IL PREMIER SCONFITTO | 20 Giugno 2016

Comunali, gli italiani bocciano Renzi

Altro che la «modalità 40%» delle europee. In due anni il 'Pd melassa' di Renzi perde Roma, Torino, rischia a Milano e lascia sul campo 13 sindaci a tutto vantaggio dei 5 Stelle e del centrodestra. Un vero plebiscito contro il premier

di ROBERTO BETTINELLI

Il Pd «in modalità 40%» delle elezioni europee non esiste più. Due anni dopo la marcia inarrestabile del voto continentale il partito di Matteo Renzi si presenta alle urne su scala locale rimediando una bocciatura inappellabile.

Sconfitto platealmente a Roma e Torino dove hanno prevalso le grilline Virginia Raggi e Chiara Appendino, vince di un soffio a Milano con un Sala quasi raggiunto da Stefano Parisi, escluso dai ballottaggi a Napoli, in fortissimo calo nella roccaforte di Bologna. Il centrodestra ha un sussulto di dignità a Trieste, Grosseto, Pordenone, Olbia e Grosseto. In tutto il centrosinistra lascia sul campo 13 sindaci. 

Le elezioni comunali che dovevano lanciare Matteo Renzi nella grande battaglia del referendum costituzionale, di fatto, hanno gettato nel panico il partito di maggioranza relativa. Due anni di renzismo sono bastati per spaccare il campo della sinistra al punto che il Movimento 5 Stelle risulta inarrivabile al secondo turno. I dati di Torino e Bologna fanno molta paura ai dirigenti dem. Il tentativo di sfondare al centro, che ha sempre rappresentato il nucleo della strategia di Renzi, è fallito. Gli elettori del centrodestra, quando non hanno a disposizione un loro candidato, non si fidano del premier e preferiscono Grillo. Lo stesso vale per i delusi della sinistra.

Che si tratti di un voto politico e nazionale, nonostante i tentativi del premier di ridurre tutto a fatto ad un mero fatto locale, non c’è dubbio. I cittadini sono stati chiamati alle urne dal sud al nord del Paese, isole comprese. E nei centri nevralgici: Roma, Milano, Torino, Napoli. Ce n'è abbastanza per sancire una prova di medio termine per il governo e il suo leader. La ragione dell’ostilità degli elettori per il progetto renziano è semplice: troppe promesse e pochi fatti. E, molto probabilmente, a ciò si aggiunge un giudizio personale sul presidente del Consiglio che è tutto tranne che positivo. Renzi, infatti, non solo ha continuamente annunciato cose che non si sono realizzate come la ripresa economica e il rilancio dell’occupazione, ma ha centralizzato su di sé l’intero dibattito pubblico. L’uso smodato della sua immagine ha funzionato all’inizio ma nel giro di due anni, visti i scarsi risultati raggiunti, ha cambiato di segno. Prima il segretario del Pd era apprezzato per l’energia, la combattività, la velocità. Oggi è diventato il bersaglio perfetto e, di certo, non giovano i rancorosi commenti dopo il voto. Il rottamatore, invece di fare sana autocritica, ha risposto con la finta umiltà di chi simula il senso di responsabilità per giustificare la brutta figura ma in realtà è alla disperata ricerca di alibi e capri espatri. Il gap generazionale che il Pd non sembra colmare nella sfida con i 5 Stelle, i complotti di D’Alema e della sinistra dem, i dubbi sulla candidatura perdente di Fassino. Dietro il tono ufficiale le frasi di Renzi manifestano sconcerto, abbattimento e la rabbia di chi ha la consapevolezza di non poter contare sul suo partito reputato come l'autentico e infido artefice del rovescio elettorale pesantissimo. Una battuta d'arresto che getta una luce sinistra sull’esito del referendum di ottobre. 

Un’analisi impropria, sbagliata, condotta all’insegna della malafede. Il Pd, infatti, si è appiattito così tanto sul proprio segretario che ormai sembra aver smarrito ogni forma d’identità e di autonomia. Fra i due termini, leader e contenitore politico, c'è una piena identificazione. Ed è per questo motivo che risulta molto difficile immaginare una lettura del risultato che non sia un plebiscito contro Renzi. 

Quanto al centrodestra, dovrebbe imparare dai grillini che hanno sempre rifiutato i comodi accordi con il presidente del Consiglio. Una strategia di differenziazione e di non subordinazione che, alla fine, ha pagato. Cancellare il duello storico con le sinistre è una soluzione esiziale. A Milano, dentro una compagine unita e con un candidato credibile, Forza Italia ha doppiato la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle diventando il secondo partito della capitale economica del Paese. Un segnale che evidenzia significative potenzialità per il fronte moderato alternativo al Pd e che rende praticabile un futuro oltre Berlusconi.

Una piazza cruciale Milano. Tanto per essere chiari: se Renzi è ancora al suo posto è solo perchè Sala ha retto per un pugno di voti alla rimonta di Stefano Parisi. Non appena ha avuto la certezza del risultato il neo-sindaco ha detto: «Sono cambiato, ora so che non posso fare tutto da solo». Parole che manifestano una immediata svolta a sinistra e che erano impensabili all'inizio della campagna elettorale. Forse anche Renzi in cuor suo, sta pensando la stessa cosa. O almeno dovrebbe farlo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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