L'AVANZATA DELL'ISIS | 30 Giugno 2015

Chi fermerà il Califfato del terrore?

Il fallimento della coalizione, il venerdì di sangue e l’avanzata dello Stato islamico. Chi fermerà il Califfato nero? Intervista a Lombardi, esperto di terrorismo della Cattolica: «Spazzeremo via l’Isis solo con un accordo sul Medio Oriente»

di LUCA PIACENTINI

«La coalizione anti Isis ha fallito», il Califfato continua da avanzare, gestendo molto bene «soldi e informazione, gli asset principali del potere», mentre il venerdì nero del terrore scuote Occidente e Medio Oriente. Il sangue è tornato a scorrere in Tunisia, dove un killer ha fatto strage di turisti sulla spiaggia di Sousse; in Kuwait un attentato suicida ha portato morte e devastazione nella moschea di Al-Imam al-Sadeq, mentre la Francia si interroga sul significato e sui motivi della prima decapitazione avvenuta «su suolo europeo». Cosa sta succedendo? E’ l’inarrestabile avanzata del terrore? Dobbiamo temere azioni violente in Italia? Fin dove arriva la mano dell’Isis? E, soprattutto, chi fermerà il Califfato nero? Interrogativi su un futuro sempre più oscuro, domande che abbiamo girato a Marco Lombardi, docente di Sociologia e direttore di Itstime, il centro di ricerca sul terrorismo dell’Università Cattolica di Milano. L’analista, tra i principali esperti italiani in materia, lancia una provocazione: lo Stato islamico ha una visione globale ed è “più moderno” degli occidentali, «vede il futuro nei cambiamenti del Medio Oriente e li sa affrontare meglio di noi».

Professore Lombardi, dopo la strage al resort il governo di Tunisi ha deciso di chiudere un'ottantina di moschee. Si tratta di una lezione per quei paesi europei che verso il mondo musulmano sembrano “politicamente corretti” fino all’autolesionismo? 
«Quella della Tunisia è una presa di posizione molto forte. Una manovra che sinceramente non mi aspettavo. Nel senso che al governo può dare moltissimi problemi. Il paese nord africano ha subito un colpo mortale dall’attentato di venerdì scorso. La decisione del governo va letta come una risposta interna al mondo musulmano, che è attraversato da profonde fratture. Non dimentichiamo che anche il Kuwait è finito sotto attacco con un’azione diretta contro le moschee. Un episodio della guerra tra bande sunnite, sciite e salafite, dove lo scontro prosegue in modo sanguinoso. L’Is (Islamic state, ndr) va contestualizzato proprio all’interno di questo enorme conflitto che attraversa la realtà musulmana».

Che cosa è cambiato col venerdì nero? Lo Stato islamico è più pericoloso? La propaganda o, come lo chiama lei, il “terrorismo diffuso” prendono piede? 
«Non è accaduto nulla di nuovo. E’ stato raccolto l’appello lanciato dal Califfato all’inizio del Ramadan: “Attivatevi dovunque per colpire i nostri nemici - era il messaggio - che questo Ramadan sia ricordato come un Ramadan di sangue”. La struttura operativa dello Stato islamico non è cellulare: non ci sono gruppi armati con training specifico per colpire obiettivi determinati. Is può contare su un esercito diffuso, tutto sommato esperto, che viene mobilitato da grandi messaggi. In modo non diverso dall’attacco a Charlie Hebdo, che fu attivato con un lancio sulla rivista di Al Qaeda, così il messaggio divulgato venerdì scorso all’avvio del Ramadan ha mobilitato in tre punti diversi questo esercito diffuso. La regia c’è, ma guarda al progetto globale di espansione. Il grande pericolo è l’imprevedibilità. Una cellula che si muove verso un obiettivo designato, trainata dalla base e con appoggio logistico strutturato, lascia invece segnali identificabili. Inoltre l’Is ha un fortissimo ascendente sui soggetti radicali ed è estremamente pericoloso. E ricordo sempre che ha iniziato la penetrazione in Turchia e nei Balcani: c’è un disegno strategico estremamente efficace». 

In Italia dobbiamo temere attentati? Quanti sono i potenziali terroristi presenti sul territorio nazionale?
«Primo: quattromila “foreign fighters” in Europa sono certo un numero rilevante, tanti ma comunque una minoranza di islamici radicalizzati. Secondo: in Italia sono pochi, alcune decine, e oggi il nostro paese non è un target diretto. Inoltre i servizi di intelligence, la polizia e i carabinieri sono davvero efficienti, svolgono un'opera di prevenzione estremamente efficace che giustamente non può essere resa pubblica del tutto. Quindi la paura non ha legittimità: al momento non ci sono indizi specifici che fanno pensare ad un obiettivo italiano. Certo: il rischio zero non esiste, un attacco da parte di questo “esercito diffuso e delocalizzato” è sempre possibile, perché dei cinquanta jihadisti nascosti basta che ne sfugga uno e colpisca come accaduto in Francia. Ma, ripeto, mentre parliamo non c'è alcun allarme specifico. Il caso delle Francia è diverso: anzitutto era già stata presa di mira dalla propaganda dei “foreign fighters”, che incitavano a sollevarsi, in secondo luogo è divenuta un bersaglio per le prese di posizione nella coalizione anti Isis. Ha ricevuto minacce esplicite precise. Quello che l’Italia non ha avuto». 

