L'EUROPA DOPO IL G20 | 18 Novembre 2014

Putin, inatteso alleato del partito della crescita

Crescita in Europa: vince la linea Obama-Draghi. E Putin dà una grossa mano

di ROBERTO BETTINELLI

La grande novità del G20 è l’asse ‘non convenzionale’ tra il presidente americano Obama e il governatore della Bce Mario Draghi, ma soprattutto il nuoro ruolo di Putin che, malgrado le sanzioni, è diventato il grande e imprevisto sostenitore del partito della crescita in Europa. 

Con buona pace della Germania, che non vede di buon occhio ogni tentativo di allentare la borsa europea. Indirizzo sostenuto con sempre più forza dal presidente degli Stati Uniti e, con una motivazione altrettanto solida anche se espressa con un linguaggio più rispettoso degli equilibri casalinghi dell’Eurotower, dall’uomo che guida la banca europea, l'italiano Mario Draghi. 

Un asse, quello fra Obama e il governatore della Bce, che sul piano della politica economica e finanziaria è decisamente favorito dall’atteggiamento del presidente russo Putin. Angela Merkel e il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, che ha condotto il negoziato tedesco nel summit australiano, non possono permettersi il lusso di entrare in rotta di collisione con la principale potenza militare del mondo quando Mosca non retrocede di un millimetro sulla questione ucraina. Dal momento che le sanzioni economiche sembra non abbiamo convinto Putin a cambiare strategia, la principale garanzia per arginare l’espansionismo russo resta la Nato. Quindi, gli Stati Uniti. Come ben sanno la Merkel e Weidmann. Il fatto stesso che Putin non si sia fatto troppi problemi a lasciare in anticipo il G20, è il segnale che è meglio non inimicarsi la Fed e la presidenza Usa in un momento così delicato. 

Forse non è un caso che l’annuncio della strategia Quantitative easing, almeno sui media, non abbia incontrato l’immediata opposizione del governatore della banca tedesca, ma il pronto scetticismo del lussemburghese Yves Mersch, membro del Comitato esecutivo della Bce, che da Francoforte ha smorzato l’entusiasmo per le misure 'non convenzionali' suscitato dalle parole di Draghi nell’audizione davanti alla Commissone Affari economici del Parlamento Europeo. “The European economy is structurally not in good shape” ha sentenziato Mersch chiedendo più cautela sull’acquisto dei bond sovrani, se non altro per aspettare gli effetti delle altre misure varate in precedenza. E in riferimento alla manovra di Draghi e all'obbiettivo della crescita, ha ribadito: “That in the course of this our balance sheet expands is neither an end in itself nor a fetish”.

Draghi, d’altro canto, ha sottolineato come “lo slancio di crescita della zona euro si è indebolito durante l'estate, le recenti stime sono state riviste al ribasso, e la ripresa è messa a rischio da disoccupazione alta, capacità produttiva inutilizzata e necessari aggiustamenti di bilancio”.

Da qui la necessità di imboccare la via Qe che impegnerebbe, a partire dall’inizio del mese di dicembre, la banca centrale a comprare titoli sovrani stampando moneta così da abbassare i tassi d'interesse dei bond e immettere sul mercato finanziario liquidità. Il Qe è stato usato più volte dalla Fed Usa, dalla Bank of England e dalla Bank of Japan. Ma non dalla Bce. Sta di fatto che le due borse delle principali economie meridionali, Italia e Spagna, all’annuncio di Draghi, hanno fatto segnare rispettivamente un rialzo dell’1,33% e dell’1,59%. 

In Australia i grandi della terra hanno deciso che la missione è una crescita del 2,1% del Pil globale da qui al 2018: oltre 2mila miliardi di dollari. Un cammino che ha incontrato l’approvazione del presidente americano, che è stato molto esplicito su ciò che si aspetta dai Paesi dell’Eurozona: “In questi anni gli Usa hanno dato lavoro a più persone di tutte le economie sviluppate messe insieme. Ma non ci si può attendere che gli Stati Uniti portino l'economia mondiale sulle loro spalle”. 

Una linea di sviluppo che il presidente della Commissione Jean Claude Junker vuole sostenere con il suo programma di investimenti da 300miliardi di euro. Nel frattempo la Merkel, da sempre attenta alla buona tenuta dei conti delle casse europee, resta la principale sostenitrice dell’austerity. Il vecchio continente è spaccato tra il nord filotedesco e il sud procrescita. Ma ora l’incognita Putin non fa che portare acqua al mulino di Obama e di Draghi che dopo convered bond, Abs e finanziamenti quasi a tasso zero per le banche, si prepara a un acquisto senza precedenti dei titoli di stato.

Putin, osteggiato in ogni modo da Obama, isolato da Cameron, Hollande e dalla Merkel, stretto nella morsa delle sanzioni e di una guerra commerciale con l’occidente, è ora paradossalmente il più efficace e solido interlocutore di chi in Europa combatte la politica dell'austerità.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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