle prassi più estreme della fecondazione in vitro. 

Ecco un altro passaggio di ‘Mein Kampf’: «Solo un sufficiente spazio su questa terra assicura ad un popolo un libera esistenza». La dottrina ignobile dell’imperialismo su base genetica individua nell’Europa centrale e orientale il terreno di caccia prediletto da Hitler. Un’area di influenza che, al netto degli inaccettabili paragoni fra la Germania di allora e di oggi, seguita a caratterizzare la direttrice di espansione dell’economia e della politica tedesche. Ecco, quindi, un altro elemento a favore della conoscenza dell’opera di Hitler che, dentro un'Europa sempre più divisa, germanocentrica, in preda ai populismi e alle prese con le sanzioni russe, denuncia la stabilità dell’interesse nazionale tedesco verso est. 

E ancora: «Ogni concezione del mondo, quand’anche fosse mille volte giusta e utile all’umanità, non avrà importanza per la conformazione pratica della vita d’un popolo fin quando i suoi principii non saranno diventati il vessillo d’un movimento popolare di lotta, e questo movimento sarà solo un partito fin quando la sua azione non si sarà completata con la vittoria delle sue idee, fin quando i suoi dogmi di partito non formeranno le nuove leggi statali della comunità d’un popolo». Il periodo illustra bene il rifiuto delle regole del pluralismo democratico. Una sottovalutazione, quella della società costituzionalmente ordinata, molto diffusa nella situazione odierna. Non è possibile tacere la banalizzazione imperante che svaluta il dono prezioso delle libertà e dei diritti. Un trend che in Italia sembra aver certificato la prassi allarmante dei premier non eletti ma che investe sotto molteplici aspetti tutto l’occidente democratico.

Bastano poche argomentazioni per dimostrare che sono da respingere in toto gli appelli alla censura dei giornali di sinistra come l’Unità e dei gruppi che hanno addirittura inscenato proteste di piazza. La storia va ricordata tutta. La verità non va assaggiata a spizzichi e bocconi. Nè va ritagliata sulla base delle preferenze e delle sensibilità personali. Va accolta universalmente una volta che si decide di percorrere a ritroso il flusso del tempo avendo come obbiettivo la conoscenza. Il rischio paventato della ‘diffusione’ delle idee dei cattivi maestri non può essere evitato in quanto, come sosteneva John Stuart Mill, la libertà del pensiero non può prescindere dalla pubblicità dello stesso. Solo così l’umanità può incamminarsi verso il progresso. Agire contrariamente significa autorizzare il dogma liberticida, l’infallibilità meschina e quindi la tirannia. 

Oscurare ‘Mein Kampf’ equivale alla negazione dei lager e di Auschwitz. Un civiltà che seziona il passato da ricordare è una civiltà che oggi può prendere di mira 'Mein Kampf' e domani, cambiato il vento, può fare altrettanto con il 'Diario di Anna Frank'. E’ la modalità più sicura per cadere nella trappola immorale che fa coincidere vittime e carnefici. Hitler vale quanto Lenin, Stalin o Mao Tse-Tung. L’odio della razza non è diverso o più nobile dell’odio di classe. E l’odio, per suscitare negli uomini il sentimento innato della giustizia che li indigna e li migliora, può essere respinto solo se conosciuto. 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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