C'è un legame tra gli sbarchi di migranti nel meridione e il terrorismo?
«Non necessariamente. L'unico dato di fatto è il legame tra criminalità organizzata e terrorismo al di là del Mediterraneo. Sicuramente il terrorismo funziona da service provider, garantendo sicurezza ai trafficanti di armi, uomini e droga lungo la costa nord africana. Sappiamo che il terrorismo può utilizzare i barconi per far passare uomini che gli sono vicini in quanto la logistica viene gestita dal terrorismo stesso. Ma tutto ciò non si è verificato: non abbiamo cioè evidenze che questa possibilità sia divenuta realtà». 

Oggi lo Stato islamico controlla un territorio vasto quasi quanto la Francia. L’avanzata sembra inarrestabile. La coalizione internazionale ha fallito?
«La coalizione internazionale non ha combinato nulla. Il fronte è estremamente frammentato. Dall’Arabia Saudita alla Francia, dagli Stati Uniti al Qatar, l’unica cosa che ci unisce è dichiararci nemici del Califfato. Dopo di che ognuno, ma in particolare i paesi islamici, si muove in ordine sparso, seguendo strategie squisitamente nazionali. Il risultato? Non c’è unità di intenti. Ciascun paese declina il proprio intervento in funzione dei vantaggi che può ottenere a livello statuale: ecco perché la coalizione è fallimentare».

Quali interessi paralizzano la coalizione?
«Tutti i paesi musulmani devono affrontare un problema: il Medio Oriente che conoscevamo fino a un paio di anni fa non esiste più. E’ solo un’indicazione geografica senza alcuna espressione politica. Il processo si è innescato quando è saltata la Siria. O si cambia la visione del Medio Oriente oppure l'Isis è difficile da eliminare. Il nostro problema oggi è capire qual è la nuova struttura di potere: uno Stato esteso quasi quanto la Francia nel cuore del Medio Oriente controllato dall'Isis, che dispone di un’incredibile quantità di risorse naturali, attorniato da Stati che null’altro hanno in comune se non di essere musulmani, tutti egualmente competitors. Quell’area interessa all'Arabia Saudita, alla Turchia e al suo sogno espansionistico, interessa soprattutto all'Iran. Oggi tutti vorrebbero che il Medio Oriente fosse strutturato a proprio vantaggio in termini di potere. Ma non c'è nessun accordo su come questo dovrebbe accadere. E finché non si capisce chi occuperà lo spazio attualmente occupato dallo Stato islamico, fino a quando non si deciderà questo, il Califfato è al sicuro, perché nessuno vuole cacciarlo via. Immaginiamo che al posto dello Stato islamico inizino a fronteggiarsi iraniani, sauditi, turchi e curdi. Ci troveremmo di fronte ad uno scontro totale sunnita-sciita. Ci troviamo in una situazione di paralisi, e la responsabilità è molto più dei paesi islamici che non della coalizione internazionale».

Non resta che tentare un accordo, sia pure con mille difficoltà, e lanciare l'intervento di terra.
«L’intervento militare era possibile. Ma doveva scattare entro il primo mese dalla dichiarazione dello Stato islamico. Il momento ottimale erano i mesi di luglio e agosto 2014. Più ci si allontana da quella data, meno l'intervento di terra è fattibile. Proprio come in Libia: oggi non si può intervenire perché ci si schiererebbe con una o con l'altra fazione. Non c'è un accordo locale. Per lo Stato islamico vale la stessa dinamica: intervenire senza soluzione politica su ciò che sarà il “dopo Is” significherebbe parteggiare per l'uno o per l'altro paese membro della coalizione, col rischio di ritrovarsi in una situazione di caos del mondo islamico anche peggiore dell'Isis. Almeno adesso siamo tutti contro il Califfato. Ripeto: finché non c'è accordo politico sull’assetto futuro del Medio Oriente, non è possibile spazzarlo via con un intervento militare».  

Uno scenario inquietante. Intanto il tempo passa e il Califfato continua ad espandersi. In una sua recente analisi, lei parla di modernità dello Stato islamico: in che senso il Califfato ha una precisa visione globale?
«Il Califfato sta interpretando quanto accade in Medio Oriente, noi no. Siamo ancora fermi all'idea di dovere eliminare l'Is per ripristinare qualcosa che c'era prima, senza accorgerci che non è più possibile. Il Califfato è consapevole che lo stato precedente non è più un punto di ritorno. Sa di essere al sicuro - cosa terrificante - fino a quando l'Islam che lo affronta e l’Occidente che lo combatte non trovano una nuova ridefinizione del Medio Oriente. Per questo è più moderno: vede il futuro nei cambiamenti, e li sa affrontare meglio di noi». 

Quali sono i passi da fare per trovare una soluzione ed uscire dall’impasse? 
«Da un lato massima allerta e prevenzione rispetto a possibili attacchi terroristici, che restano imprevedibili. Dall’altro massima collaborazione tra Occidente e Islam della coalizione per ripensare politicamente la situazione post Isis. E’ una cosa estremamente difficile ma è l'unica via: significa ripensare Iran, Turchia, Israele e l’intero mondo arabo».

Per la struttura che ha assunto, il Califfato ha i tratti degli Stati sovrani: offre servizi, deve reperire risorse, ha a che fare con il problema del consenso interno. Come si muove su questo fronte? Che cosa è stato fatto per indebolirlo? 
«Finché ha soldi regge. Ecco perché ha legami con la criminalità organizzata: con i traffici si fa business. Ed ecco perché tenta di espandersi verso l'Afghanistan. Gioca sul piano economico per avere risorse e sul piano dell'affermazione simbolica attraverso l'ottima propaganda. Soldi e informazione sono i due asset principali per il controllo del potere in ogni organizzazione complessa. Vale anche per lo Stato islamico, che li sta tutelando molto bene».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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