LA CRISI DEL PD | 23 Gennaio 2015

Con accuse e veleni non si governa il Paese

Renzi a Davos riesuma il mito del «carpe diem», ma è proprio il Pd a perdere tempo dimenticando di essere la principale forza di governo. Un partito diviso dai veleni e dalle accuse

di ROBERTO BETTINELLI

Per capire la politica bisogna essere realisti. Altrimenti si fa la figura degli ingenui o, peggio, degli stupidi. Bisogna essere cauti con gli ideali e non si può pretendere che un mondo dove il potere si esprime nella sua forma più pura si snaturi, diventando migliore di quello che è. 

Ma proprio perché bisogna essere realisti, non si può non scorgere la crisi che attraversa il Partito Democratico e non domandarsi se il più grande partito italiano è in grado di guidare il Paese nel momento più difficile della sua storia. 

Che l’Italia non navighi in buone acque, al di là dei proclami renziani, è sotto gli occhi di tutti. Ascoltando il premier, si ha quasi l’impressione di vivere in una nazione dove si pagano poche tasse, il pubblico è efficiente, le imprese e gli investitori internazionali sono pronti a scommettere sulla ripresa economica, l’Europa è diventata una presenza amica pronta ad essecondare tutte le nostre richieste. Ma davanti a questa sbornia di ottimismo ci sono due dati che ci riportano impietosamente alla dura realtà: la disoccupazione ha superato il 13% e la percentuale dei giovani senza lavoro è ormai al 50%. 

I numeri dicono che il nostro presente è così negativo da erodere giorno dopo giorno il ‘buono’ che è stato costruito in passato, divorando in modo implacabile le speranze delle nuove generazioni. Davanti a un pericolo così grave, Renzi, al Word Economic Forum di Davos, ha detto che «il futuro dell’Italia è oggi» e che è giunto il momento del «carpe diem». 

Forse non è questo il modo in cui intendere le parole del premier, ma se il nostro domani sarà vagamente simile a ciò che vediamo oggi, ce la vedremo davvero brutta. Le cose potranno essere diverse solo se la politica cambierà abitudini. Purtroppo i segnali ci dicono che non sarà così. L’accusa lanciata dall’ex vice ministro dell’Economia Stefano Fassina a Renzi, indicato come il responsabile della bocciatura di Prodi nella corsa alla presidenza della Repubblica nell’aprile del 2013, è la testimonianza di vizio connaturato alla politica italiana. Riassumibile in questi termini: si litiga e non si lavora.  

Delle due l’una: o Renzi è un bugiardo di professione e ha venduto agi italiani una balla colossale. Oppure il bugiardo è Fassina. Al quale, però, si dovrebbe chiedere per quale motivo non ha denunciato prima la vicenda. In mezzo a tanti dubbi c’è una sola certezza: gli italiani non sapranno mai la verità. Qualcuno crederà a Renzi, qualcun altro a Fassina. Ma intanto l’unità del Pd, e soprattutto la sua efficacia di governo, sono destinate ad andare a farsi benedire. La prova: l’Italicum è passato solo grazie ai voti di Forza Italia.  

Stefano Esposito, senatore Pd, autore del famoso emendamento ‘canguro’ che ha sbloccato la legge elettorale, non ha usato mezze misure per descrivere i colleghi della minoranza interna che hanno cercato in ogni modo di mettere i bastoni fra le ruote a Renzi. Li ha accusati di essere dei «parassiti». Bersani ha reagito con furore, bollandolo come «pericoloso». Esposito, dopo aver sparato a zero invitando persino i dissidenti a lasciare il Pd «perché ormai non se ne può più», ha chiesto scusa. Ma non senza infliggere un’ultima stoccata allo stesso Bersani dicendogli che è arrivata l’ora di richiamare all’ordine chi «strumentalizza le posizioni largamente maggioritarie all'interno del Pd sul tema delle riforme». 

I battibecchi fra gli esponenti del Pd la dicono lunga sulla coesione, e soprattutto sul futuro, di quello che è il solo partito che allo stato attuale può ambire a superare la soglia del 40% dell'Italicum per ottenere il premio di maggioranza, e che invece assomiglia sempre di più a un contenitore dove i partiti sono almeno due. Uno ha il suo leader in Renzi e dialoga apertamente con Berlusconi, l’altro è legato al vecchio mondo della sinistra, raccoglie simpatie fra i 'cattolici progressisti' alla Bindi, si trova a suo agio con Sel e non disdegna il ‘populismo pauperista’ di Grillo e dei 5 Stelle. 

La minoranza interna, dallo sparuto drappello dei venti oppositori è cresciuta fino ad arrivare ai 140, tra deputati e senatori, che dopo l’approvazione dell’emendamento ‘canguro’ si sono riuniti sotto la guida di Pierluigi Bersani nell’aula della Camera, intitolata neanche a farlo apposta a Enrico Berlinguer, per inscenare una protesta aperta contro Renzi e il Patto del Nazareno. La scissione è già in corso. Non è stata ancora formalizzata ma la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente davanti a una sfida come la scelta del nuovo capo dello Stato. 

Ora, di tutto questo, non fregherebbe niente a nessuno se il Pd fosse una forza politica minoritaria. Il problema è che il partito di Renzi, Bersani e Fassina, in Italia, governa. E  vuole continuare farlo. Come l’abbia fatto finora, è semplice rispondere. Bastano i dati della disoccupazione generale e giovanile per spegnere ogni illusione. Come lo farà domani, solo il tempo può dirlo. Ma risulta davvero difficile credere alla ripartenza dell'Italia se il bastone del comando è affidato a chi, invece di lavorare per il bene comune, passa gran parte del suo tempo a litigare.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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