POLITICA | 23 Gennaio 2015

Cofferati: «Renzi mi insulta perché non sa come rispondermi»

L’ex sindaco di Bologna è uscito dal PD dopo la sconfitta alle primarie in Liguria: «È cambiato il DNA del partito»

di RICCARDO CHIARI

Che da qualche tempo ci sia aria di bufera in casa PD non è certo una novità. L’ascesa di Matteo Renzi ha infatti portato con sé, oltre a un’oggettiva ventata di novità, anche diversi attriti fra le fila della vecchia guardia e i seguaci del ragazzo prodigio di Firenze, che è riuscito a bruciare le tappe a ritmi impressionanti fino ad assurgere al ruolo che oggi lo vede protagonista della politica italiana.

Gli screzi e le divisioni fanno parte della storia di qualsiasi partito del mondo, ma che un dirigente di grosso calibro e cofondatore del PD se ne vada sbattendo la porta è certamente un evento di grosso rilievo che più che svelare tensioni mette a nudo una vera e propria crisi all’interno del movimento. E il gesto di Sergio Cofferati, che dopo la sconfitta alle primarie in Liguria, ha lasciato ufficialmente il PD, rappresenta forse la punta di un iceberg che presto o tardi potrebbe portare ad altre spaccature. Abbiamo chiesto al diretto interessato di spiegarci i motivi della sua decisione e, per quanto possibile, raccontare al nostro giornale quale quale sia l’umore nella minoranza del PD

Onorevole Cofferati, la sua è una decisione irrevocabile?

«Finché le cose stanno così sì. Non si può accettare il clima imposto da Renzi all’interno del PD. Il caso della Liguria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso».

Quindi lei non se ne è andato dal PD perché, come dice Renzi, ‘ha perso la partita e s’è portato via il pallone’?

«Questo è un ulteriore insulto fra i numerosi che ho ricevuto. Io mi sono limitato a sollevare alcuni problemi in merito alle primarie della Liguria. Non ho avuto nessuna risposta, in compenso ho ricevuto parecchie contumelie. Non risponderò allo stesso modo, non ho mai insultato nessuno e non lo farò in futuro. Però insisto nel chiedere una risposta rispetto ai problemi che ho rilevato. Si tratta di questioni gravi, come l’inquinamento delle elezioni attraverso voti comprati. A questo si aggiungono esponenti e militanti della destra che han dichiarato esplicitamente e senza alcuna remora che avrebbero votato alle primarie liguri per sostenere la candidata renziana Raffaella Paita per poi aver più agio nell’accordarsi per governare la Liguria. Mi sembra una situazione che si commenta da sé».

Il Fatto Quotidiano ha scritto che voti sospetti si sono verificati anche in altre primarie come quelle di Modena o di Reggio Emilia, ma che è stato lei, grazie al suo nome, a creare il caso…

«Non ne vogliono parlare. Ben prima che si verificasse il fatto in Liguria ho continuato a segnalare in tutti gli incontri pubblici e alla Segreteria Nazionale il pericolo che derivava per il PD dalla collaborazione con il Centrodestra, ossia quello di perdere totalmente la nostra identità e di creare equivoci e ambiguità politiche. Non sono stato minimamente ascoltato. Il ministro Pinotti è venuto a Genova per sostenere Raffaella Paita e su questo non ho avuto nulla da obiettare, ma ho protestato quando durante il suo discorso ho sentito che parlava della necessità di dar vita a un governo locale che ricalcasse quello nazionale e che quindi fosse giusto e lecito chiedere il voto della destra alle nostre primarie».

C’è anche chi dice che comunque la sinistra ha sempre operato mediante accordi e spartizione del potere politico. Lei che cosa risponde?

Io penso che la destra sia una cosa e la sinistra un’altra. Credo che sia indispensabile fare riferimento a una gerarchia di valori ed avere distinzioni molto nette con l’avversario politico. Quando c’è consociativismo, confusione di ruoli e, soprattutto, la cancellazione dei valori, si snatura il carattere e la funzione di un partito. Io questo non l’accetto».

