DIBATTITO | 04 Agosto 2015

Chiudere il Cocoricò? Scelta giusta. E liberale

Non è uno stato ''proibizionista'' quello che decide di tener chiuso un luogo dove, senza alcun controllo, i giovani si devastano e muoiono. Peggio sarebbe imporre controlli polizieschi

di ROSSANO SALINI

Non c'è solo il ragazzino che muore a sedici anni per una diavolo di pasticca. Basterebbe forse questo, vista la vastità della tragedia di cui parliamo. Ma il peggio è che c'è ben altro. Il punto, nella tanto dibattuta decisione di chiudere per quattro mesi la discoteca Cocoricò di Riccione (e già basterebbe il nome per farla chiudere per sempre), è che il gesto che ha portato alla morte il povero ragazzino è la normalità. In quella come in tante altre discoteche. E allora vuol dire che c'è qualcosa di strutturale che non funziona, se continuamente accade che il 118 debba intervenire per soccorrere ragazzini devastati; e in un tale contesto la morte di un sedicenne non è un accidente, né un incidente, ma la logica e prevedibilissima conseguenza.

Di fronte a questo lo stato interviene e decide la chiusura della discoteca. Decisione sbagliata? Sorta di nuovo proibizionismo? Ipocrisia di chi vuol mostrare i muscoli? Confesso che in un primo momento ho avuto i miei dubbi anch'io. Se da una parte ho subito rifiutato la critica sciocca di chi ha detto «a questo punto chiudiamo le autostrade perché ci sono gli incidenti» (come se la percentuale di incidentati sulle strade fosse uguale alla percentuale di impasticcati in una discoteca, che idiozia), dall'altra parte ci vedevo lo spettro mostruoso dello stato che, se decide così una volta, altrettanto potrebbe fare in altre circostanze meno chiare. E detesto visceralmente l'ipotesi di giustificare l'invadenza dello stato.

Ma la verità dei fatti è un'altra. Nessuno, com'è ovvio, può ipotizzare che lo stato non faccia nessun tipo di intervento. Quel che è certo è che non puoi accettare come cosa normale che i ragazzi si brucino il cervello, fino a morirne; e se non chiudi il locale, devi allora imporre controlli maggiori. Quindi dovremmo immaginare che lo stato imponga, che so, l'obbligo per la discoteca di avere dei buttafuori non solo all'ingresso ma anche nei bagni, nei privé, nei parcheggi della discoteca. Oppure che imponga un maggior numero di telecamere. Oppure dia l'autorizzazione a perquisizioni mirate, anche solo sulla base di un sospetto. E chi più ne ha più ne metta. Di certo non si può non far nulla: quindi, o lasci aperto e imponi controlli come quelli ipotizzati, oppure prendi atto della situazione e imponi la chiusura del locale. Ebbene, la conclusione è che la vera decisione liberale, da stato non proibizionista e super-invadente, è paradossalmente proprio quella di chiudere. Come dire: caro gestore del locale, tu hai la libertà e la responsabilità di gestire la tua proprietà come meglio credi, e non ti dico io quanti buttafuori avere, quante telecamere attivare, quanti controlli fare. Se poi tu, liberamente, decidi di fregartene dei controlli per non ridurre il tuo business, e poi ci scappa il morto (e arriva dopo centinaia di persone portate via dall'ambulanza in tanti altri fine settimana), mi spiace, hai fallito e devi chiudere. Devi pagare per la tua irresponsabilità. E la cosa valga da esempio per gli altri.

Oggi, le lacrime di coccodrillo dei gestori del locale fanno un po' ridere e un po' piangere. Perché di quello che accade sulla tua proprietà sei responsabile. Ed è questo il bello della sacralità della proprietà privata. Che è un diritto, e pertanto anche una responsabilità. Se le discoteche sono diventate, lo ripeto, strutturalmente e non accidentalmente luoghi che anche da un punto di vista economico campano sull'attrattiva dello sballo, ebbene che chiudano. Ma che ne chiudano tante, non solo il Cocoricò.

E così magari, tamponata l'emergenza, potremo anche con più solidità parlare del problema culturale ed educativo che sottende a tutta questa vicenda. Perché se il discorso cultural-educativo diventa un alibi per non prendere nessuna decisione, non ne verremo mai a una. Non voglio per forza fare il nostalgico degli scappellotti dati un tempo dai genitori, ma tutti sappiamo che coi discorsi sui «problemi culturali» non è venuto grande nessuno. Quando si hanno sedici anni bisogna farlo capire con le buone e con le cattive che certe strade portano alla morte. Non si risolveranno completamente i problemi, non si eviteranno del tutto le tragedie: ma per lo meno ci si sarà assunta la responsabilità di prendere delle decisioni. E con le decisioni, prima o poi qualcosa cambia.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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