LETTERATURA | 15 Ottobre 2016

Da Fo a Dylan, un Nobel senza senso

Il Nobel per la Letteratura Dario Fo muore nel giorno in cui lo stesso premio viene attribuito a Bob Dylan. Una coincidenza che permette di riflettere sul caos culturale di oggi, in cui le cose non sono più chiamate col loro nome

di ROSSANO SALINI

In fondo era già tutto scritto nella motivazione con cui gli accademici di Svezia attribuirono il premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo, il quale, a detta loro, «nella tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi».

Per chi abbia anche solo un'approssimativa conoscenza di quale sia la tradizione giullaresca e canterina medievale cui si fa riferimento, ce n'è a sufficienza per rendersi conto del livello di ignoranza, o – più probabilmente – di mistificazione alla base di una definizione di questo genere. La letteratura giullaresca e canterina è di assai difficile ricostruzione: scarsi i testi, scarsissime se non quasi nulle le notizie sugli autori. E i testi stessi talmente variegati per forme e contenuti da rendere il genere assai difficilmente definibile. Si pensi che addirittura, per un componimento come il Ritmo Cassinese, si parla di «testo monastico in veste giullaresca», a dimostrazione di quanto sia ampio il campo di riferimento.

Quel che è certo, è che di dileggio del potere e di restituzioni della dignità agli oppressi non c'è pressoché nulla in quella letteratura. Le parole degli accademici di Svezia rappresentano uno dei più smaccati anacronismi con cui spesso la letteratura viene stiracchiata a seconda delle esigenze del momento. D'altronde avevano da giustificare in qualche modo la scelta. E se di base per tale giustificazione ce n'era poca, dal momento che l'opera di Dario Fo ha consistenza artistica solo se imprescindibilmente legata alle sue mirabolanti capacità istrioniche, mentre sulla carta è assai poca cosa (Mistero Buffo senza la recitazione di Fo sparirà in un soffio), allora il ricollegarsi niente meno che a un filone letterario medievale poteva valere da motivazione dotta per la scelta attuata. Tanto per non dire che era una scelta solo ed unicamente ideologica.

Come detto, in quella definizione era tutto scritto. Scritto cosa? Semplice: il fatto che al Nobel per la Letteratura debba essere definitivamente tolta quell'aura di oggettività che nell'immaginario collettivo ha ormai assunto da tempo. Si tratta invece di scelte personalissime, del tutto arbitrarie, che nulla hanno a che fare con un'obiettiva considerazione delle qualità letterarie dell'insignito. E per una di quelle strane simmetrie del destino, il giorno della morte di Dario Fo ha coinciso con l'attribuzione del Nobel per la Letteratura 2016 a un cantante, Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, la cui specificità artistica, come anche quella di Dario Fo, esula dal campo letterario. Ulteriore coincidenza: come Fo era definito giullare, così a Dylan si attribuisce, ma in questo caso con un minor livello di approssimazione, il titolo medievale di menestrello. Perché se Fo di giullaresco in senso stretto non aveva assolutamente nulla, tranne il fatto di girovagare armato della propria arte (fosse pure nella veste assai poco giullaresca di uomo di spettacolo famoso e ricco), Dylan ha in sé quello che veramente lo può far ritenere un «menestrello», cioè l'essere appunto un abile cantore, distinto dai poeti, o «trovatori», come erano definiti i contemporanei dei menestrelli che operavano nel campo che andava imponendosi come autenticamente letterario, sebbene in lingua volgare.

Dylan è un cantante, non un poeta. E quel Nobel, pertanto, non ha senso, come non ne aveva quello attribuito a Dario Fo. Per fare un esempio, possiamo tutti convenire sul fatto che possano essere messe in dubbio le spiccate qualità letterarie di Grazia Deledda, insignita del premio dell'Accademia di Svezia; ma non sul fatto che il campo di valutazione sia interno a quel fenomeno denominato letteratura, in cui la parola ha valore in sé, autonomo e giudicabile, a prescindere dalla recitazione o dal canto che la trasforma e la rende altro, al punto da essere goduta anche se non compresa.

Tutto questo è uno dei sintomi della profonda confusione culturale in cui siamo immersi. Una confusione non casuale, ma voluta e meticolosamente costruita nei decenni. Il caos culturale fa comodo, perché nel caos vale tutto, e nulla impedisce di alzare a faro culturale una figura del tutto mediocre dal punto di vista letterario e intrisa di ideologia cieca come quella di Dario Fo.

Il Nobel lo diano a chi vogliono, ne hanno tutto il diritto. Ma è bene che rimanga in giro qualcuno che, anche in mezzo al polverone generato dal caos, sia in grado di distinguere ancora forme e figure, e di chiamare le cose con il loro nome.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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