POLEMICHE | 18 Aprile 2015

Così la brutta e cattolica Italia odierebbe Leopardi

Mario Martone, regista del film 'Il giovane favoloso', in un'intervista a Le Monde ha accusato la cultura italiana, in quanto cattolica, di censurare il Leopardi «ribelle». Una polemica fantasiosa e rivelatrice al tempo stesso

di ROSSANO SALINI

Ci mancava solo questa perla, nella sfarzosa collana di frasi, scritti e pubblici interventi che il nostro mondo intellettuale dedica pervicacemente alla distruzione sistematica dell'immagine del nostro paese. La perla mancante, aggiunta dal regista Mario Martone in un'intervista recentemente rilasciata al giornale francese Le Monde in occasione dell'uscita oltralpe del film Il giovane favoloso, è ancor più preziosa delle altre, perché fonde in un unico intervento due filoni, entrambi cari ai nostrani intellò: la denigrazione del nostro Paese, nonché l'odio verso quella cultura cattolica che, piaccia o no, è però parte integrante della storia culturale italiana.

Ma sentiamo le parole con cui il regista ha presentato ai francesi il suo film dedicato a Giacomo Leopardi (di cui poi parleremo): «Sì, Leopardi è letto nelle nostre scuole, ma si dimentica fino a qual punto egli era uno spirito ribelle, che ha rotto con tutti gli schemi politici e culturali del suo tempo. Per un Paese cattolico come il nostro, riconoscere che il nostro più grande poeta era ateo non è cosa facile. È per l’appunto quella parte rimossa dell’Ottocento che mi affascina. Contrariamente ai francesi, i quali ben conoscono le contraddizioni della Rivoluzione francese, gli italiani hanno una visione unilaterale della loro storia. E ciò testimonia della nostra profonda immaturità».

Fossero vere le parole del regista, dovremmo dunque inchinarci di fronte alla trasparente onestà con cui i francesi leggono la loro storia, e viceversa vergognarci un poco della nostra ottusità.

Ma il fatto è che in quelle parole non c'è nulla di vero. Non solo non possono che ingenerare profondo fastidio in chi abbia un minimo a cuore il proprio paese, almeno per una vena di sano e comprensibile campanilismo (calar così le braghe di fronte ai francesi, suvvia...); quel che è più grave è che non corrispondono minimamente a nessun tipo di realtà.

Innanzitutto, come giustamente ha ricordato Galli della Loggia in un velenoso intervento sul Corriere, additare la cultura cattolica di un certo modo di insegnare Leopardi a scuola è quanto di più inverosimile: non esistono assolutamente manuali scolastici che si possano definire «cattolici», e la quasi totalità del mondo intellettuale che ha scritto quei manuali e che ha dettato legge dagli anni Cinquanta in poi nella scuola e nella cultura italiana è di stampo marxista, con conseguenti venature atee e anticlericali. La qual cosa non scandalizza affatto (colpa dei cattolici, semmai). Ma un Leopardi censurato o deturpato da un'immaginaria cultura cattolica dominante nella scuola di oggi è semplicemente frutto di una pura invenzione.

Altrettanto falso, poi, il fatto che venga negata o quanto meno nascosta la singolarità della figura intellettuale di Leopardi, al di fuori degli schemi del suo tempo. Fin dalle scuole medie il poeta di Recanati ci è stato presentato nella sua unicità di figura che ha originalmente mescolato illuminismo e romanticismo, erudizione e amore per le belle lettere, capacità di comprendere e al tempo stesso disprezzare il suo tempo, desiderio di felicità e disperazione per l'impossibilità di raggiungerla. Semmai è Martone, e prima di lui molti intellettuali, che hanno voluto a tutti i costi cucire su Leopardi l'immagine del ribelle, ingigantendo a proprio piacere la portata del cosiddetto «titanismo», e forzando il suo percorso intellettuale dentro una linea retta che avrebbe portato ai temi del Dialogo di Tristano e di un amico e della Ginestra come esito e culmine di quel percorso. Dove l'errore sta nel non comprendere che Leopardi, sebbene sia stato insieme a poeta anche filosofo, non lo fu però mai in modo sistematico, e voler a tutti i costi costruire un percorso e un sistema di pensiero (dal pessimismo storico al pessimismo cosmico e infine al titanismo) è ridurne la portata. I suoi furono sempre tentativi, un andirivieni di cimenti, umani e intellettuali, interrotti da una morta prematura. E in questo suo continuo – mi si passi il termine – 'provarci' con la vita, e con il suo significato, in un gioco di ripetute illusioni e delusioni, sta tutto il suo fascino.

Non esiste affatto, allora, lo scenario disegnato da Martone. Un Leopardi mutilato dalla cultura cattolica è frutto della fantasia e della stanca polemica del regista. Il medesimo regista, peraltro, che ci ha presentato – lui sì – un Leopardi diminuito, ridotto a maschera con tratti addirittura macchiettistici. Chi scrive non è critico cinematografico, e non giudica pertanto il valore del film; ma quel che si può dire con certezza è che nelle più di due ore del Giovane favoloso non c'è mai un solo momento in cui si percepisca il valore poetico del recanatese: non viene mai voglia di leggere le sue poesie, non ci si immedesima mai con il suo sentimento della vita, il suo desiderio di felicità, il suo amore per la bellezza, il senso profondo e radicale della sua disperazione. Ci si stupisce che il protagonista del film sia lo stesso che, ripensando alle speranze della giovinezza, dica: «sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto consolarmi non so del mio destino». Di speranza nel film non si parla mai; mentre solo chi capisca l'enormità di quella speranza potrà poi capire la portata della delusione e la cupezza della conseguente disperazione. Il protagonista nel film ignora tutto questo: non è altro che un intellettuale perennemente incazzato, la cui deformità fisica è sbattuta in faccia allo spettatore con brutale volgarità.

Si capisce allora il perché delle parole rilasciate da Martone a Le Monde. Semplicemente il regista non sa chi sia Leopardi: se ne è fatto una sua immagine tutta personale, di quella si è innamorato e così ce l'ha propinata. Affar suo; ma non si metta poi ad accusare chissà chi di colpe presenti solo nella sua corriva fantasia.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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