CINEMA | 01 Febbraio 2018

“Chiamami col tuo nome”: estetismo senza storia

Il film di Guadagnino, candidato a 4 Oscar, sta mandando in visibilio il nostro paese, e in particolare il territorio in cui è stato girato. Ma dietro la bellezza estetica si nasconde una storia lineare e banale, totalmente priva di conflitti

di ROSSANO SALINI

Basta già la notizia di un film italiano candidato a quattro premi Oscar per creare un clima di fibrillazione generale, venata da quell’entusiasmo che nella maggior parte dei casi impedisce la formulazione di un giudizio obiettivo e distaccato. Esaltazione accentuata poi, per chi scrive, dal difetto di prospettiva di trovarsi a vivere nei luoghi dove il film è stato girato: a Crema e dintorni la vicenda è stata vissuta in questi giorni con punte quasi vicine al fanatismo. La serata di lunedì 29 gennaio, con il regista e i due attori protagonisti presenti al cinema cittadino, è stata l’emblema di questo sfiorato delirio collettivo.

Difficile dunque, in questo clima, rimanere neutrali, e valutare il film per quello che è, e non per quanto comodo fa, a noi tanti italiani, e ancor più a noi pochi cremaschi. Ma lo sforzo va fatto, e l’esito non è scontato.

La storia è ormai nota a tutti: il giovane e sensibile Elio, di agiata e colta famiglia ebrea, rimane attratto dal Oliver, un dottorando in archeologia classica ospitato per l’estate dal padre professore universitario nella bellissima villa collocata nella campagna cremasca. In quella calda estate del 1983, i due vivono una travolgente storia d’amore, che si conclude poi con la ripartenza di Oliver per l’America.

L’incipit sembra confermare e giustificare pienamente l’esaltazione generale che sta circondando la pellicola: fin dalle prime immagini, infatti, persino nei titoli di apertura, elegantemente vergati a pastello su sfondo di fotografie ritraenti sculture classiche, l’impatto di eleganza, bellezza e poesia dell’immagine viene subito trasmesso con grande potenza. Potenza che - sempre a livello di immagine - rimane per tutto il film, in cui gli interni e gli esterni sono dal punto di vista fotografico semplicemente perfetti. Il tutto con accompagnamento musicale altrettanto azzeccato. Così come perfetta, oltre ogni aspettativa, è l’interpretazione del giovane Chalamet, attore che a dispetto della giovanissima età dimostra una capacità rara da trovare in una star di esperienza: migliaia di espressioni del volto per migliaia di sfumature emotive diverse, una gestualità capace di rendere nei minimi dettagli gli impacci e gli istinti di un giovane nel pieno di una tempesta sentimentale. Se personalmente dovessimo scommettere su un Oscar tra le quattro nomination, non avremmo alcun dubbio.

Ma tutto questo non basta. C’è poi il film in sé, la sua storia, la sua narrazione. E su questo punto - che poi è quello fondamentale - i dubbi, a visione completa, sono tanti e assai rilevanti. La vicenda sentimentale di Elio e Oliver è infatti svolta nell’arco di tutto il film con una linearità e una pressoché totale assenza di conflitti da lasciare veramente stupiti. Quasi fosse una scelta voluta, in ardimentoso contrasto con quelle che sono le regole basilari della narrativa. Non si dà narrazione senza conflitti, senza dramma, senza crisi e soluzioni. La narrativa crea conflitti anche dove non ci sono, e se ci sono, li accentua. Di tutto questo, in “Chiamami col tuo nome”, non c’è traccia.

