L'INTERVISTA | 10 Aprile 2016

Chiesa: tempio sacro e carnale, tra fede e arte

Progettare e costruire chiese per creare il luogo in cui accade «la fisicità di un incontro: l'incontro con l'amore incarnato». L'esperienza e il racconto di Raul Gabriel: due chiese a Perugia, rinate grazie alla sua opera ricreatrice

di ROSSANO SALINI

«Entrare in chiesa è un incontro fisico». Niente concetti, niente elucubrazioni: «Tutto sta nella fisicità di un incontro, l'incontro con l'amore incarnato». Sentire Raul Gabriel, poliedrico artista di origine argentina, parlare di che cos'è una chiesa, di cosa significa vivere sensibilmente la propria esperienza umana tra le mura di un luogo sacro, è come sentire un innamorato che parla della donna amata. E lui, Gabriel, le chiese le costruisce, le progetta. Le anima con la forza della sua fede e della sua vocazione artistica.

«Il rapporto con l'arte e con la fede procede in modo simile, sono cammini che parlano l'uno dell'altro», spiega Raul Gabriel. «Nella fede come nell'arte la parola chiave è ''amore''. C'è chi pensa che vengano prima di tutto le regole, il codice. Mentre invece, se devi costruire una chiesa, il cantiere e la squadra e anche gli aspetti tecnici sono tutte conseguenze: prima di tutto deve esserci un approccio viscerale, una vita che si esprime, che non si contiene. Non ci fosse questo, non mi importerebbe nulla dell'arte».

 

L'inquietudine del primo incontro

La scoperta dell'arte è per Gabriel un vero e proprio incontro. Così è stato con la pittura. E così è stato anche con le chiese. Il primo lavoro su una chiesa, Santa Maria di Colle a Perugia, la cui progettazione è iniziata nel 2010, è stato in realtà un'opera di ricostruzione, o meglio, di «risignificazione» di un progetto esistente. «Ricordo quando sono entrato per la prima volta a Santa Maria di Colle: era una chiesa razionalista, apparentemente distante da certe simbologie. Mi ha trasmesso subito un senso di sbilanciamento, non c'erano linee dritte. E poi era una chiesa urbana, in cemento, viveva in osmosi con la città. Quando sono entrato in chiesa ho sentito la sensazione di una perdita di equilibrio. L'architetto Tutarini, che aveva realizzato l'opera, era riuscito in un'impresa che tanti, molto più ortodossi di lui, non immaginano nemmeno possibile: catturare in una struttura il senso dell'inquietudine e del movimento. Era un agnostico, eppure c'era autenticità nel suo lavoro. E per un'opera artistica o architettonica il primo patrimonio è proprio l'autenticità».

Da qui la sfida: entrare dentro quell'inquietudine e trasformarla. Ma come? «Innanzitutto sottomettendomi ad essa. Proprio l'incontro con quell'autenticità mi ha fatto capire fin da subito che la chiesa, il luogo sacro (ma lo stesso si potrebbe dire per i luoghi ''laici'') non può essere un museo, un contenitore di oggetti. Dev'essere il percorso simbolico di un incontro, che si rinnova ogni volta che si frequenta questo luogo. Un percorso unitario che mi ha subito imposto di fare i conti personalmente con quell'inquietudine, con quelle linee, con quel disequilibrio che avevo colto subito all'ingresso. Dovevo entrare dentro quel linguaggio, per trasformarlo».

Un percorso che Raul Gabriel non ha affrontato da solo, ma «con l'ausilio e l'amicizia per me fondamentale del direttore dell'Ufficio liturgico della Conferenza episcopale umbra, mons. Vittorio Francesco Viola, oggi vescovo di Tortona. La collaborazione è stata tale che ha superato i confini tra la “parte artistica” e la “parte liturgica”: dialogo profondo, sostanzialmente unitario, che prende forma e armonia in un unicum dove l'una prende forza dall'altra e viceversa. Solitamente liturgia, arte e architettura vengono parcellizzate in competenze giustapposte non di rado conflittuali, quando non indifferenti una all'altra. Come se si trattasse non di un progetto sulla vita, ma di una ragionieristica gestione di compiti. Un “metodo” che a mio parere è disastroso, non solo per la costruzione di luoghi del sacro, ma per la realizzazione di qualsiasi opera dell'uomo, credente o laico che sia».

 

L'ambone e l'altare

L'opera di immedesimazione e al tempo stesso di ri-creazione di Santa Maria di Colle si è materializzata dentro alcuni elementi concreti che hanno reso visibile il progetto nella sua interezza. «L'elemento che io ho visto immediatamente nascere dal mio incontro con Santa Maria di Colle, con la sua carne architettonica, è stato l'ambone. Mi sono chiesto: perché un ambone deve essere un insignificante leggio noioso, un'inutile scatola, una specie di catafalco inchiodato nella sua fissità? Tutt'altro! L'ambone è simbolo di un evento di estrema potenza, condivisibile anche in altri contesti religiosi: è la Parola che spacca la materia inerte, ed esce verso l'umanità per incontrarla. Perché la Parola è carne essa stessa, non è concetto, non è astrattezza. Ho pensato fin da subito, ho intensamente voluto che l'ambone desse una sensazione di moto, di un avvenimento esplosivo che sta accadendo ora. E che desse anche una certa inquietudine in chi si avvicina, perché sembra cadergli addosso, aperto com'è in tutte le sue rotture spigolose. Rotture come di spada. E dentro, l'elemento che rompe tutto è la Parola, trasparente e delicata come l'acqua, ma come l'acqua tanto potente da essere capace di spaccare il cemento. Incontenibile. In nessuna forma di sepolcro. Tanto meno nel sepolcro più mortifero, che è quello del moralismo».

