PENSIONI | 18 Maggio 2015

Lo Stato ladro e l'anima classista del Pd renziano

Pensioni: Renzi si gioca la campagna elettorale e rimborsa solo i ‘suoi’ elettori. Ci ricasca dopo il precedente degli 80 euro. Pd in caduta libera tra scandali e polemiche. Regionali: verso la debacle del 4-3

di ROBERTO BETTINELLI

Uno Stato che non paga i debiti è uno Stato ladro. Un leader con tendenze demagogiche e populiste come Renzi dovrebbe saperlo. E infatti lo sa. Ma se ne frega. Ed è per questo motivo che a uno Stato che platealmente sceglie di rimborsare solo alcuni, e in parte, dei pensionati ai quali è stata bloccata l’indicizzazione dopo il 2012, non si può farla passare franca. Ma l’accusa di ladrocinio va estesa a colui che nelle stanze del palazzo ha preso questa decisione. Il capo del governo: Matteo Renzi. E’ lui il responsabile. Per la seconda volta, e sotto elezioni, ha partorito una soluzione tagliata su misura per garantire la vittoria al suo partito. 

La vicenda del rimborso imposto dalla sentenza della Consulta dimostra chiaramente come Renzi, in fondo, non abbia a cuore il bene del Paese. Non sia, cioè, un leader ‘universalizzante’, capace di poter incarnare gli interessi dell’intera nazione. Una caratteristica, l’universalità, che contraddistingue gli autentici capi di stato e i partiti democraticamente virtuosi permettendo a tutti di capire la differenza che li separa dalle forme degenerative: i capipolo e le consorterie che sono pronte a morire per la difesa del 'particolare', indifferenti ad ogni richiamo verso la responsabilità di tutelare l'universale, l'edificio del bene comune. 

Nell'intervista rilascata a Giletti su Rai Uno Renzi ha stabilito 3mila euro come il limite fissato per ottenere il rimborso. Una cifra che rivela un’impostazione classista e opportunista da parte del premier e che corrisponde alla matrice identitaria del Partito Democratico. Una formazione che resta fortemente ancorata all'ideologia e alle pratiche della sinistra nonostante l’abile e illusoria bagarre con la Cgil di Susanna Camusso. Un conflitto che Berlusconi ha fatto benissimo a definire «un gioco delle parti che conviene a entrambi». Alla Camusso per mimetizzare l’irrilevanza del sindacato nella società italiana, a Renzi per ammantarsi di un’aura liberale che non gli si addice per nulla. 

La decisione di rimborsare solo i pensionati che beneficiano di un assegno mensile al di sotto dei 3mila euro, se verrà confermata nei fatti, apre un solco insanabile nel rapporto fra i cittadini e lo Stato. Non si capisce, infatti, per quale motivo coloro che hanno lavorato una vita e sono riusciti a ‘mettere da parte’ una pensione di tutto rispetto non hanno il diritto ad essere rimborsati allo stesso modo di coloro che, per sfortuna o per demerito, non hanno avuto la stessa possibilità. Inoltre Renzi parla di quattro milioni di pensionati che avranno diritto al parziale risarcimento, mentre il casellario dell'Inps dice che il blocco delle indicizzazioni ordinato dal Salva Italia di Monti ha colpito ingiustamente oltre 6 milioni di persone. 

Considerato il precedente illustre degli 80 euro partorito in vista delle elezioni europee, e che è valso al Pd un risultato positivo dal sapore storico, è lecito farsi delle domande. Perché alcuni sì e altri no? E quale è il criterio che sta alla base della scelta del governo? La risposta non è poi così difficile da trovare. Ma per farlo è bene analizzare il contesto nel quale si sta muovendo il presidente del Consiglio. 

Si tratta, diciamolo subito, di un contesto ostile. Elettoralmente parlando. Quella che doveva essere una campagna condotta all’insegna del facile trionfalismo, iniziata con la previsione del sette a zero per il Pd contro l’armata indisciplinata delle destre, si sta modificando gradualmente a tutto svantaggio di Renzi. La sfida in Veneto della bella Moretti contro il brutto Salvini, ufficialmente rappresentato dal governatore Zaia, ha mostrato quasi subito come l’atteso cappotto non fosse realizzabile. Non più sette a zero, ma sei a uno, come peraltro ha ammesso lo stesso premier in una sfortunata battuta che ha mandato letteralmente nel panico il Pd veneto che si è sentito scaricato dal suo segretario. «Puntiamo a vincere 6 a 1, lasciando solo il Veneto alla Lega. Ma se finisce 5 a 2 brindo lo stesso» ha detto Renzi nel tour in Trentino a ridosso delle elezioni amministrative. Ma le cose potrebbero andare in modo ben peggiore. 

