SANZIONI | 03 Dicembre 2014

«Crisi Russia-Ucraina: l’Europa ha sbagliato»

La morsa delle sanzioni fa a pezzi l'Italia. Chi ci guadagna è la Cina, parla l'esperto internazionale Aldo Ferrari

di ROBERTO BETTINELLI

La tensione fra Mosca e l’Europa sembra avvitarsi in una spirale senza fine. Le sanzioni commerciali hanno indebolito entrambi i contendenti e sulla Russia sembra ormai soffiare il vento della recessione a causa della caduta del prezzo del petrolio. L’Ucraina assomiglia sempre di più a una polveriera. Nella situazione di stallo che si è venuta a creare gli addetti ai lavori non vedono la possibilità di una via di uscita. Si teme una crisi ancora più acuta e dalle conseguenze imprevedibili. Una prospettiva cupa che avvantaggia i competitors dell’Europa e dell’occidente: la Cina ha iniziato ad acquistare il gas russo a un prezzo concorrenziale e ha messo a segno un altro punto a proprio favore nella corsa verso la leadership planetaria. Nel frattempo l’economia italiana ha visto l’export crollare del 20%, e ci sono settori, come l’agricoltura, che hanno avuto una contrazione di oltre il 60%. 

Ne parliamo con Aldo Ferrari, docente di Lingua e Letteratura russa all’Università Cà Foscari a Venezia, segretario dell’Associazione Armenisti Iraniani, vice presidente dell'Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia Centrale (Asiac); dal 2004 è a capo del programma di ricerca sul Caucaso dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano) e dal 2009 guida il gruppo di analisi sulla Russia e sui paesi orientali. 

Le sanzioni stanno indebolendo diversi paesi dell’Unione Europea. Fra questi l’Italia è sicuramente la più penalizzata. Ma anche la Russia ha accusato duramente il colpo. Quali possibilità ha Putin di evitare la recessione?
«Russia ed Europa sono strettamente collegate dal punto di vista economico. Un danno arrecato a una parte, si traduce inevitabilmente in un danno anche per l’altra. Putin nel breve periodo non può fare molto per impedire la recessione. Un primo passo potrebbe coincidere con l’eliminazione delle sanzioni ma questo vorrebbe dire tornare indietro rispetto a quanto ha fatto finora in politica estera. Significa rinunciare alla Crimea e mollare la presa sull’Ucraina orientale. Ma chiaramente siamo davanti a iniziative che non può e non vuole prendere per ragioni di prestigio interno. Allo stato attuale sembra davvero difficile sanare il contenzioso della Russia con l’Europa e l’occidente. Le cose stanno girando assai male per Mosca: le sanzioni, il prezzo del petrolio che continua a scendere, i difetti strutturali di un’economia caratterizzata da una scarsa modernizzazione che diventano più evidenti in una congiuntura così difficile. La Russia ha immense risorse naturali, un alto livello d’istruzione tecnologica, una cultura raffinatissima, eppure non produce nulla di avanzato. Non ci sono auto russe, non ci sono cellulari, non ci sono computer. Ma solo export di materie prime. Putin ha mancato di operare in modo strutturale sull’economia del suo Paese. O forse non l’ha voluto fare. Questo è il vero motivo che gli toglie la possibilità di reagire in modo efficace davanti al pericolo della recessione». 

Qual è la strategia di Putin verso l’Ucraina? Esiste una via di uscita che possa accontentare tutti i contendenti?
«Credo che ormai si sia andati troppo in là. C’era una possibilità concreta di pacificazione nel novembre 2013. Ma dopo la caduta di Janukovyc, l’occidente e l’Europa hanno sposato la causa di una parte della protesta, quella filoeuropeista, e la Russia ha reagito. Non è più possibile individuare una soluzione positiva per tutti i protagonisti. L’Ucraina ha perduto per sempre la Crimea, la Russia non ha più relazioni internazionali con l’Europa e gli Stati Uniti, il colpo inferto dalle sanzioni ha danneggiato gravemente l’economia europea. Riparare agli errori sembra davvero impossibile. Ma quello che si potrebbe fare ancora è sviluppare la consapevolezza che serve un nuovo atteggiamento verso l’Ucraina. Russia, Usa e Unione Europea devono considerare l’Ucraina non come un campo di battaglia da spartirsi, ma il luogo di una vera cooperazione. Ora si può solo lavorare per limitare i danni e salvare il paese da un ulteriore aggravamento dei problemi economici. Non dimentichiamo che da un anno a questa parte, nonostante il cambio di regime, le difficoltà non si sono risolte. D’altro canto i paesi europei hanno deciso di accollarsi un peso economico insostenibile…». 

