ANDIAMO A VOTARE | 05 Aprile 2017

Con il PD l’Italia non riparte

Altro che disoccupazione giovanile in calo: adesso aumentano anche gli inattivi, che disperano di trovare un impiego. Dai conti pubblici traballanti al mercato del lavoro fermo al palo: sono i numeri a certificare il flop dei governi PD

di LUCA PIACENTINI

La sconfitta di tre anni di governo del Partito Democratico è completa. Riguarda i conti pubblici e il mercato del lavoro. In barba alle fantomatiche riforme genziane e al famigerato Jobs act. 

Partiamo dai conti pubblici. Nel giro di pochi giorni dovrà essere fatta chiarezza sul Documento di economia e finanza. Ma a prescindere da dove il Mef recupererà le risorse che ci chiede l'Europa - 3 miliardi di euro di manovra correttiva per modificare la traiettoria del deficit - restano due fatti negativi, che pesano come macigni: in primis, l'alto debito pubblico (dopo il record del 2.255 miliardi dell’estate scorsa, oggi a quota 2.250 miliardi, cresciuto a gennaio di oltre 32 miliardi) accompagnato da crescita asfittica, che consente a Bruxelles di tenere i nostri conti nel mirino, impedendo di fatto all'Italia di alzare davvero la testa; in secondo luogo, lo spazio di flessibilità concesso dall'Unione Europea nei mesi scorsi totalmente sprecato, non utilizzato, cioè, per attuare o quanto meno avviare, vere riforme. 

Se così non fosse, non si capirebbe perché oggi la Commissione UE chiede a Palazzo Chigi nuove correzioni sui conti, costringendo il ministero dell'Economia a destreggiarsi tra le voci del bilancio dello stato, alla ricerca disperata di nuove entrate senza toccare l'Iva. 

La priorità dell'Italia resta la riduzione del debito pubblico, per tagliare la quota di interessi che annualmente siamo costretti a pagare, affrancandoci dall’incertezza fisiologica dei mercati finanziari. Tagliare il debito sarebbe un primo passo per un vero rafforzamento dello stato, che aumenterebbe autorevolezza e credibilità in sede europea. Tutto questo, purtroppo, non c’è. I numeri non mentono: il debito pubblico, nella successione dei vari governi Letta-Renzi-Gentiloni, è aumentato.

Passiamo al mercato del lavoro, tornato sotto i riflettori dopo l'abolizione dei voucher - una sconfitta che lascia le imprese in un limbo senza regole, privo di strumenti per retribuire l'impiego occasionale, e aumenta il rischio di una crescita dell'occupazione in nero - e la pubblicazione degli ultimi dati Istat, che certificano un calo della disoccupazione giovanile (- 41 mila unità) e un aumento contestuale di coloro che un lavoro non lo cercano più (+ 38mila). 

Insomma: cifre agghiaccianti (vedi qui) che descrivono un quadro sconfortante. Proprio questo scivolare verso l'inattività, la rinuncia, la disperata attesa di un lavoro che ormai non si pensa neppure più di trovare, è forse l’aspetto davvero amaro delle sconfitta politica di un leader come l'ex premier Matteo Renzi, che ha fatto della retorica della speranza e dell'orgoglio italiano il punto focale della propria azione pubblica.

Che resta dei ‘mille giorni’ renziani? Conti traballanti, spesa pubblica non scalfita, alto debito, zero liberalizzazioni, burocrazia asfittica e preda di una selva di norme, lunghe ombre sui tempi della giustizia civile, considerati da molti tra i primi fattori a scoraggiare gli investimenti. 

Dove guardare? Il faro acceso in lontananza restano le elezioni politiche, che daranno finalmente agli italiani la possibilità di mandare a casa il centrosinistra, e la rinascita del centrodestra, unica alternativa per un governo responsabile, in grado di imprimere all’Italia la svolta che merita.  

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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