SOTTO ATTACCO | 08 Gennaio 2015

Ciò che non siamo

Non ci si può nascondere ipocritamente dietro la scritta ''je suis Charlie''. Oggi è il giorno in cui affermare con forza ciò che non siamo

di ROSSANO SALINI

Non ci sarebbe un gran coraggio nel dire oggi ''je suis Charlie''.

Non posso infatti negare che fino a ieri pomeriggio di quel giornale di satira che a me pareva (e pare tuttora) sciatta e volgare avevo un'opinione del tutto negativa. E quell'opinione me la tengo buona anche adesso, mentre guardo con orrore le immagini del massacro che ha spazzato via l'intera redazione del giornale.

E penso che il punto, oggi, sia proprio questo. Io non sono Charlie. Io non sono mai stato dalla parte di Charlie. A me facevano schifo le vignette in cui la Santissima Trinità era dipinta come un trenino sodomita. E non mi facevano nemmeno ridere le vignette sull'islam, se è per questo.

Ma proprio in forza di un tale giudizio penso di avere titolo per dire che – per quanto banale possa sembrare (ma dopo un tale massacro forse no) – proprio oggi questo mio non essere Charlie è ciò che conta. Io difendo Charlie perché non sono Charlie. Io critico Charlie, e proprio criticandolo affermo il suo sacrosanto diritto a esistere e parlare, in faccia a tutti i seminatori di morte e terrore che negano questo diritto.

Oggi non basta dire ''je suis Charlie''. Oggi è il giorno in cui dobbiamo dire ciò che non siamo. E quando usiamo espressioni di immedesimazione come quella che in queste ore sta girando («io sono», «noi siamo», «siamo tutti» ecc.) dovremmo ricordare bene e nella sua completezza l'origine di quelle parole, cioè il discorso tenuto da John Kennedy a Berlino Ovest nel 1963. Ebbene, in quel discorso Kennedy diceva: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire ''civis Romanus sum''. Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner". Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista».

È questo il punto. Oggi abbiamo paura di dire che esiste un mondo libero e un mondo che non è libero. E che quel mondo non libero rappresenta una minaccia.

Piuttosto che dire ''je suis Charlie'', sarebbe oggi più coraggioso dire apertamente che noi non siamo quel mondo.

Senza paura di essere fraintesi. Perché lo sappiamo benissimo che non tutti gli islamici sono come quei terroristi. Perché sappiamo benissimo che è possibile un mondo di pace e di convivenza pur nelle differenze. Ma di tutte queste parole ne abbiamo sentite fin troppe. Troppo poche invece le parole che affermano ciò che non siamo.

Basterebbero poche parole, in queste ore: noi non siamo un mondo che vuole sopprimere un giornale di satira, anche se lo critica e magari lo disprezza. Noi – che pure magari amiamo la Santissima Trinità – non siamo un mondo in cui chi offende la Santissima Trinità ha bisogno di una scorta. Noi non siamo quel mondo. Noi affermiamo con orgoglio ciò che ci differenzia da quel mondo.

E da quel mondo dobbiamo imparare a difenderci. Su questo sarà ora che l'Europa si dia una sveglia, e che si prenda una buona volta la briga di affermare con orgoglio culturale e con azioni politiche concrete le proprie radici, la propria identità, il proprio anelito alla libertà e alla pace. È arrivato il momento di smetterla di dar credito a chi dice che oggi le vere vittime sono gli islamici moderati. Mi spiace per loro, ma non è affatto così. Nemmeno per idea. Le vere vittime sono coloro che crepano sul proprio posto di lavoro sotto il fuoco degli attacchi terroristici. Le vere vittime sono coloro che muoiono ammazzati nelle proprie chiese perché la loro religione in certi paesi non è ammessa. Le vere vittime sono le donne che non possono vivere con dignità perché nel paese in cui sono nate quella dignità non è riconosciuta. Le vere vittime sono coloro che non possono vivere nella libertà e nella pace, quei principi su cui la nostra civiltà si fonda, e che le nostre istituzioni politiche – Europa in primis – devono affermare e difendere.

Libertà e pace, se minacciate o apertamente attaccate, vanno difese. L'alternativa è lasciarle morire. Tertium non datur.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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