L’Unione Europea rappresenta un partner commerciale strategico per la Russia che però in questo frangente sembra trovare appoggio altrove. La Cina è un’alternativa credibile?
«La Cina può essere un mercato alternativo per il gas russo e lo sta già diventando. L’Unione Europea sta perdendo una fonte di approvvigionamento decisiva per la sua economia. Ma un’eventuale alleanza strategica fra Mosca e Pechino non sarebbe così vantaggiosa per Putin. La Russia rappresenta la parte debole dell’accordo, non certo la più forte. Chi a Mosca crede che la cosa possa funzionare diversamente non conosce bene la storia dei due paesi. Resta il fatto che chi ci guadagna davvero dalla crisi ucraina è proprio la Cina. Ora ha la possibilità di comprare gas a un prezzo molto più basso di quanto l’ha mai pagato…». 

Che cosa significa il nuovo patto siglato da Putin con il presidente della Turchia Erdogan per la costruzione di un secondo gasdotto?
«La crisi ucraina ha spinto Putin a cercare nuove collaborazioni energetiche. Russia e Turchia sono nemiche da secoli, ma ora ci sono ottime ragioni economiche per fare un percorso comune…». 

Putin ha minacciato di cancellare il progetto South Stream che prevede la realizzazione di un gasdotto che rifornisce direttamente l’Unione Europea aggirando l’Ucraina. Fino a che punto salirà la tensione?
«Siamo già oltre il limite del sostenibile. La situazione è negativa per gli uni e per gli altri. Vedo una situazione di stallo: il conflitto ucraino rimarrà congelato come è accaduto nel Caucaso meridionale per decenni. Ma credo e spero che non si vada oltre. Una grossa minaccia in questa direzione potrebbe essere provocata dalla volontà dell’Ucraina di riprendersi le regioni orientali. A questo punto il livello militare avrebbe definitivamente il sopravvento innescando uno scontro dagli esiti incerti e imprevedibili. L’Unione europea deve fare di tutto perché ciò non accada». 

Che cosa vuole Putin? Che cosa deve fare l’Unione Europea per ristabilire la pace?
«Putin ha un piano? E’ la domanda che si stanno facendo tutti gli analisti. Credo che non  avesse un piano preciso sull’Ucraina ma che vivesse alla giornata sperando che le cose si aggiustassero. Ma dopo la caduta del presidente Janukocvy i suoi calcoli si sono mostrati sbagliati. Certo, uno dei suoi obbiettivi poteva essere quello di impedire l’ingresso della Nato in Ucraina. E’ stato raggiunto. Ma la Russia sta pagando un peso economico e politico altissimo a fronte di un risultato sostanzialmente limitato. L’Europa, invece, ha sbagliato il suo approccio iniziale. Dando ragione al nuovo governo ucraino non ha più avuto la possibilità di esercitare un ruolo da mediatrice. Se avesse agito come l’ago della bilancia avrebbe potuto condizionare maggiormente gli eventi a proprio vantaggio. Ma dopo che si è schierata con una parte in causa non può più essere considerata un soggetto terzo. Non può più arbitrare...». 

L’ampliamento a est dell’Unione Europea è stato un errore?
«Dal punto di vista storico sono convinto della legittimità del desiderio dei paesi orientali di ambire a far parte dell’Europa politica oltre che di quella culturale ed economica. Ma con il senno di poi, già prima del 2004, si poteva capire che allargare l’Unione a est significava fare il passo più lungo della gamba. Il dato più amaro che deriva da questa operazione è che l’Unione europea non può avere una politica estera. L’allargamento a est è stato animato da un errore che nasceva da una grande spinta morale e ideale, legittima sul piano dei principi, ma destinata a configgere con una realtà ingovernabile…». 

Perchè l’Unione Europa non può avere una politica estera?
«La politica estera è una risorsa che appartiene una entità politica statale univoca. Una realtà, tanto per capirci, che ha una testa sola, mentre nell’Unione convivono tanti paesi con memorie storiche, orientamenti politici, simpatie e antipatie che non sono riconducibili all’unità. I nuovi paesi che hanno fatto il loro ingresso dopo il 2004 hanno un atteggiamento sistematicamente anti russo che non appartiene per nulla alla storia della Francia, dell’Italia e della Germania. I sentori di questa divisione erano già affiorati ben prima della crisi ucraina, e precisamente con la guerra in Georgia del 2008 e con l’invasione dell’Iraq. L’Unione Europea non ha e non può avere una politica estera  comune perchè al suo interno ci sono troppe voci con visioni e interessi configgenti». 

La Russia potrà mai entrare a far parte dell’Unione Europea?
«No, non l’ha mai chiesto né lo farà. E’ una grande entità storica, politica e geografica, certamente collegata all’Europa ma con una sua natura bicontinentale, dinamiche proprie e distinte, un futuro diverso che può e deve essere compatibile con quello del’Unione Europea…». 

Quali speranze ci sono che ciò accada? 
«Un anno fa ero più ottimista, oggi sono perplesso e molto preoccupato. Vedo da tutte le parti una forte incapacità di gestire un problema ucraino che era assolutamente prevedibile. Siamo già andati oltre le mie più scure previsioni. Ma spero di essere smentito dai fatti dei prossimi mesi…». 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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