Antonio Polito ha scritto allo stato attuale al governo c’è Berlusconi e all’opposizione Bersani e D’Alema. Crede che questi ultimi abbandoneranno anche loro il PD per un altro partito?

«Se il senso della domanda è sapere se fonderò un partito con D’Alema e Bersani la risposta è no.   Non so che cosa decideranno di fare e non posso rispondere per loro. La mia è una scelta personale che non ha la minima intenzione di coinvolgere altri scontenti del PD. Faccio notare però che siamo di fronte ad un cambiamento molto pesante. Perché in un partito si può continuare a rimanere anche se la differenza fra le diverse correnti è netta, le divergenze sono forti e la dialettica è aspra. Ma quando il partito cambia DNA la storia diventa un’altra. La mia risposta è stata quella di andarmene. Non so sinceramente quale sarà quella di Bersani, D’Alema e di altri».

Qual è la prova più evidente che sia cambiato il DNA del PD?

«La prova è nel fatto che c’è una maggioranza che non ascolta, non dialoga né rispetta più la minoranza. E questo non è mai accaduto nella storia del partito. C’è una situazione di sofferenza evidente e di disagio per molti. Se poi si passa dal non comunicare alla minoranza le decisioni che vengono prese fino all’insulto dei singoli…»

Definirebbe questa battaglia interna al PD solo politica o anche culturale?

«La chiamerei più che altro una sconfitta culturale. Nel senso che stiamo assistendo allo snaturamento dei valori del PD che fanno riferimento alla storia delle grandi famiglie politiche che han dato vita a questo partito. Il riformismo cattolico e il riformismo di origine laico-socialista rischiano seriamente di non essere più un riferimento serio. Vedremo dove si fermerà questa deriva. È certo però che cambiare la legge elettorale grazie ai voti di Berlusconi e dei suoi parlamentari è piuttosto degradante per la storia politica del PD».

Cosa risponde a chi le fa osservare che dovrebbe anche dimettersi da europarlamentare in quanto eletto con i voti del PD?

«È contemporanemanete una volgarità e una sciocchezza. Dimenticano che alle elezioni europee si vince con le preferenze. Io ho ricevuto 120.000 preferenze. Sono persone che hanno votato per me e non per il PD. Non sono stato eletto dal PD, ma da quelle persone. Molti di coloro che mi muovono questa accusa peraltro non sono stati eletti da nuessno. La gran parte di loro è stata collocata d’autorità dentro una lista bloccata ed è diventata parlamentare senza nemmeno ricevere i voti dal proprio condominio. Inoltre ricordo che il passaggio dal PD ad altri partiti s’è già verificato nelle legislature europee precedenti. C’è chi è passato a Scelta Civica o al SEL senza che nessuno ne abbia chiesto le dimissioni. Perché adesso chiedono le mie? Perché non hanno argomenti per rispondere alle obiezioni che muovo loro. Cercano di cambiare il terreno del confronto. Ho chiesto al gruppo socialista europeo di tenermi nella loro grande famiglia. Vedremo quale sarà la loro decisione».

Da europarlamentare come vede il futuro di quest’Europa?

«Molto dipenderà da quello che succederà con le elezioni in Grecia. Se dovesse vincere Tsipras immagino un’Europa in cui si verificheranno discussioni molto interessanti. Tispras dice che resterà in Europa e non intende uscire dall’euro, però vuole rinegoziare le condizioni di ingaggio, cosa che Francia e Italia non hanno fatto. Se dunque un piccolo Paese con un capo politico molto determinato porrà questo tema la situazione in Europa diventerà molto vivace. L’Unione Europea ha bisogno di una crescita che la commissione Junker non è in grado di garantire e che il Consiglio continua a indicare come obiettivo ma senza illustrare politiche che possano concretamente conseguirlo. Occorre qualche scossone a questa situazione di stallo».   


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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