Ma c'era un altro punto sorgivo di tutta la chiesa che andava ripensato, ribaltato e riportato alla sua vera essenza. «Una delle amnesie più gravi sviluppatasi negli ultimi decenni nella costruzione delle chiese – una delle più sorprendenti per superficialità, per dimenticanza metodicamente osservata e puntualmente rispettata – è stata quella di perdere di vista il fatto che l'altare è il punto da cui nasce la chiesa. Ne è l'inizio, dal punto di vista cronologico, e ne è l'origine, dal punto di vista della struttura. È il simbolo che contiene tutto. L'altare è la genesi stessa di quella carne che incarna la struttura. In Santa Maria di Colle mi sono trovato in questa stessa situazione. Mi è apparsa la ricomposizione dell'inquietudine, della diaspora di forme e inclinazioni che Tutarini ha immaginato come moto perpetuo. La sua risoluzione era in un fulcro centrale che tenesse conto di tutto quel movimento, di tutti quegli spigoli, di quella complessità di forme, quella apparente irriducibilità di movimento. Il fulcro fondante di tutta la chiesa, che trasmettesse la assoluta solidità nella mutabilità delle forme». E l'effetto finale è quello di una chiesa in cui tutte le linee tendono verso la centralità dell'altare, e che al tempo stesso sembrano un'esplosione, un'espansione dell'altare stesso.

 

Il fonte battesimale: l'evidenza dell'acqua e del sangue

Dopo quella di Santa Maria di Colle, un'altra sfida: Santa Maria della Speranza, sempre a Perugia, frazione di Olmo, costruita tra il 2005 e il 2010, su cui Raul Gabriel è intervenuto tra il 2012 e il 2015. «Era una chiesa che aveva sicuramente dei punti interessanti, nella struttura, nelle strombature, nelle linee, nella sua asimettricità. Ma presentava una caratteristica comune a molte chiese contemporanee, segno di un modo di vivere la fede e l'arte: la disincarnazione. L'assenza di qualcosa da incontrare, l'assenza di una presenza, di una rivelazione. La prima cosa che ho ritenuto necessaria è stato dare corpo, far sì che i simboli fossero manifestazione del corpo, manifestazione della corporeità, della terra, di qualcosa che parlasse di vita, al di là delle scelte pseudo-minimaliste e ''contemporaneiste''».

Un elemento su tutti può esprimere al meglio la ricomposizione del tema dell'incarnazione operato da Raul Gabriel nella chiesa di Santa Maria della Speranza: il fonte battesimale. «Mi sono lasciato ispirare da una riflessione di un padre della Chiesa, San Giovanni Crisostomo, che parla del sangue e dell'acqua che escono dal costato ferito di Cristo rispettivamente come la struttura e ossatura della chiesa (il sangue) e lo spirito che la attraversa e la fa vibrare (l'acqua). Il fonte battesimale era il punto dove dare visibilità, tangibilità e concretezza alla forza di questa meditazione». Il risultato finale è di una potenza che sensibilmente non si può non percepire: un fiotto di sangue che esce dalla croce e che investe l'umanità purificandola insieme all'acqua del Battesimo: «Ho voluto parlare attraverso una riconoscibilità che appare, si mostra. Attraverso un'evidenza che permette a chi viene in contatto con quel simbolo di vedere quello che volevo dire, senza intermediari. L'anima dell'intervento sul fonte battesimale e della scelta dei materiali è stata anche una reazione alla ormai insopportabile accademia del concetto di rimando».

Un errore, quest'ultimo, che è tipico dell'autoreferenzialità di tanta arte concettuale contemporanea, su cui Raul Gabriel non fa sconti: «Il fraintendimento riguardo all'evidenza è lo stendardo degli asceti del radical chic. Per cui se io rappresento una mela con un rettangolo azzurrino faccio una operazione artistica (non evidente), mentre se la rappresento come mela faccio un'operazione banale (evidente). Questo è assolutamente superato, e in me genera un senso di rivolta, perché quella forma, ben lungi da rappresentare novità, è diventata accademia di se stessa: è forma sterile, perché esercizio di stile. Nel fonte battesimale si vede con forza, si può toccare con forza il sangue, l'acqua, e il Tau, con cui ho scelto di rappresentare il corpo da cui escono sangue e acqua». Un'evidenza che non esaurisce il rapporto con il mistero, ma lo introduce: «C'è un tutto che si vede, ma quel che si vede non è tutto: è la porta di ingresso al mistero. L'evidenza carnale non è il punto di arrivo, l'evidenza carnale è l'invito ad innamorarsi».


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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