La storia sentimentale che innerva l’esile azione filmica è segnata fin dall’inizio: è già tutto scritto al primo sguardo, e ciò che si intravede arriva a compimento senza che nulla e nessuno ponga il minimo ostacolo al raggiungimento dell’oggetto del desiderio. E ciò, come detto, narrativamente non funziona: uno spettatore non può non cogliere i pesanti momenti di stanca che rallentano o banalizzano oltremodo il film soprattutto nella stagnante parte centrale. Senza impedimenti che rendano accidentata la vicenda dei due protagonisti, ciò che rimane è una lineare e un po’ banale storia sentimentale, sostanzialmente una commedia adolescenziale. Il dramma finale del distacco non basta: innanzitutto perché posto in conclusione (il dramma deve articolare l’azione, non concluderla e basta), e in secondo luogo perché scontato e dato per certo fin da subito, così come assai scontato e prevedibile è il contenuto della telefonata finale di Oliver.

Non si vuole assolutamente dire che fosse necessario inserire ostacoli esterni, quali ad esempio il cliché dei genitori contrari a una tale relazione. Sarebbe anche semplicemente bastato approfondire e rimarcare i conflitti interiori, che invece rimangono totalmente in superficie, quasi solo accennati. Elio passa dalla relazione con Marzia a quella con Oliver senza minimamente vivere e avvertire alcun tipo di conflitto, di crisi. Come si suol dire: senza soluzione di continuità.

Il grave difetto, quasi una sorta di errore di sintassi, non si ferma solo all’aspetto dell’azione, ma influisce in maniera assai negativa sull’evoluzione dei personaggi. I personaggi in una narrazione crescono e si trasformano proprio dovendo superare crisi e conflitti; in un film in cui questi ultimi mancano quasi del tutto, i personaggi mutano e basta, senza un motivo. Così nella situazione iniziale abbiamo un Oliver (per inciso: improbabile dottorando in archeologia classica, dottissimo etimologo, dotato però dell’aspetto e delle movenze di un playboy) totalmente padrone e sicuro di sé, e un Elio insicuro, sensibile e schivo; nel giro di un paio di scene ci troviamo a vedere le parti invertite, con un Elio coraggioso e ardito e un Oliver insicuro e tentennante. Il tutto senza capire perché. E i personaggi ne escono disfatti, e resi ancor più inverosimili di quanto non fossero all’inizio, con particolare e preciso riferimento alla figura di Oliver.

Si aggiungano elementi assai discutibili di contorno: la buffa e incomprensibile schidionata, priva di contestualizzazione, della famiglia insopportabilmente vociante che parla di Craxi e di pentapartito; l’ormai fin troppo nota scena della masturbazione ai danni di una innocente pesca, poi quasi addentata dal compagno, che più che di cattivo gusto risulta assai vicina al ridicolo; l’incapacità di completare una vera compenetrazione, anche solo simbolica, tra la storia narrata e l’aspetto dello studio, della classicità, dell’arte greca e romana, che rimane sullo sfondo e solo a fatica si avvicina al cuore della vicenda, rimanendovi per lo più giustapposta. Per non parlare poi della scena, da tanti esaltata, del discorso che il padre rivolge a Elio: a prescindere dai contenuti, dal punto di vista dell’azione si tratta in realtà di una lunga tirata didascalica e moraleggiante, che abbassa improvvisamente il tono dalla poesia (o dal tentativo di poesia) alla prosa più piana e pedestre. Il che avviene proprio quando non si riesce a trasmettere a pieno un contenuto attraverso una rappresentazione simbolica, e si è costretti a scendere sul piano delle spiegazioni.

Basta così. Lungi da noi la volontà di fare i guastafeste. Resta di certo il fatto che, almeno dal punto di vista fotografico, musicale e per la recitazione di Chalamet, il film vale ampiamente la pena di essere visto. E festeggiamo anche noi - magari senza gli eccessi un po’ provinciali cui abbiamo assistito in questi giorni a Crema - la bellezza di un territorio, del proprio territorio magnificato a livello internazionale dalla pellicola di Guadagnino. Ma i difetti rimangono, e sono assai pesanti; e l’impressione di una eccentrica sopravvalutazione del film ci sembra difficile da cancellare.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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