Oltre al Veneto, dove i democratici e il retaggio della subcultura rossa scontano una minorità che risale ai tempi della Democrazia Cristiana, è a rischio anche la Campania che invece ha rappresentato a lungo, durante l'era Bassolino, un feudo inespugnabile delle sinistre. Il candidato a governatore Vincenzo De Luca è alle prese con lo scandalo delle liste dove è emerso in modo plastico il profilo del nuovo Pd pigliatutto di Renzi che nel suo ‘nuovismo’ esasperato non si è fatto alcuno scrupolo a reclutare l’estrema destra del Fronte Nazionale di Tilgher oltre a una serie di dubbi personaggi in odore di camorra. 

De Luca, per ora, è avanti. Ma di poco. Un inatteso testa e testa sta andando in scena in Liguria. Il candidato di Forza Italia, il consulente politico del Cavaliere Giovani Toti, era dato come sconfitto, ma ha recuperato al punto da contendere la vittoria alla renziana Raffaella Paita. Una gara così incerta e avvincente è il segno della ‘resistenza’ di un voto moderato che non crede ai messaggi renziani e che denuncia la necessità di dare vita quanto prima a un grande partito di centrodestra. 

Il Pd di Renzi, più il tempo passa, e più viene ridimensionato. Secondo i sondaggi l'emorragia dei consensi ha portato il partito del Nazareno al 36%. Una caduta libera che il premier non riesce ad arrestare e che lo costringe ogni volta ad alzare la posta come dimostra la soglia elettoralmente giustificata dei 3mila euro per il rimborso delle pensioni. 

Torniamo così alle nostre domande, ben sapendo ormai che la risposta può essere una sola. Renzi, come già è successo con la mossa tattica degli 80 euro, ha utilizzato la posizione di capo del governo per favorire l’elettorato del suo partito. Individuare una categoria da punire sulla base di un valore esclusivamente economico, è il frutto di un egualitarismo che riporta indietro ai sospetti plutocratici di un socialismo che non assomiglia per nulla alla ‘terza via’ blairiana tanto cara a Renzi. 

Mentre il premier irrompe nel mondo della scuola con la sua finta riforma reclamando più spazio per l’eccellenza e accusando a ragione, ma in malafede, la deriva livellatrice che spopola nelle aule italiane, lui va nella direzione opposta. Anzi, fa addirittura peggio dal momento che i cinquecento euro a testa che andranno a risarcire i quattro milioni di pensionati che hanno assistito alla decurtazione della pensione non li ripagheranno del danno subito. «Ovviamente non sarà un rimborso totale» ha ammesso il presidente del Consiglio riconoscendo fin da subito che la cifra da stanziare dovrebbe essere più alta. 

C’è da chiedersi, allora, perché non fare trentuno quando si è fatto trenta. E’ Renzi a spiegarlo candidamente nell’intervista rilasciata in tv: «Ci sono 2 miliardi che mi ero tenuto per le misure contro la povertà». Qui casca l’asino. Renzi i soldi ce li ha. Ma non li vuole utilizzare per risarcire chi ha subito un furto da parte dello Stato. Quei soldi gli servono per tappare i buchi del suo partito che ormai fa acqua da tutte le parti e il piano anti povertà non è altro che il disperato tentativo di impedire defezioni che potrebbero ingrossare la creatura che sta nascendo a sinistra del Pd e che annovera Sel, la Coalizione sociale di Landini e Civati. 

Renzi, lo abbiamo detto più volte, manca di una visione di lungo periodo e ha l’abitudine di vivere alla giornata, nella convinzione che le ‘spallate comunicative’ celebrate da un sistema dei media tutto sommato favorevole possano surrogare una seria e innovativa attività di governo. I due miliardi per combattere la povertà sono fumo negli occhi. E sono gli stessi numeri a dirlo: il tasso di disoccupazione è al 13%, fra i più alti in Europa, e le persone in cerca di occupazione sono più di tre milioni e 300mila. «Chi sta al potere fa un servizio» ha detto sorridente e soddisfatto Renzi nella sua intervista su Rai Uno. Ma in questa situazione la furbata elettorale dei 500 euro per i pensionati rischia di essere un cattivo servizio per lo stesso Pd oltre che per lo Stato, condannato insieme al suo premier a subire a vita l'accusa di ladrocinio. 

 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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